Scuola
GAZA IN CLASSE •
Se la scuola fa di un corteo un dovere morale e automatico. Il caso del liceo a Novi Ligure
Se una mozione pro Pal passa per silenzio–assenso oppure un documento istituzionale invita a una manifestazione per Gaza, si sta dando per scontato che quella non sia una presa di posizione ma una verità fondamentale. Una tesi partigiana viene trasformata in una premessa ecumenica. Chi dissente deve alzare la mano e autodenunciarsi
8 OTT 26

(Foto Ansa)
In un liceo di Novi Ligure è comparso sul registro elettronico l’invito a partecipare al corteo del “Sudario di Gaza”, con raccolta delle adesioni e indicazioni per il viaggio. Nelle università, per mesi, si è tentato di far passare mozioni pro Pal con il sistema del silenzio–assenso: chi non era d’accordo doveva dichiararlo, sennò aderiva in automatico. E’ una svolta non indifferente per la nostra sinistra, che negli anni Settanta martellava le coscienze con lo slogan “tutto è politico”. Anche fumare una sigaretta. Anche darsi un bacio o pulirsi le unghie. Oggi le cause più politicizzate fanno il percorso inverso e vengono presentate come umanitarie ed etiche. A certe condizioni.
Se il registro scolastico mobilitasse studenti e professori per sostenere la remigrazione, l’abolizione delle unioni civili, la reintroduzione della leva militare obbligatoria, il paradosso salterebbe agli occhi. Perché la politica, per definizione, divide. Vuol dire scegliere qualcosa contro qualcos’altro. Pretendere di sottrarre al conflitto una qualsiasi iniziativa politica e imporla come fosse un dovere morale è un’ingenuità colossale e pericolosa. E’ precisamente ciò che sta accadendo nelle scuole e nelle università. Se una mozione passa per silenzio–assenso oppure un documento istituzionale invita a una manifestazione, si sta dando per scontato che quella non sia una presa di posizione ma una verità fondamentale. Una tesi partigiana viene trasformata in una premessa ecumenica. Chi dissente deve alzare la mano e autodenunciarsi.
Scuola e università, in questi casi, non misurano il consenso. Lo fabbricano. Non dicono apertamente: “Qui la pensiamo tutti così, e chi non è d’accordo batta un colpo”, ma il messaggio è quello. Però filtrato dalla macchina burocratica e amministrativa, rifugio perfetto di chi tira il sasso e poi fa il vago. Invece di organizzare quadrate legioni di studenti in marcia al seguito di qualche labaro mediorientale, la scuola dovrebbe insegnare a rallentare, magari inciampare, e sollevare dubbi sulle granitiche certezze smerciate dalla chiacchiera quotidiana.
Cinquant’anni fa gli intellettuali progressisti sospettavano in modo compulsivo di ciò che si proclamava neutrale. Nella famiglia, allo stadio, al bar, sotto le lenzuola, dietro il modo di vestirsi, nella domenica al mare, nella pagella dei figli, bisognava stanare la politica anche quando sembrava non esserci. Oggi le stesse persone non vogliono più scoprirla dove si nasconde, ma nasconderla dove è evidentissima. Una manifestazione su Gaza può così apparire come la semplice conseguenza di un precetto indiscutibile. A Novi Ligure il vecchio “tutto è politico” si è rovesciato nel suo contrario. La sinistra ha rinunciato a smascherare la finta neutralità, e va in piazza con la maschera dell’universale ben calcata sul viso.