Social vietati ai giovanissimi? Occorre ripartire da un nuovo alfabeto emotivo
Vietare è davvero la soluzione migliore per la tutela dei nostri figli? La storia insegna: le restrizioni hanno generato effetti collaterali e comportamenti distorsivi legati proprio alla volontà dell’uomo di non limitare la propria autodeterminazione
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30 NOV 24
Ultimo aggiornamento: 10:12 AM

“Papà, quando potrò avere anche io il cellulare?”. Quando un paio di giorni fa, mia figlia di dieci anni mi ha fatto questa domanda, le ho risposto in modo evasivo: “Non c’è nessuna fretta: non sarai la prima della tua classe e non sarai l’ultima”. La legge approvata dal Parlamento australiano che vieta ai ragazzi con meno di 16 anni di accedere a tutti i principali social media, mi pone però di fronte a un interrogativo nuovo: non sarà un’illusione rifugiarsi nella zona di comfort delimitata dalla logica binaria del giusto-sbagliato? Potevo dare a mia figlia una risposta più adeguata? Io sono cresciuto in un mondo in cui i social non c’erano, e da padre ho paura di ciò che i social potranno fare alla testa di mia figlia (dopo aver letto “La generazione ansiosa” di Haidt, ancor di più).
Ma vietare è davvero la soluzione migliore per la tutela dei nostri figli? La storia insegna: le restrizioni hanno generato effetti collaterali e comportamenti distorsivi legati proprio alla volontà dell’uomo di non limitare la propria autodeterminazione. I social network hanno amplificato questo fenomeno dato che la loro dimensione sociale e relazionale è di fatto una sommatoria di individualità caratterizzate sempre più spesso dalla ricerca dell’estremo. Sui social, si sa, vogliamo tutti apparire belli, intelligenti e performanti. Al contempo, la legittimità di interventi che possono limitare l’accesso ai social risiede proprio nella necessità di arginare questa tendenza. L’eccessiva individualizzazione, “il mito di sé” insomma, è anche veicolo di violenza e prevaricazione. Ecco, io credo che un giusto equilibrio debba guardare all’educazione ai sentimenti. Occorre ripartire da un alfabeto che possa aiutare a decifrare la complessità della vita emotiva, migliorando così la capacità di leggere le proprie emozioni e, di conseguenza, la qualità delle relazioni con gli altri. Solo con l’intelligenza emotiva, che è complemento irrinunciabile dello sviluppo cognitivo, i nostri figli diventeranno adulti capaci di fare scelte di vita consapevoli. Anche sui social. Forse a mia figlia devo un’altra risposta.