Scuola
sulla chiusura estiva •
La scuola di Schrödinger: chiusa per l'afa, aperta per le famiglie
Il futuro delle temperature estreme è arrivato, e il sistema dell'istruzione deve adeguarsi. Purtroppo le proposte fanno perdere le elezioni: è molto più facile lamentarsi per il troppo caldo e il troppo freddo

Foto LaPresse
Segnatevi la data: è tutta colpa del 1977, l’anno in cui una legge varata in agosto dal governo Andreotti III (alla pubblica istruzione, Franco Malfatti) sanciva lo spostamento dell’inizio dell’anno scolastico dal tradizionale primo ottobre a un periodo compreso fra il 10 e 20 settembre, con termine delle lezioni fra il 10 e il 30 giugno. I climatologi assicurano che in quell’estate di cinquant’anni fa, a Milano, per dire, c’era stato un solo giorno con temperature superiori ai 35°, ciò che al momento invece sembra essere diventata la norma con cui rassegnarsi a convivere; ne consegue, quasi logicamente, che sia circolata una petizione per abrogare il famigerato articolo 11 della legge 517/1977 e far tornare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre – quando a Milano, sempre per dire, l’anno scorso la massima era di 19 gradi e piovigginava.
In Italia, com’è noto, vigono due regole inderogabili: la prima è che su qualsiasi problema su scala sociale, nazionale e globale viene chiesto alla scuola di sbrigarsi a trovare una soluzione; l’altra è che a qualsiasi petizione corrisponde una petizione uguale e contraria, magari anche con gli stessi firmatari. Accade dunque che nell’identico contesto di calura eccessiva ci sia chi si accorge tuttavia che la scuola italiana è quella con la chiusura estiva più prolungata (i dati delle comparazioni, al riguardo, divergono e raggiungono cifre iperboliche come il chilometraggio delle corse ciclistiche raccontate da Stefano Benni); ciò arreca grave danno ai genitori, che non sanno dove mettere per tre mesi gli alunni più piccoli, e chiedono pertanto alla scuola di prolungare l’apertura oltre il termine delle lezioni stabilito mezzo secolo fa. La scuola d’estate dovrebbe dunque essere la scuola di Schrödinger, contemporaneamente aperta e chiusa, così da soddisfare sia gli alunni che si lamentano del caldo, sia i genitori che si lamentano di non potersi permettere tre mesi di figli a casa.
Poi ci sono i condizionatori; che, in effetti, non ci sono. O meglio – come ha spiegato molto bene Luciano Capone sul Foglio di sabato 5 – per i condizionatori nelle scuole è stata investita una cifra inadeguata, che tutt’al più ha consentito di climatizzare alcune aule; una cifra incomparabilmente bassa rispetto a quella stanziata ai tempi del Covid dal governo Conte per i banchi a rotelle (che tuttavia, lanciati a massima velocità nel corridoio, possono garantire al sedente una fugace sensazione di fresco) e irrisoria rispetto ai soldi gettati col bonus 110, forse per suggerire agli studenti che è meglio se stanno a casa propria, tanto più se ristrutturata dai genitori – ma i genitori non vogliono tenerceli, e cercano di sbolognarli alla pubblica istruzione. Va specificato altresì che la climatizzazione delle aule, pur volenterosamente intrapresa da parecchi istituti, si colloca entro una diffusa fatiscenza degli edifici scolastici. Vi ricordate la famosa Buona Scuola di Renzi, unica riforma sensata del sistema in tempi recenti e, come tale, osteggiata da tutti, dirigenti, docenti, alunni, genitori, sindacati, passanti? La retorica condivisa, all’epoca, recitava che fosse uno spreco assumere nuovi insegnanti se nei bagni mancava la carta igienica. Di là dalla comparazione poco lusinghiera per le funzioni del personale docente, il dato di fatto resta: molte scuole si sono date da fare con ristrutturazioni anche corpose, senza che per questo non continui a mancare la carta igienica.
