Scuola
in classe •
Né la destra né la sinistra hanno idea di cosa accada nelle scuole
Da un lato sono viste come un luogo confuso in cui ci si accoltella, dall'altro come un luogo crudele in cui gli studenti vengono discriminati. E la proposta della premier potrebbe sembrare talmente progressista da apparire rivoluzionaria
22 SET 26

Foto ANSA
La scuola è il ricettacolo di paure e speranze: non tanto degli studenti, che la vivono soprattutto come una moscia routine vivacizzata dalla gretta preoccupazione per il bel voto, quanto dai genitori e dagli adulti in genere, che vanno sotto il nome collettivo di elettorato. Il proclama di Giorgia Meloni a Fenix va letto in quest’ottica, che accomuna destra e sinistra. Per la destra, la scuola è un luogo confuso in cui ci si accoltella, in cui gli studenti si rincretiniscono scrollando sottobanco, in cui attivisti lgbt fanno sistematica propaganda e nelle cui classi babeliche risuonano tutte le lingue del mondo; ne consegue che bisogna introdurre i metal detector, vietare gli smartphone, osteggiare l’educazione affettiva, strappare il velo islamico e imporre – appunto – un tetto massimo al numero degli stranieri per classe. Per la sinistra, la scuola è un luogo crudele in cui gli studenti vengono discriminati in base a provenienza geografica, orientamento sessuale o debolezza strutturale, e in cui gli insegnanti rovesciano nozioni nei cervelli degli alunni tramite imbuto, fanno fioccare note disciplinari appena qualcuno fiata, provano una voluttà senza pari nel bocciare chi proviene da contesti sfavorevoli; perciò bisogna rendere inclusiva la scuola, esortare gli alunni a lottare contro il fascismo, le mafie o la ludopatia, abolire le bocciature, destrutturare la lezione frontale, portare gli alunni nei boschi e renderli cittadini onesti e affettuosi, pazienza se non sanno le tabelline. La scuola della disciplina e quella del buon selvaggio si fondano entrambe su una sostanziale ignoranza di quanto accada in concreto nelle aule, ma fanno leva sul caso che qualsiasi elettore le abbia frequentate e abbia un figlio, un fratello, un nipote o un vicino di casa che le frequenta (senza poter votare).
Tanto più all’alba dell’anno scolastico che porterà alle politiche, le dichiarazioni di Giorgia Meloni vanno dunque ridimensionate entro questa cornice, che le mostra per ciò che sono: ad esempio, la ventilata proibizione di hijab e niqab non ha alcun senso didattico, ma trova giustificazione nel fatto che l’immaginario del bacino elettorale di Vannacci è popolato dall’incubo di nipotini italianissimi costretti a vergare le prime stanghette circondati da jihadisti in erba. Idem il tetto agli stranieri: non solo c’è già una normativa, ma l’effettiva media nazionale si attesterebbe poco sopra il 10 per cento. Molto più rilevante è invece il sottotesto della proposta, questo sì didatticamente interessante.
E’ evidente che un rigido tetto al numero degli stranieri – se con essi intendiamo i nuovi arrivati non italofoni, e non un ragazzo che è figlio di polacchi ma è nato a Cerignola o una ragazza senegalese che ha già frequentato con risultati soddisfacenti le elementari e le medie – implicherebbe una redistribuzione delle classi, creando gruppi più piccoli al cui interno inserire minuscoli sottogruppi di alunni stranieri, oppure corsi differenziati per soli stranieri che necessitino di attenzioni speciali per rimettersi in pari. Messa così, sarebbe una proposta talmente progressista da apparire rivoluzionaria, comportando altresì la necessità di nuove assunzioni fra i docenti, la costruzione di nuove aule e lo sfruttamento degli ambienti scolastici lungo l’intero arco della giornata. Forse sarebbe addirittura una politica di sinistra, ma agli elettori non interessa: a loro e alla presidente del Consiglio importava soltanto che il proclama suonasse di destra, tanto cosa accada davvero a scuola, una volta chiuso il portone, in realtà non lo sa nessuno.
