La sfida del cambiamento climatico non è solo tecnologica, è politica

L’adattamento del nostro fenotipo esteso è una corsa fra due velocità: quella con cui l’ambiente cambia e quella con cui riusciamo a prevedere il cambiamento e a materializzare nel mondo una risposta. Seconda puntata

18 AGO 26
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Fra il mio primo articolo sull’adattamento climatico e il seguito che avevo promesso si è inserito, su queste pagine, Giulio Boccaletti con il suo pezzo "Come governare il gran caldo" . La circostanza è utile, considerato il profilo di Boccaletti e la competenza con cui da anni si occupa dei rapporti fra acqua, infrastrutture, sviluppo economico e cambiamento climatico. Nel suo articolo compaiono molte delle cose che dovremo effettivamente fare: trasformare le città in funzione di temperature diverse da quelle per le quali sono state costruite, rendere più robuste le reti da cui dipendiamo, organizzare l’uso dell’acqua tenendo conto di una disponibilità destinata a diventare più problematica, preparare l’agricoltura e rafforzare la capacità dello Stato di intervenire sul territorio. Il suo ragionamento permette soprattutto di mettere a fuoco il punto dal quale conviene riprendere il discorso sull’adattamento.
Nel primo articolo avevo ricordato che l’adattamento, nel significato darwiniano del termine, descrive un risultato che può essere raggiunto attraverso la selezione. Gli individui differiscono per la capacità di sopravvivere e riprodursi in un certo ambiente; le varianti che conferiscono un vantaggio aumentano di frequenza e, guardando la popolazione dopo molte generazioni, diciamo che essa si è adattata. Per gli individui che sono scomparsi lungo il percorso questo risultato collettivo ha naturalmente un significato assai diverso. Noi possediamo una possibilità ulteriore, che dipende da una caratteristica decisiva della nostra specie: sappiamo rappresentarci condizioni che ancora non esistono e possiamo intervenire prima che esse si realizzino. La nostra capacità adattativa risiede inoltre in misura enorme fuori dal corpo, nel fenotipo esteso costituito dalle case che abitiamo, dalle macchine che usiamo e dall’organizzazione collettiva che mantiene in funzione tutto questo. La previsione permette di modificare tale fenotipo in anticipo. Possiamo progettare una rete elettrica per temperature che non abbiamo ancora sperimentato, cambiare le colture prima che il regime delle precipitazioni renda inadatte quelle tradizionali, trasformare una città sulla base di ciò che prevediamo accadrà fra venti o trent’anni. E' questo, in fondo, il presupposto delle soluzioni indicate da Boccaletti: conosciamo abbastanza bene la direzione del cambiamento da poter cominciare a costruire l’ambiente artificiale nel quale riusciremo a sopportarlo.
Qui compare la prima difficoltà, e riguarda la natura stessa del cambiamento al quale intendiamo adattarci.
Parlare di aumento della temperatura media è indispensabile per descrivere la dinamica energetica del sistema climatico e rischia, nel discorso corrente, di suggerire l’immagine di un mondo uguale a quello presente, con qualche grado in più. Ciò che attraversiamo ha una struttura più complessa. Cambiano le distribuzioni degli estremi e i regimi delle precipitazioni; eventi diversi possono combinarsi in modi la cui rilevanza dipende anche dalla struttura delle società che incontrano. Gli effetti si propagano attraverso sistemi naturali e artificiali strettamente connessi, per cui un’ondata di calore incide sulla salute e contemporaneamente sulla rete elettrica attraverso il picco della domanda, mentre una siccità può modificare la disponibilità di acqua al punto da imporre scelte fra usi agricoli, industriali e civili. La scienza del clima dedica ormai una parte importante della propria attenzione proprio agli eventi composti e ai rischi a cascata. Il termine "caos", nel significato ordinario della parola, descrive abbastanza bene l’esperienza sociale che può derivarne, purché non gli si attribuisca il significato tecnico che possiede nella teoria dei sistemi dinamici. La questione decisiva è la non stazionarietà. Finché continuiamo ad accrescere il forcing climatico, l’ambiente al quale vorremmo adattarci continua a cambiare durante il tempo necessario per prevedere, progettare e costruire il nostro adattamento. Non conosciamo oggi una configurazione climatica finale alla quale predisporre ordinatamente città, agricoltura e infrastrutture, perché quella configurazione dipenderà anche dalla quantità di gas serra che continueremo a immettere nell’atmosfera e dalla durata di quel processo.
