Scienza
L'analisi •
Per governare il caldo servono meno regole (ma efficaci) e più ricerca
Il clima cambia, ma la capacità delle società di adattarsi è cresciuta enormemente: meno allarmismi e più realismo per capire cosa funziona davvero. Tra prezzi del carbonio, innovazione e investimenti, la ricetta passa da meno burocrazia e più ricerca
19 AGO 26

Foto Ansa
Nel suo articolo di lunedì Enrico Bucci descrive con grande chiarezza le potenzialità e i limiti dell'adattamento climatico. L'accento è posto in particolare sulla velocità del cambiamento: riuscirà la nostra ingegnosità a correre più rapidamente degli impatti? Al riguardo si può sottolineare come, finora, siano gli uomini ad avere in mano la partita. Le nostre emissioni hanno fatto aumentare la temperatura del pianeta e hanno reso più frequenti alcuni fenomeni estremi. Ma, in parallelo, abbiamo costruito società molto più resilienti di quelle del passato. Probabilmente i più non lo sanno, ma la mortalità per i disastri meteorologici è oggi di gran lunga inferiore a quella di cinquanta o cento anni fa. Essa è fortemente correlata con il reddito: i paesi ricchi sono – come per i terremoti – mediamente molto più sicuri di quelli poveri, ma il divario tra i due gruppi si è ridotto nel tempo. E, se consideriamo l'aspetto strettamente economico, sappiamo che dagli anni Novanta dello scorso secolo a oggi l'ammontare dei danni diretti dei disastri rapportato al pil (l'analogo del rapporto debito/pil) è rimasto invariato, intorno allo 0,2 per cento. Di questa quota una parte, verosimilmente minoritaria, è riconducibile al cambiamento climatico. Un recente articolo scientifico mostra come, grazie alle politiche di adattamento, nell'Ue sia la mortalità (pari a 1 su 10 milioni di persone nel decennio 2011-2020) sia l'impatto economico delle alluvioni siano stati molto ridimensionati dal 1950 al 2020.
Cattivi scienziati
Il cambiamento climatico è rilevante per il nostro benessere, ma la crescita economica e l'accrescimento delle conoscenze scientifiche lo sono stati incomparabilmente di più. Certo, i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri e, ci dicono gli esperti, il cambiamento è un fenomeno non lineare. D'altro canto, gli stessi scienziati ci dicono che sono inverosimili gli scenari peggiori che fino a poco tempo fa (e da alcuni ancora oggi) venivano presentati come l'esito del business as usual. Con il passare del tempo la realtà si allontana sempre più sia dai "negazionisti" sia dagli "apocalittici".
Per quanto si possa essere fiduciosi sulle nostre capacità di adattarci, puntare tutte le nostre carte su questa opzione non è però la scelta ottimale. Occorre anche ridurre le emissioni. E, come scrive Bucci, la strada maestra nel medio-lungo termine è quella di rendere l'energia decarbonizzata più conveniente di quella prodotta da fonti fossili e di abbassare i costi della cattura della CO2₂. Investire di più in ricerca di base è saggio, pur sapendo che i benefici maggiori saranno per chi verrà dopo di noi e che, comunque, ha in eredità un mondo molto migliore di quello che noi abbiamo ricevuto.
Poco sagge sono invece molte politiche adottate dall'Ue perché, nell'accavallarsi di regole sempre più minuziose, ignorano l'aspetto dei costi e, in questo modo, rendono assai più problematica la necessaria acquisizione del consenso.
Dare un prezzo al carbonio, trasferendo alle persone più povere gli introiti e/o destinandoli a ridurre le emissioni a costi molto più bassi fuori dall'Ue, sarebbe la politica più efficiente e più equa. Lo possiamo comprendere bene con riferimento alla benzina. Scrive Bucci che: "Un litro di benzina non bruciato evita le emissioni associate a quel litro". Questo è, però, solo un lato della medaglia. L'altro, che quasi sempre passa inosservato, è che per ogni litro di benzina non bruciato lo stato perde circa un euro, che equivale a 400 € per ogni tonnellata di CO₂ non emessa. E' un pessimo affare perché con una frazione di quella cifra (senza neppure considerare le altre forme di tassazione dell'auto) si potrebbe abbattere un'identica tonnellata di anidride carbonica, rendendo così fin da subito il settore del trasporto carbon neutral. Sono parimenti male investite le ingenti risorse che l'Ue intende destinare a investimenti ferroviari che non avranno alcun effetto apprezzabile sulla decarbonizzazione. Meno traversine, meno (e migliori) regole e più ricerca è la ricetta da seguire.
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