Froci di tutto il mondo uniamoci

Giuliano Ferrara

La parola liberata, altro nome della delazione postuma, fa veramente repulsione. Ora è il turno di James Levine, sommo direttore d’orchestra a metà dei settant’anni, piagato dalla malattia, un totem per il quale è stata disegnata una torre tecnologica per consentirgli di dirigere con il poco sapiente gesto rimastogli, era imminente una Tosca al Met di New York e mi apprestavo a andarci a caro prezzo. Niente da fare. L’Inquisizione lo elimina per sempre dalla scena musicale. Parsifal cade su una dozzina di masturbazioni della fine degli anni Sessanta, un gruppazzo di traumatizzati che ha più o meno la mia età ha deciso di rivelare al mondo com’è ridotto oggi per qualche pippetta di straforo nei beati anni del castigo, che trauma. Pare che a uno di questi il Grandissimo Faggot abbia anche regalato una bacchetta: una bacchetta di Levine venticinquenne in cambio di una carezza al pisello, ecco uno scambio iniquo, la bacchetta vale immensamente di più di una erezione rubata.

 

Il New York Times la mena pesante, la bacchetta del politicamente corretto. Fino a ieri sinonimo di fraseggio inimitabile, ora Levine è sinonimo di violenza e abuso. L’autolesionismo femminile, promosso e guidato da sicure mani maschili nel mondo incantato e lurido dei media voyeuristi, produce com’era inevitabile la contraddittoria caccia al frocio. Come con l’islam: benedetto da tutti i correttisti, è il luogo della defenestrazione degli omosessuali. E ora la defenestrazione arriva a Manhattan. Per storielle presunte degli anni Sessanta, gli anni celebratissimi in questo cinquantenario imminente del disordine generale, foucaultiano, quando i corpi presero il sopravvento sullo spirito, il benessere sull’ordine dell’essere, la psicoanalisi massificata sulla mistificazione della famiglia. Il Family day ora ce lo danno loro, gli incorrotti che furono traumatizzati in un’epoca di bellurie e di piaceri incommensurabili per la memoria dei millennial. Che ora sono privati della Tosca di Levine per un paio di giochi gay fuori ordinanza tra giovanotti e adolescenti dotati di corpo e violoncello. Che ludibrio.

 

Non resta che fare appello ai faggot di tutto il mondo: unitevi, e insorgete in difesa del fratello James condannato on the record dalla stampa libertaria per fatti di onanismo di gruppo caduti nella più totale prescrizione giuridica e morale ma miracolosamente risorti come testimonianza dell’intolleranza puritana dei tempi bui nel nuovo oscurantismo. Non fosse così abusato lo stilema retorico, dovremmo dire: siamo tutti faggot, siamo tutti onanisti compulsivi. Un partito per James Levine, un’associazione per le libertà civili, per il rispetto giuridico e morale della dignità della persona, e naturalmente il verdiano “ah il passato perché perché m’accusa?” con la voce divina della Callas o della Signorina. Le donne furono la metà del cielo, ora sono il fantasma di un palpeggiamento, e i froci ridiventeranno la metà di niente, se il fratello James non sarà salvato. Bisogna avere il coraggio di entrare per questa porta stretta, e far saltare il delirio del politicamente corretto a partire da questa sua spaventosa negazione di sé. Ora si comprende meglio il perché del matrimonio per tutti, del trionfo dell’amore coniugale tra maschi e femminucce, era la fase preparatoria, restauratrice, di un processo ai piaceri proibiti di cinquant’anni fa. Questo sì che si chiama progresso.

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