Giornate di caldo record in Italia (FotoLaPresse)
Giornate di caldo record in Italia, Milano (Italy) July 8, 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse)

Record-breaking heatwave in Italy, Milan (Italy), 8 July 2026 (Photo: Claudio Furlan/LaPresse)
Qui il paragone proposto da Boccaletti con luoghi che già vivono in condizioni più calde o più aride delle nostre perde una parte importante della propria forza. Il fatto che società complesse funzionino in Arizona o in Giordania dimostra che una società complessa può organizzarsi entro certe condizioni climatiche. Un sistema che ha avuto tempo di costruire la propria organizzazione dentro un determinato regime ambientale affronta un problema diverso da quello di una società che deve trasformare infrastrutture nate per un clima mentre quel clima continua a spostarsi. La nostra capacità previsionale introduce quindi una condizione precisa: il futuro deve cambiare abbastanza lentamente perché ciò che prevediamo conservi valore durante il tempo richiesto dalla risposta. Una grande infrastruttura progettata oggi sarà completata fra anni e dovrà funzionare per decenni. Se le condizioni rispetto alle quali è stata dimensionata mutano troppo rapidamente, una parte dell’investimento adattativo arriva in un ambiente diverso da quello per il quale era stato concepito. Può accadere che una soluzione efficace nel breve periodo produca una vulnerabilità successiva, attraverso quel fenomeno che la letteratura sul clima chiama maladaptation. L’adattamento del nostro fenotipo esteso è dunque una corsa fra due velocità: quella con cui l’ambiente cambia e quella con cui riusciamo a prevedere il cambiamento e a materializzare nel mondo una risposta. La tecnologia ci concede un vantaggio straordinario finché questa seconda velocità rimane sufficiente. La sua efficacia diminuisce quando il bersaglio si sposta durante il tempo necessario a raggiungerlo.
E' a questo punto che la riduzione delle emissioni assume un significato che va oltre la consueta distinzione fra mitigazione e adattamento. Ridurre il forcing serve a rendere possibile l’adattamento stesso, rallentando lo spostamento dell’ambiente fino a consentire alla previsione di conservare valore. Per la CO2 la relazione fondamentale è nota: il riscaldamento globale si stabilizza quando le emissioni nette raggiungono lo zero; nei percorsi che comportano un superamento temporaneo della temperatura desiderata, emissioni nette negative permettono successivamente di ridurre la concentrazione atmosferica di CO2. La rimozione del carbonio entra inoltre necessariamente nel bilancio quando rimangono emissioni difficili da eliminare.
Dire che occorre arrivare a emissioni nette zero lascia aperta, però, la parte più importante della questione politica e tecnologica: come arrivarci. La risposta non può consistere semplicemente nel rendere progressivamente più costoso emettere, aspettando che il prezzo modifichi da solo il comportamento di imprese e cittadini. Un sistema di questo genere può essere economicamente efficiente in molti contesti e produce un problema distributivo evidente quando l’emissione diventa, in pratica, qualcosa che si può continuare a comprare. Il costo necessario a percorrere cento chilometri o a riscaldare una casa incide in modo molto diverso sul bilancio di famiglie con redditi diversi; per chi dispone di grandi risorse, un prezzo più elevato può ridursi a un costo aggiuntivo che lascia quasi invariato il comportamento. La politica climatica rischia così di trasformare una limitazione fisica che riguarda tutti in un diritto d’uso dell’atmosfera distribuito secondo la capacità di pagare. Il prezzo del carbonio conserva una funzione utile quando viene inserito in un sistema nel quale esistano alternative accessibili e il gettito venga utilizzato anche per impedire che la transizione gravi soprattutto sui redditi più bassi. Gli studi dell’OCSE mostrano che la restituzione dei proventi alle famiglie può attenuare in misura considerevole gli effetti regressivi, mentre il risultato distributivo cambia fortemente secondo il modo in cui quelle risorse vengono impiegate. La questione diventa quindi quella di modificare il sistema produttivo abbastanza rapidamente da rendere l’opzione a basse emissioni disponibile per tutti, così che la riduzione del carbonio dipenda sempre meno dalla rinuncia individuale acquistata attraverso il prezzo.