Figuriamoci allora i condizionatori. Contro i quali, giova ricordarlo, il sistema scuola aveva protestato con vigore ai tempi dei Fridays for Future: fra 2018 e 2019 numerosi istituti avevano addirittura avallato le assenze settimanali degli alunni emuli di Greta Thunberg, benché poco lungimiranti, affinché manifestassero contro l’utilizzo della plastica (che di lì a poco sarebbe tornata piuttosto utile per le mascherine anti-Covid) e i consumi elettrici elevati (leggasi, appunto, condizionatori). Poiché vige la regola per cui a una petizione corrisponde sempre una petizione contraria, sarei curioso di vedere quanti fra chi protestava ieri contro i condizionatori degli altri protesta oggi a favore della loro installazione per sé, oppure in quanti allora non andavano a scuola nei venerdì apprezzabilmente ventilati, per frenare l’apocalisse climatica, e adesso vogliono tenere le scuole chiuse per tre settimane in più perché l’apocalisse climatica non è stata frenata dal loro assentarsi.
Gli insegnanti dei più grandicelli sanno inoltre che una scena classica dell’inverno a scuola è costituita dal rappresentante d’istituto che circola per le aule con un termometro da passeggio, onde verificare che la temperatura in ciascun ambiente raggiunga il minimo necessario allo svolgimento delle lezioni. Gli impianti di riscaldamento sono infatti sovente obsoleti, mentre gli spifferi non passano mai di moda, e, quando il freddo è inaccettabile, gli alunni devono tornarsene a casa (con somma gioia dei genitori, deduco, che li vogliono ovunque tranne lì). Se andiamo verso un futuro di temperature estreme, un futuro già iniziato, rinviare l’apertura della scuola perché fa troppo caldo potrebbe comportare un’automatica dilatazione delle vacanze invernali perché fa troppo freddo, in barba ai duecentoquindici giorni di lezione previsti dalla normativa.
Come se ne esce? Non si sa. L’impressione è che il problema sia a monte e che, prima di assicurare una temperatura adeguata in ogni aula, ci si debba chiedere cosa si va a fare a scuola, perché si deve stare lì a sudare o a battere i denti. Anche al riguardo vigono due regole tipicamente italiane, ovviamente incongruenti: la prima è che a scuola conti soprattutto la presenza fisica, in termini di numero di giorni di lezione, di monte ore dei docenti, di disponibilità trascorse in aula professori a fissare il vuoto, di supina acquiescenza a mortiferi monologhi spacciati per educazione civica o corsi di aggiornamento; l’altra è che questa presenza dev’essere il più breve possibile, poiché le lezioni durano solo mezza giornata per nove mesi, e non di rado le scuole restano edifici fantasma per ore, giorni, settimane. È evidente che, se il clima esplode, deve esplodere anche la scuola: ad esempio, garantendo una turnazione delle lezioni nelle aule climatizzate in diverse fasce orarie; oppure sfruttando le ore più fresche (pazienza se non sono comode per i genitori: devono rassegnarsi all’idea che la scuola serva ai figli, non a loro); utilizzando il più possibile la didattica a distanza quando non è strettamente richiesta la partecipazione dal vivo; modulando gli orari sugli effettivi bisogni didattici dei singoli alunni e non a scaglioni di classi prive di uniformità e coerenza; portando gli alunni, extrema ratio, a fare lezione in luoghi freschi coerenti con ciò che di volta in volta si deve insegnare – i musei, i centri commerciali, i giardini pubblici.
Certo, bisogna tener presente che con queste proposte si perdono le elezioni, mentre lamentandosi del caldo e del freddo senza combinare nulla in concreto è più facile vincerle (altra coppia made in Italy di regole contraddittorie: tutti si lamentano sempre di tutto; se qualcuno cerca di cambiare qualcosa, è fottuto). Ma, se non volete limitarvi a perdere le elezioni e preferite perderle male in modo spettacolare, vi consiglio di proporre di lavorare su un cavillo dell’articolo 12 della famosa legge 517/1977. Modificando la data d’inizio dell’anno scolastico, il testo sottolineava altresì che “gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile”. Poiché il lavoro e la produttività promuovono senza dubbio la cultura, la società e la civiltà, si può proporre a degli enti privati di convenzionarsi per l’utilizzo di edifici e attrezzature scolastiche per gli eventi e le attività che reputino opportuni, dietro finanziamento di rifacimenti strutturali di cui riconoscere espressamente la paternità; i condizionatori funzionano lo stesso, quando hanno scritto sopra il nome di uno sponsor o di un benefattore. Sarebbe la soluzione immediata a ogni problema. Non verrà adottata mai.