L'addio a Rai Scuola e quell'idea di servizio pubblico che passa per territori e prodotti tipici

Il canale viene soppresso nel momento in cui gli ascolti degli ultimi anni sono fra i migliori della sua storia. Al suo posto ci sarà la nuova rete "Italiana": dalla scuola alle sagre della salsiccia, sullo stesso numero del telecomando

25 AGO 26
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Foto ANSA

Dal 1° ottobre Rai Scuola chiuderà e sul canale 57 del digitale terrestre comincerà a trasmettere "Italiana", la nuova rete che la Rai dedica al racconto dei territori, delle loro produzioni e delle manifestazioni nazionali. La decisione potrebbe sembrare uno dei molti riassetti di palinsesto attraverso i quali un'azienda televisiva cerca periodicamente un pubblico diverso. In questo caso, però, l'azienda è il servizio pubblico, il canale sacrificato si chiama Rai Scuola e i numeri disponibili raccontano una storia che rende difficile attribuire la sua soppressione alla risposta degli spettatori.
Per molti anni Rai Scuola ha avuto ascolti minuscoli. Tra il 2015 e il 2021 il suo share medio si è mantenuto generalmente fra lo 0,01 e lo 0,03 per cento, poi nel 2022 è cominciata una crescita che nel 2023 ha portato la media annuale allo 0,13 per cento e nel 2024 allo 0,14, mentre nel 2025 il canale ha conservato lo 0,13. La modifica introdotta da Auditel nel calcolo dello share nel maggio 2022 impone prudenza nel confronto con gli anni precedenti, ma non spiega l'ulteriore crescita avvenuta nel 2023, quando il nuovo criterio era già in vigore, e soprattutto non cancella il fatto che per tre anni Rai Scuola abbia mantenuto ascolti molto superiori a quelli della propria storia precedente. Nel 2026 si osserva una flessione, con valori intorno allo 0,10 per cento nei primi mesi, mentre a giugno lo share è tornato allo 0,14.
Sono percentuali che, isolate dal loro contesto, consentono facilmente di liquidare Rai Scuola come un canale che non guarda nessuno. Uno share dello 0,14 per cento corrisponde a circa dodicimila-tredicimila persone presenti mediamente sul canale in ogni minuto della giornata. Poiché gli spettatori si avvicendano, il numero di individui diversi raggiunti quotidianamente è molto più alto: i dati storici Rai mostrano che già nel 2016, quando Rai Scuola aveva ascolti enormemente inferiori, il canale raggiungeva 176 mila persone al giorno. Con gli ascolti del 2024, la platea quotidiana può ragionevolmente collocarsi nell'ordine di parecchie centinaia di migliaia e, a seconda della permanenza media, anche attorno al milione.
La Rai dispone inoltre di un'altra misura, forse ancora più pertinente alla missione di un servizio pubblico. Nel Qualitel 2024 Rai Scuola otteneva 8,0 come gradimento complessivo del canale televisivo, seconda fra le reti tematiche dietro Rai Storia; nell'offerta digitale raggiungeva 8,1, alla pari con RaiPlay e al vertice delle proprietà digitali considerate. La stessa ricerca attribuiva ai programmi di cultura ed educational delle reti generaliste il punteggio medio più alto, 8,2. Sono dati prodotti dalla Rai stessa, attraverso una rilevazione condotta su 25 mila persone, e descrivono un pubblico che attribuisce un valore elevato proprio al genere di contenuti che il servizio pubblico ha deciso di sacrificare (Ufficio Stampa RAI).
Si potrebbe comprendere la scelta se al posto di Rai Scuola fosse stata progettata una funzione pubblica ritenuta ancora più urgente. Il comunicato con cui la Rai presenta il nuovo canale conduce in una direzione diversa. "Italiana" nasce dal "successo consolidato" del racconto del territorio e dall'esperienza di "Linea Verde"; partirà con un'offerta di programmi già trasmessi e dal trimestre successivo aggiungerà rimontaggi, nuove produzioni e dirette dalle principali manifestazioni nazionali pertinenti ai temi del canale. L'obiettivo dichiarato consiste nel raccontare l'identità italiana attraverso i territori (Ufficio Stampa RAI).