Questo sposta una parte decisiva dello sforzo verso la tecnologia. Esistono emissioni che sappiamo già evitare con tecnologie mature e che continuiamo a produrre per ragioni economiche, regolatorie o organizzative. Il metano offre un esempio particolarmente chiaro: nel settore dei combustibili fossili una larga parte delle emissioni può già essere eliminata intervenendo sulle perdite, recuperando flussi che oggi vengono dispersi e modificando apparecchiature esistenti; l’Agenzia internazionale dell’energia stima che circa il 70 per cento delle emissioni di metano legate ai combustibili fossili sia tecnicamente abbattibile con tecnologie disponibili, con una quota importante il cui valore economico recuperato compensa direttamente il costo dell’intervento. Una politica razionale dovrebbe cominciare da qui, perché ogni tonnellata che sappiamo evitare senza attendere nuove invenzioni riduce immediatamente la velocità con cui spostiamo il bersaglio.
Caldo in centro a Milano (Foto LaPresse)
Caldo in centro a Milano
Milano - Italia - Cronaca
Mercoledì, 05 Agosto, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse)


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Wednesday, 05 August, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)
Esiste poi la parte del problema per la quale le tecnologie disponibili hanno ancora costi troppo elevati oppure non hanno raggiunto la scala richiesta. Qui la ricerca deve diventare una priorità politica immediata. Occorre abbassare drasticamente il costo della cattura della CO2 nei processi industriali nei quali essa viene prodotta in forma concentrata e sviluppare modalità affidabili per immagazzinarla a lungo; occorre migliorare la cattura diretta dall’aria, che oggi rimane costosa e viene utilizzata a una scala minuscola rispetto alle emissioni globali; occorre sviluppare processi capaci di incorporare stabilmente il carbonio in materiali o di riciclarlo dentro cicli produttivi che riducano il ricorso a nuovo carbonio fossile. L’IEA considera la cattura e lo stoccaggio rilevanti soprattutto per settori industriali difficili da decarbonizzare e sottolinea quanto la rimozione diretta dall’atmosfera abbia ancora bisogno di innovazione per scendere di costo; le National Academies indicano da anni proprio nella ricerca necessaria a portare le tecnologie di rimozione su larga scala uno dei grandi programmi scientifici ancora incompiuti. In questo quadro, il passaggio decisivo non è solo quello di rendere possibili singole soluzioni, ma di farle evolvere fino al punto in cui possano operare come infrastrutture globali, integrate nei sistemi energetici e industriali esistenti.
