Scuola
schermi e lezioni •
Rai Scuola e quella tv che non può più insegnare nulla
Abituati a una televisione che mente o illude, gli spettatori hanno spostato il baricentro delle loro credenze su altri mezzi. E il piccolo schermo non è più reputato pietra di paragone della verità, con grave danno per l’acquisizione del sapere

Foto Lapresse
Partiamo da un aneddoto, anzi da un episodio esemplare che rischia di avere venature edificanti. Tempo fa un mio alunno, che da sempre se la cavava galleggiando attorno alla sufficienza, tutt’a un tratto aveva risposto a una verifica sull’illuminismo in modo ben strutturato e molto preciso. Interrogato sullo stesso argomento qualche settimana dopo, aveva dimostrato di conoscerlo in modo piuttosto approfondito, e sicuramente molto meglio degli altri argomenti in programma per la stessa interrogazione o nel corso dell’anno scolastico. Cos’era successo? Lungi dall’avere evocato in una seduta spiritica il fantasma di Franco Venturi, il ragazzo in questione aveva studiato l’illuminismo su dei video da dieci minuti l’uno che avevo caricato su YouTube ai tempi del Covid. Il risultato paradossale era dunque stato che lo stesso argomento, spiegato dalla stessa persona, risultava più efficace attraverso uno schermo che dal vivo.
Ho pensato a questa circostanza apprendendo della prossima chiusura di Rai Scuola, che sul canale 57 del digitale terrestre verrà sostituito da un contenitore di eccellenze nostrane e sagre di paese. Al riguardo, in modo molto informato e del tutto condivisibile, si è espresso sul Foglio Enrico Bucci, al cui articolo non ho nulla da aggiungere. Ferma restando l’inopportunità di chiudere Rai Scuola, mi preme piuttosto, pensando ai numerosi casi simili a quello del mio alunno, chiedermi se davvero oggi la tv sia un veicolo utile all’apprendimento se non, addirittura, il modo ideale di raggiungere un vasto pubblico potenzialmente – e magari inconsapevolmente – desideroso di imparare qualcosa.
L’alunno del quale vi ho raccontato non conosceva l’illuminismo talmente bene da sapere anche che proprio nel Settecento, per la prima volta, alcuni pedagoghi iniziarono a propinare contenuti ai discenti tramite delle tavole illustrate che però, anziché essere come d’abitudine rilegate in un libro, venivano infilate in una scatola cubiforme tale da fornire una sorta di cornice multipla. Senza saperlo, quei pedagoghi avevano inventato la tv educational, avendo intuito due cose: che l’attenzione viene richiamata maggiormente da uno schermo (in senso lato) in grado di ritagliare i contenuti separandoli dal resto del mondo; che la noia delle lezioni viene combattuta attraverso un saggio utilizzo dell’inusuale e della varietà.
Rai Scuola ha ottemperato alla prima di queste impellenze da ben prima che si chiamasse Rai Scuola. Senza andare a scomodare “Non è mai troppo tardi”, con cui il maestro Manzi tentò di alfabetizzare masse italiane ancora in difficoltà a leggere, scrivere e far di conto; tralasciando anche il suo predecessore “Telescuola”, che nel 1958 partì con l’ambizioso progetto di fornire corsi di completamento degli studi a chi abitava in località prive di istituti superiori, basta ricordare che negli anni Novanta le nottate della Rai facevano concorrenza ai nastri scollacciati delle reti locali a colpi di lezioni frontali di trigonometria o di geografia storica del mondo antico – bisogna riconoscere che a posteriori è difficile comprendere se l’obiettivo fosse di tenere sveglia la popolazione o di fornire un efficace antidoto all’insonnia. C’era però addirittura chi registrava le lezioni nottetempo e si riguardava le videocassette al pomeriggio o alla sera dopo, in un rudimentale tentativo di video-podcast che sopperiva alla materiale possibilità di seguire quelle stesse lezioni in un’aula universitaria.
Il grande pregio di Rai Scuola è stato dunque di garantire ai contenuti libreschi una cornice, un’oasi di apprendimento che prima si discostava da un contesto carente in stimoli (la mancanza di istituti superiori cui sopperiva l’antica Telescuola) e ora invece consentirebbe di ripararsi da un contesto in cui gli stimoli sono eccessivi, concentrandosi per un quarto d’ora o mezz’oretta su un argomento di proprio interesse, senza venire distratti dalle notifiche continue o dal superlavoro cui i genitori costringono i propri figli nel timore che crescano senza hobby. Ciò in cui invece la rete ha in parte difettato è forse l’altro aspetto, quello di combattere la noia con la novità, come facevano i pedagoghi settecenteschi girando il cubo; non per colpa della qualità scientifica delle trasmissioni, ma a causa dell’intrinseca struttura del mezzo di comunicazione.
La tv è stata la principale fonte di informazione per le masse grossomodo dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Novanta. Non mi riferisco solo ai notiziari; intendo proprio la trasmissione di informazioni implicite che riguardano la loquela, il comportamento, il vestiario. “L’ha detto la tv” era l’asserzione tramite cui veniva comprovato lo status veritativo di qualcosa: se con l’intrattenimento la tv assicurava agli spettatori che si sarebbero divertiti, se con un film assicurava loro che avrebbero visto esattamente ciò che era passato al cinema, se col tg assicurava loro che avrebbero assistito in prima fila agli avvenimenti in divenire, allo stesso modo, con i programmi educational, veicolava loro un sapere certificato, solido e, per sommi capi, necessario. Il successo di Rai Scuola e di iniziative simili andava infatti misurato in questi termini di credibilità, e non di audience fatalmente scarna.
A essere cambiato è oramai lo status veritativo. Abituati a una tv che mente o illude, gli spettatori hanno spostato il baricentro delle loro credenze su altri mezzi di comunicazione; ciò non significa che siano più affidabili della tv, come dimostra il fatto che in molti si bevano notizie inventate e diano credito a immagini posticce, ma che la tv non viene più reputata pietra di paragone della verità, con grave danno per l’acquisizione del sapere. Una tv di cui non ci si fida è una tv che non può insegnare nulla. Peggio, è un mezzo che tedia, poiché, essendo stato scalzato da altre forme di comunicazione, ha perso l’iniziale tocco di inusuale e di varietà, finendo per sortire lo stesso effetto – deleterio, in Italia – dei soliti libri. Il risultato è che, adesso, suggerire a qualcuno di guardare una trasmissione tv per imparare qualcosa equivale a dire al mio succitato alunno di smettere di guardare i miei video e ascoltare la mia lezione dal vivo. In cui dico le stesse identiche cose, ma sono noiosissimo.