Il problema risiede precisamente nella scelta delle priorità che emerge da questa sostituzione. Il territorio italiano è già uno degli oggetti più frequentati dalla televisione pubblica, attraverso programmi dedicati ai borghi, alla cucina, all'agricoltura, al turismo e alle produzioni locali, mentre la stessa Rai indica "Linea Verde" come matrice del nuovo progetto. La scuola possiede uno spazio televisivo assai più raro, nel quale una lezione di matematica, un esperimento di fisica, la storia della letteratura o una spiegazione di biologia possono essere costruiti senza dover competere con le esigenze dell'intrattenimento generalista. Sul sito di Rai Scuola sono disponibili migliaia di lezioni organizzate in più di trenta materie e oltre ottanta sottocategorie, insieme a percorsi umanistici, laboratori scientifici e approfondimenti (Rai Scuola).
È difficile riconoscere in questa trasformazione un allargamento del servizio pubblico, perché si prende una funzione scarsamente sostituibile e la si scambia con una funzione della quale l'offerta televisiva è già abbondante. Una televisione pubblica ha certamente il compito di raccontare il paese e può farlo anche attraverso le sue tradizioni alimentari e le feste locali; quando per ottenere altro spazio destinato a questo racconto elimina il proprio canale scolastico, sta però stabilendo una gerarchia culturale molto precisa. La conoscenza disciplinare perde una sede dedicata, mentre acquista una rete intera quella rappresentazione dell'Italia che passa attraverso territori, prodotti tipici e manifestazioni.
La questione diventa ancora più seria considerando ciò che sta accadendo alla scuola italiana. Da anni le rilevazioni nazionali e internazionali documentano difficoltà nelle competenze fondamentali e profonde differenze territoriali; contemporaneamente, la circolazione pubblica della conoscenza scientifica deve confrontarsi con un ambiente informativo nel quale contenuti privi di qualsiasi controllo possono raggiungere milioni di persone. In una situazione del genere sarebbe ragionevole chiedersi come rafforzare un'infrastruttura pubblica dedicata all'istruzione, come collegarla meglio alla scuola reale e come trasformare la crescita degli ascolti degli ultimi anni in una platea ancora più ampia. La Rai ha scelto di spegnere quella infrastruttura televisiva.
Naturalmente i contenuti di Rai Scuola potranno sopravvivere in rete, e una parte del patrimonio potrà essere conservata su RaiPlay. Una biblioteca digitale svolge però una funzione diversa da un canale lineare, che rende visibile un'offerta, consente l'incontro casuale con un contenuto e soprattutto afferma, attraverso l'occupazione di uno spazio pubblico, che l'educazione merita una presenza riconoscibile nel sistema televisivo nazionale. Trasferire un archivio sul web conserva dei programmi; chiudere il canale elimina quella presenza.
Resta infine un dato che dovrebbe rendere questa decisione particolarmente imbarazzante: Rai Scuola viene soppressa nel momento in cui gli ascolti degli ultimi anni sono fra i migliori della sua storia e le rilevazioni qualitative della stessa Rai mostrano un gradimento molto alto. Non è dunque il pubblico ad aver decretato l'inutilità di Rai Scuola. È la Rai ad avere deciso che quello spazio può essere impiegato meglio per un'altra idea di servizio pubblico.
Dal primo ottobre, al posto di un canale che porta la scuola in televisione, ne avremo uno costruito intorno al racconto identitario dei territori, con programmi provenienti inizialmente dagli archivi del daytime e, in seguito, dirette dalle manifestazioni nazionali. Fra queste ci saranno certamente iniziative culturali degnissime, insieme a quell'universo di fiere, prodotti locali e feste gastronomiche che costituisce ormai un genere televisivo nazionale. È una scelta che possiede almeno il pregio della chiarezza: in un paese nel quale sarebbe difficile sostenere che vi sia un eccesso di istruzione, il servizio pubblico ha trovato uno spazio televisivo da sottrarre alla scuola per dedicarlo al territorio. Dalla scuola alle sagre della salsiccia, sullo stesso numero del telecomando.