Quando il carbonio viene incorporato in un materiale che lo trattiene stabilmente, l’effetto può durare a lungo; quando viene trasformato in un combustibile destinato a essere nuovamente bruciato, il vantaggio consiste soprattutto nell’evitare l’estrazione di altro carbonio fossile e dipende dall’intero ciclo energetico utilizzato per produrre quel combustibile. La permanenza del carbonio fuori dall’atmosfera determina quindi una parte essenziale del beneficio climatico. Questa distinzione indica anche dove dovrebbe concentrarsi una parte assai maggiore del finanziamento pubblico alla ricerca. Se il limite fondamentale dell’adattamento tecnologico sta nella velocità con cui riusciamo a modificare il nostro fenotipo esteso rispetto alla velocità con cui modifichiamo il clima, ogni tecnologia che riduca rapidamente le emissioni oppure sottragga stabilmente gas serra all’atmosfera interviene direttamente su quel rapporto. La ricerca sulla cattura, sull’abbattimento e sulla rimozione dovrebbe perciò ricevere, a partire da domani, una priorità comparabile a quella che in altri momenti storici abbiamo attribuito a programmi scientifici considerati strategici per la sicurezza collettiva. Il risultato ricercato è molto concreto: portare entro tempi brevi tecnologie ancora costose alla soglia alla quale milioni di impianti e interi sistemi economici possano adottarle senza trasformare la protezione del clima in un privilegio dei paesi e degli individui più ricchi.
E' qui che il tecnottimismo può acquistare un significato legittimo. La fiducia nella tecnologia ha senso quando diventa un programma deliberato per accelerare la tecnologia abbastanza da cambiare la traiettoria del sistema. Una fiducia fondata sull’idea che le soluzioni arriveranno spontaneamente quando il prezzo del danno sarà abbastanza alto assume che il tempo necessario all’innovazione rimanga inferiore al tempo disponibile. Proprio questa assunzione è ciò che il cambiamento climatico rende incerto. Le misure di adattamento indicate da Boccaletti conservano in questo quadro tutto il loro valore. Servono perché una parte del cambiamento è già avvenuta e un’altra parte deriva da processi ormai avviati. La loro funzione è proteggerci durante la transizione e ridurre i danni che non possiamo più evitare. La possibilità di affidare loro l’intera risposta dipende dall’ipotesi che la nostra capacità tecnica e organizzativa riesca a inseguire per un tempo indefinito una perturbazione che continuiamo contemporaneamente ad alimentare. Una politica che investa con la stessa urgenza nel rallentamento della perturbazione cambia i termini della corsa, perché concede tempo allo stesso adattamento di cui Boccaletti descrive così bene la necessità. A questo limite fisico e tecnologico se ne aggiunge uno politico, derivante dai tempi sui quali funzionano le democrazie. Un governo deve ottenere consenso entro pochi anni, e la possibilità di sostituirlo attraverso le elezioni costituisce una condizione essenziale dell’alternanza democratica. La selezione politica agisce quindi su un orizzonte temporale breve, nel quale acquistano grande peso i costi immediatamente percepibili e i vantaggi che possono essere mostrati prima della consultazione successiva. Le politiche climatiche richiedono una continuità di tutt’altra scala temporale. Le decisioni prese oggi sulla produzione di energia o sulla struttura delle reti dispiegano i propri effetti per decenni; la ricerca sulle tecnologie di cattura che finanziamo oggi può diventare industrialmente decisiva quando i governi che l’hanno finanziata saranno un ricordo. La trasformazione necessaria deve quindi attraversare maggioranze diverse senza perdere continuamente la direzione. Una politica climatica costruita in modo da dipendere dalla sopravvivenza di una singola parte politica possiede una fragilità evidente, perché ogni alternanza può trasformare la discontinuità in una fonte immediata di consenso.
La distribuzione dei costi entra nello stesso problema. Una transizione che chieda a chi possiede meno di modificare radicalmente il proprio comportamento mentre consente a chi possiede di più di continuare a emettere pagando un sovrapprezzo crea un incentivo politico potentissimo contro se stessa. Il problema di equità acquista così una conseguenza molto pratica: una politica climatica percepita come un sistema nel quale il sacrificio viene imposto secondo il reddito che manca difficilmente sopravvive abbastanza a lungo da produrre i risultati per cui era stata concepita. La redistribuzione del costo e l’accessibilità delle alternative a basse emissioni fanno parte della stabilità temporale della politica climatica. Questa tensione fra tempi politici e tempi climatici acquista un significato particolare se la si guarda con la stessa lente evolutiva da cui siamo partiti. Anche la competizione politica possiede una propria fitness. Programmi, leader e partiti sopravvivono quando raccolgono voti. Se l’attenzione al clima riduce sistematicamente la probabilità di essere eletti, la competizione tenderà a selezionare chi promette di ridurne il peso. Quando gli elettori attribuiscono valore alla continuità di una politica climatica e giudicano anche la sua equità, cambia il paesaggio nel quale avviene quella competizione. L’alternanza rimane intatta e si svolge entro una condizione ulteriore: chi aspira a governare deve dimostrare di possedere una risposta credibile anche su questo problema.
