Il delitto di Guerrino e il solito giudizio morale sui vestiti

Nessun giornale si è limitato alla cronaca. Tutti, indistintamente, hanno intinto voluttuosi la penna nella melma dei particolari della mise con cui è stato trovato. La tragedia del professionista della traduzione simultanea

15 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 11:39
Immagine di Il delitto di Guerrino e il solito giudizio morale sui vestiti

Foto ANSA

"All the papers had to say was that Marilyn was found in the nude". “Tutto quello che i giornali trovarono da dire fu che Marilyn era stata trovata nuda”. Candle in the wind; 1973. Elton John la scrisse undici anni dopo la morte dell’attrice, ancora colpito, e offeso, dal modo in cui era stato trattato dalla stampa quel corpo riverso fra le lenzuola nell’ agosto del 1962. Da allora sono trascorsi cinquantatré anni, ci vengono le lacrime agli occhi ogni volta che la cantiamo, anche nella versione meno cruda che il baronetto dedicò a lady Diana per il suo funerale, nel 1997. Piangiamo tutti su quel dettaglio ignobile, epperò ieri mattina è stato rinvenuto a Milano il corpo di Roberto Guerrino, un ottimo professionista della traduzione simultanea ucciso da uno dei disgraziati – non ancora identificato – che si portava a casa dopo averli maldestramente approcciati su Grindr, e constatiamo che nessun giornale si è limitato alla cronaca (uomo ucciso in un appartamento milanese, si suppone dopo un incontro sessuale prezzolato sfociato in tragedia, che è già addentrarsi parecchio nel campo del verosimile e dell’ipotesi) ma tutti, indistintamente, hanno intinto voluttuosi la penna nella melma dei particolari della mise con cui è stato trovato.
Non la ripetiamo per non cadere nello stesso ignobile giochetto, ma è chiaro che questi dettagli spostino di parecchio il confine del diritto di cronaca verso lo spettacolo, e di quelli peggiori, cioè verso il tendone della donna barbuta e dell’uomo proiettile. Che dei fatti della vita alla gente interessino soprattutto le tre “S” – soldi, sesso, sangue, in questo caso combinati – lo sappiamo dal giorno uno, lo spiegava anche Balzac nelle “Illusioni perdute” quando c’erano ancora i fogli stampati a torchio, figurarsi oggi con i social. Ma se certi dettagli possono avere rilevanza per le indagini, perché debbono averla per noi che leggiamo e scriviamo. Che poi, guarda caso, è sempre sull’abito, la prima cosa che di una persona balzi all’occhio, che si appuntano gli innuendo, le insinuazioni, le strizzatine d’occhio che portano al giudizio morale, alla conferma del pregiudizio, all’inevitabile “se l’è cercata”, senza peraltro mai avvicinare nessuno di un centimetro alla verità. Qualche anno fa, per un delitto presumibilmente identico in Svizzera, i quotidiani si dilungarono sulla tuta di lattice che indossava il malcapitato, di cui nessuno ricorda il nome, ma il look per carità, la chiave di tutto non poteva che stare lì, nell’involucro “perverso”.
Rendere pubblica un’ abitudine sessuale, vera o presunta che sia, una fantasia privata o una semplice scelta di abbigliamento non spiega un delitto, ma moltiplica l’accanimento sulla vittima. E basta un vestito per far scattare la curiosità guardona, la sentenza di ignominia, il marchio a fuoco; gli ebrei lo sanno da quando, nel Medioevo, furono costretti a portare cucito sull’abito un cerchio giallo (la stella venne dopo). Tutte le donne conoscono questa logica perversa dal 1965, quando Mary Quant lanciò la minigonna. Da allora, non manca giudice che in un processo per stupro non ritenga suo dovere chiedere alla vittima come fosse vestita, e se avesse in qualche modo provocato l’aggressore con il suo abbigliamento, insomma se si fosse resa complice della sua aggressione, magari addirittura favorendola. Forse ha ragione Vannacci con la sua camicia di lino a righe e le scarpe da borghese in vacanza quando parla di una società che credevamo scomparsa: le prove che quella società è ancora vivissima sono lì, davanti ai nostri occhi. E in fondo, nel cuore di ogni uomo occidentale alberga un talebano in attesa di un’opportunità.