L’unico modo per salvarsi in un’èra di conflitti è la complessità

Eugenio Cau

Roma. Il giornalismo si trova in una condizione simile a quella delle scienze economiche negli anni Sessanta del secolo scorso, ed è incapace di rispondere alla grave crisi – politica, ideologica, morale – che l’occidente affronta in questi anni. Come gli economisti sessant’anni fa, i giornalisti sono convinti che il mondo dell’informazione sia regolato da princìpi di coerenza e rigore logico e che i lettori/spettatori – l’opinione pubblica – siano attori logici all’interno di un contesto razionale. Sono convinti, per esempio, che se un articolo di giornale descrive in maniera inoppugnabile un fatto veritiero – per esempio: i vaccini non provocano danni alla salute dei bambini – questo sarà accettato come tale, e i lettori si comporteranno di conseguenza, vaccinando i propri figli. Quando questi presunti attori razionali si comportano in modo contrario a questi princìpi, i giornalisti rimangono piccati e delusi: com’è possibile che la maggioranza della popolazione voti candidati politici contrari ai vaccini? Il mio articolo era così chiaro!

  

Gli economisti hanno avuto bisogno di due psicologi – Daniel Kahneman e Amos Tversky, il primo ha vinto il Nobel per l’Economia, il secondo è morto prima di poterlo ricevere – per capire che gli esseri umani non sono attori razionali e preferiscono seguire le loro intuizioni, anche quando sono sbagliate. I giornalisti oggi hanno bisogno della stessa presa di consapevolezza, ha scritto Amanda Ripley, esperta di giornalismo che scrive per l’Atlantic, in un articolo molto lungo e molto condiviso online pubblicato qualche giorno fa su Medium.

 

Ripley parte dalla constatazione che il giornalismo sembra aver perso le qualità che lo hanno distinto nel corso del secolo scorso: autorevolezza presso il pubblico e capacità di comprendere il presente. La società è sempre più divisa e sempre più arrabbiata, l’occidente si è frammentato in tribù che si odiano l’una con l’altra, e l’informazione sembra incapace di svolgere il suo ruolo. Il problema è che ci troviamo in un’epoca di “conflitti intrattabili”, termine mutuato dalla psicologia che indica quei momenti in cui uno scontro su un tema fondamentale è talmente incancrenito da essere visto come irrisolvibile. Davanti a un conflitto intrattabile, sia esso politico, religioso, etico, il nostro cervello reagisce diversamente da una normale discussione. Ogni argomento che contesta la nostra posizione, per quanto logico, è una minaccia, ogni argomento favorevole è un colpo di genio, la tribù avversaria è una massa di decerebrati. Questo stato di allerta minacciosa inibisce alcuni elementi fondamentali della convivenza umana – e del buon giornalismo – come la curiosità e l’empatia, e più il conflitto va avanti più la nostra posizione sembra ovvia, quella degli avversari folle e criminale.

 

Il problema è questo: non c’è niente che il giornalismo tradizionale possa fare per risolvere un conflitto intrattabile. Nessuna long read ben documentata sui vaccini smuoverà la coscienza di un antivaccinista. Perfino il classico dei classici del giornalismo anglosassone, l’articolo che contiene entrambe le opinioni (pro e contro i vaccini) non servirà a niente: ciascuna tribù leggerà quello che vuole leggere. Come risolvere questo dilemma? Ripley ha parlato con decine di psicologi, giornalisti ed esperti, e ha concluso che c’è un solo modo per spezzare il conflitto: la complessità.

 

La giornalista ha assistito a un esperimento della Columbia University in cui due persone che hanno opinioni completamente diverse su un tema fondamentale (esempio: l’immigrazione) sono costrette a stare 20 minuti chiuse in una stanza e a stilare un documento congiunto sul tema. Quasi sempre queste discussioni finiscono in maniera disastrosa. Ma i ricercatori si sono accorti che le cose cambiano se i due soggetti dell’esperimento prima di entrare nella stanza leggono un articolo complesso, empatico e ricco di sfumature su un altro tema divisivo, anche se non c’entra niente (esempio: l’aborto). Dopo aver letto argomentazioni ragionevoli e moderate, le due persone sono più pronte a formulare loro stesse argomentazioni ragionevoli e moderate, anche se cambia il tema della discussione. La complessità è contagiosa e ha una funzione terapeutica.

  

Questo è il problema del giornalismo di oggi: la complessità, quella vera, non entra quasi mai negli articoli e nei servizi. I giornalisti preferiscono coerenza e semplificazione, ma un articolo coerente, anche quando è spiegato bene, è una deformazione della realtà dannosa in quest’epoca di conflitti. L’unico modo per salvarsi è arricchire una storia di complessità – non quella farlocca di chi dà due versioni su un tema, ma quella di chi cerca le motivazioni con empatia. Ripley impiega decine di pagine a consigliare tecniche per farlo, divise per punti: amplificare le contraddizioni all’interno di un argomento, ampliare il punto di vista, trovare il modo di arrivare alle motivazioni profonde delle persone, ascoltare di più, provocare contatti tra le tribù, contrastare con attenzione il “bias di conferma”, quel meccanismo psicologico che ci spinge ad allinearci con le idee simili alle nostre. Qui però vogliamo sottolineare un ultimo punto di interesse: la paura e la rabbia vendono copie e fanno audience, ma gli studiosi hanno dimostrato che ancora più forte della paura è la sensazione di sollievo e speranza che nasce quando si rompe un conflitto intrattabile e le persone riguadagnano fiducia. La gente preferisce aver fiducia piuttosto che aver paura. C’è un mercato da sfruttare.

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