Il clima al centro significa anzitutto questo. Prima di essere una tecnologia o una scelta di consumo, deve diventare una variabile della selezione politica. Esiste poi un’altra difficoltà, legata al costo della trasformazione. La capacità di prevedere una crisi permette di scegliere in anticipo una parte dei costi che siamo disposti a sostenere; non offre alcun motivo per aspettarsi che quei costi scompaiano. Una società che modifica rapidamente il proprio sistema energetico deve destinare risorse alla costruzione di infrastrutture nuove, mentre una parte di quelle esistenti perde valore prima di quanto avrebbe fatto seguendo la traiettoria precedente. Interi settori economici devono cambiare investimenti e competenze, e una parte delle risorse disponibili nel presente viene impiegata per modificare il futuro. L’innovazione può ridurre questo costo in misura molto grande e può creare benefici che vanno oltre il clima. Proprio per questa ragione il finanziamento della ricerca sull’abbattimento e sulla rimozione possiede anche una funzione sociale: abbassare il costo tecnico della transizione riduce la quantità di sacrificio che dovrà essere distribuita politicamente. La politica rimane responsabile del modo in cui viene ripartito il costo residuo, perché uscire da una crisi richiede di destinare oggi risorse alla riduzione di un danno futuro. La scelta collettiva riguarda quale sacrificio accettare e secondo quale criterio distribuirlo, sapendo che l’alternativa consiste nell’accettare in seguito costi imposti da processi sui quali avremo un controllo minore. Questo punto è particolarmente importante per la stabilità politica della transizione. Se ai cittadini viene promesso che ogni trasformazione produrrà immediatamente un vantaggio per ciascuno e non richiederà alcuna rinuncia, il primo costo visibile diventa la prova apparente che l’intero progetto era ingannevole. Una politica capace di durare deve dichiarare per quale ragione alcune risorse vengono sottratte al presente e quale rischio futuro si intende ridurre, attribuendo nello stesso tempo una parte maggiore dell’onere a chi possiede una maggiore capacità di sostenerlo. La capacità adattativa del nostro fenotipo esteso incontra inoltre un limite che deriva proprio dalla sua potenza. Una società tecnologica riesce a proteggerci perché molti sistemi cooperano continuamente senza che ce ne accorgiamo. Il raffreddamento di un edificio dipende dalla disponibilità di elettricità; quella disponibilità richiede una rete capace di funzionare durante un picco di domanda. Ogni nuova capacità protettiva poggia così su altre componenti del sistema che devono rimanere operative.
La complessità aumenta l’efficacia del fenotipo esteso e aumenta nello stesso tempo il numero delle condizioni necessarie al suo funzionamento. Quando una perturbazione attraversa sistemi interdipendenti, il danno può propagarsi molto oltre il suo punto di origine. Il problema acquista allora una forma ricorsiva: aumentando la pressione climatica cresce la quantità di adattamento che dobbiamo costruire, mentre i danni prodotti dalla stessa pressione consumano capitale e capacità istituzionale che servirebbero a costruirlo. Una società costretta a destinare una quota crescente delle proprie risorse alla riparazione del presente dispone di una quota minore per preparare il futuro. Anche per questa ragione non esiste alcuna garanzia che a una quantità arbitrariamente grande di cambiamento climatico possa corrispondere una quantità altrettanto grande di adattamento efficace. Alcuni limiti possono essere spostati investendo più risorse; altri possono diventare fisici o biologici. Prima ancora di raggiungerli, il costo necessario per mantenere la stessa sicurezza può crescere fino a entrare in competizione con altri bisogni essenziali della società. La dimensione globale introduce infine un problema di incentivi. Una comunità che costruisce una difesa contro le alluvioni riceve direttamente gran parte del beneficio del proprio investimento. Una comunità che riduce le emissioni condivide il beneficio climatico con il resto del pianeta. Ogni paese possiede quindi una ragione immediata per investire nella propria protezione e una ragione meno immediata per sostenere il costo della mitigazione globale. Una strategia fondata soprattutto sull’adattamento rischia di trasformare questo incentivo in un equilibrio nel quale ciascuno protegge quanto può il proprio territorio mentre il fattore che determina la perturbazione continua ad agire sull’insieme.
Da qui occorre ripartire per parlare delle soluzioni.
La prima è politica perché tutte le altre dipendono da essa. Il clima deve diventare una delle questioni sulle quali misuriamo la qualità di chi chiede di governarci, con una continuità che attraversi le normali alternanze. Solo noi possiamo volerlo. Nessun mercato e nessuna tecnologia possiedono una volontà autonoma capace di assegnare al clima questo posto nelle nostre priorità collettive. La decisione di finanziare per decenni la ricerca necessaria a rendere economica la rimozione della CO2, di imporre l’abbattimento delle emissioni già evitabili e di costruire alternative accessibili ai combustibili fossili nasce precisamente da quella volontà. Per questo, nell’immediato, la scelta politica di un cittadino può avere un effetto assai più grande del risparmio marginale ottenuto modificando un singolo comportamento di consumo. Un litro di benzina non bruciato evita le emissioni associate a quel litro. Un elettorato che renda indispensabile una politica climatica coerente può determinare quale tecnologia verrà finanziata oggi e quale sarà abbastanza economica da essere usata su larga scala fra vent’anni. La responsabilità individuale conserva il proprio significato; la responsabilità politica opera sulla struttura che determina le possibilità offerte agli individui.
Dentro questa scelta trovano posto le misure di adattamento immediato indicate da Boccaletti. Servono ad attraversare gli anni nei quali dovremo convivere con gli effetti già inevitabili e a proteggere le persone durante la trasformazione. Hanno il carattere di una risposta temporanea nel senso più preciso del termine: devono guadagnare tempo e ridurre il danno mentre agiamo sulla causa che determina la traiettoria futura. La questione più profonda riguarda infine il rapporto fra la nostra specie e il gigantesco fenotipo esteso che essa mantiene. Otto miliardi di esseri umani sostengono una massa di strutture artificiali e processi produttivi che richiede un flusso continuo di energia libera e materia. Questo flusso permette di mantenere l’organizzazione dalla quale dipende la nostra capacità adattativa e produce inevitabilmente dissipazione. Una civiltà non può abolire il proprio bilancio entropico. Qualunque sistema complesso che mantenga ordine interno deve dissipare energia nell’ambiente. Il problema climatico nasce dal modo particolare in cui, durante l’espansione industriale della nostra specie, una parte enorme di questo flusso è stata accoppiata alla combustione di carbonio fossile e all’alterazione del ciclo globale del carbonio.
La trasformazione necessaria riguarda quindi il modo in cui alimentiamo il nostro fenotipo esteso e il rapporto fra la sua crescita, il flusso materiale che richiede e gli effetti prodotti sull’ambiente che lo sostiene. Occorre mantenere quanto più possibile la capacità adattativa che la tecnologia ci ha dato, modificando i canali dissipativi attraverso i quali quella capacità viene alimentata. Una parte del lavoro consiste nel sostituire processi che immettono nuovo carbonio fossile nel ciclo atmosferico; un’altra consiste nel catturare prima dell’emissione ciò che sappiamo ormai intercettare, mentre la rimozione dall’atmosfera deve diventare progressivamente una tecnologia capace di agire sul debito accumulato. Il riciclo del carbonio può chiudere una parte dei cicli produttivi e ridurre il bisogno di estrarne altro, a condizione che il bilancio energetico e la durata dell’immagazzinamento rendano reale il vantaggio climatico. Su questo terreno si decide anche il significato futuro dell’espressione "adattamento tecnologico". Se investiamo soprattutto nelle tecnologie che ci proteggono dagli effetti mentre lasciamo procedere più lentamente quelle capaci di modificare la causa, il nostro fenotipo esteso dovrà diventare ogni anno più potente semplicemente per conservare la stessa capacità di proteggerci. Se la ricerca riesce invece ad abbattere rapidamente il costo dell’eliminazione delle emissioni e della rimozione del carbonio già disperso, cambia la velocità della perturbazione stessa e concede alla restante tecnologia il tempo necessario per adattarci a ciò che non saremo riusciti a evitare.
Il fiume Tevere inaridito dalle alte temperature (Foto LaPresse)
Emergenza Caldo, il fiume Tevere inaridito dalle alte temperature  — Giovedì Agosto  2026  — Roma—Italia —(foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) 

Heat emergency: the Tiber River parches due to high temperatures. —Rome — Italy  — August 06, Thursday 2026 - News - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse
E' qui che il problema dell’adattamento torna al punto di partenza. L’evoluzione ci ha dato una specie capace di prevedere almeno una parte delle conseguenze future delle proprie azioni e di modificare anticipatamente il proprio fenotipo esteso. Questa capacità può sottrarci, entro certi limiti, alla forma più antica dell’adattamento, quella nella quale è l’ambiente a selezionare dopo che la perturbazione si è verificata. Perché ciò avvenga, dobbiamo rallentare il cambiamento abbastanza da consentire alla previsione di raggiungerlo, accettare nel presente il costo necessario a farlo e costruire una continuità politica sufficientemente lunga da portare a termine la trasformazione. Le opere indicate da Boccaletti sono una parte necessaria di questa risposta, perché ci aiutano ad attraversare il clima che abbiamo già prodotto. La ricerca capace di ridurre le emissioni e di sottrarre dall’atmosfera una parte di ciò che vi abbiamo accumulato determina quanto rapidamente potremo smettere di produrne uno nuovo.
Se non prendiamo questa decisione, l’adattamento continuerà comunque. Ma a quel punto non sarà più il risultato di una scelta consapevole, bensì l’esito cieco di una selezione che non interroga le nostre preferenze politiche. Per questo il clima deve uscire definitivamente dalla sua condizione di tema settoriale o identitario e diventare una variabile strutturale del discorso pubblico, capace di incidere direttamente sul successo elettorale di qualunque forza politica, indipendentemente dal suo segno. Non una bandiera di parte, ma una condizione di legittimità dei programmi di governo. Questo passaggio richiede anche un cambio di ritmo. Non possiamo permetterci che la discussione si perda in una sequenza indefinita di rinvii, distinguo e rinvii ulteriori. L’urgenza deve diventare essa stessa un criterio politico: la riduzione delle emissioni e lo stoccaggio del carbonio devono essere assunti come obiettivi comuni, vincolanti, non negoziabili nella loro direzione, anche se aperti nelle modalità. Solo così il tema climatico cessa di essere percepito come una richiesta esterna alla politica e diventa invece il suo asse interno. Sappiamo inoltre che i benefici più grandi di questa trasformazione non saranno necessariamente goduti da chi oggi è chiamato a decidere. Ma questo non è un argomento contro l’azione: è la sua condizione più profonda. E' già accaduto nella storia che generazioni precedenti assumessero decisioni capaci di vincolare e orientare il destino di quelle successive. Oggi siamo di nuovo in quella posizione. La differenza è che questa volta conosciamo con maggiore precisione le conseguenze dell’inazione, e non abbiamo più il lusso dell’incertezza.