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Cattivi scienziati •
Di cosa parliamo quando parliamo di adattamento climatico
Il corpo umano ha limiti che l’evoluzione non cancella. La tecnologia li amplia, ma il nostro “fenotipo esteso” dipende da energia, ricchezza, infrastrutture e istituzioni: tutte variabili che il clima può mettere sotto pressione. E se il clima cambia più rapidamente della nostra capacità di adattarci, sarà la selezione a decidere chi riuscirà a farlo. Prima puntata

Un’intervista di Francesca Menna a Mario Tozzi sul Corriere pubblicata la settimana scorsa merita qualche commento e un approfondimento, a partire dalla domanda che ne costituisce il titolo, che si apre con questa domanda: “La specie umana può adattarsi alle estati torride?”
Quando si afferma che la specie umana saprà adattarsi al cambiamento climatico, la prima cosa da fare è stabilire che cosa significhi "adattamento", perché questa parola viene usata per indicare processi profondamente diversi e, soprattutto, perché nel linguaggio comune finisce spesso per assumere un significato rassicurante che in biologia non possiede.
In biologia, l’adattamento di una specie rappresenta il cambiamento della popolazione che la compone in risposta a una pressione ambientale; ma, come ci ha insegnato Darwin, esso non avviene perché gli individui in qualche modo si attrezzano per tollerare qualche fattore biotico o abiotico, bensì attraverso la selezione. In sostanza, molta parte di una popolazione muore, e se la genetica ha favorito alcuni individui dotandoli di tratti in grado di resistere, i discendenti di quelli che portano quei tratti aumenteranno, così che la popolazione risultante cambierà composizione. Come si vede, è un processo che potremmo dire sanguinoso e mortale: adattamento, nel meccanismo della selezione, significa che pochi si salvano e molti periscono, e la popolazione, o la specie, sopravvive perché i discendenti di quei pochi sopravvissuti rifondano una stirpe che porterà i caratteri di resistenza.
Nessuno sforzo individuale che modifica i singoli per renderli adatti: si perisce o si sopravvive, nella lotteria della genetica evolutiva.
Tornando quindi alla domanda con cui si apre l’intervista a Tozzi, possiamo quindi chiederci quale sia la tolleranza dei nostri organismi nudi, della nostra fisiologia media attuale, sottoposti alle andate di calore e al clima torrido che ci aspetta, se non avessimo altro modo di adattamento che quello “naturale”. Il corpo umano può modificare entro certi limiti la propria risposta alle condizioni ambientali: l'esposizione ripetuta al caldo cambia l'efficienza della sudorazione, la distribuzione del flusso sanguigno, il volume plasmatico e diversi aspetti del comportamento che contribuiscono al mantenimento della temperatura corporea. Anche popolazioni che hanno vissuto per molte generazioni in ambienti differenti presentano caratteristiche fisiologiche derivanti dalla loro storia evolutiva. Tutto questo amplia l'intervallo delle condizioni tollerabili, ma non elimina i vincoli fisici di un mammifero endotermo. Il calore prodotto dal metabolismo deve essere disperso nell'ambiente e, quando temperatura e umidità rendono questa dispersione insufficiente, la capacità di compensazione dell'organismo arriva al proprio limite. Esistono quindi condizioni nelle quali la fisiologia umana, anche dopo acclimatazione, viene semplicemente superata; peraltro, noi europei siamo tra i peggio attrezzati, e raggiungiamo questo limite letale prima di altre popolazioni.
Questo punto è essenziale quando si parla del futuro della nostra specie. Dire che Homo sapiens potrebbe adattarsi a condizioni climatiche profondamente diverse non equivale affatto a dire che gli esseri umani oggi esistenti, la loro numerosità, la loro distribuzione geografica o le forme di società nelle quali vivono verranno preservati. Una specie può risultare perfettamente adattata dopo una drastica riduzione numerica, dopo la scomparsa di intere popolazioni o dopo una forte selezione differenziale fra individui. Dal punto di vista dell'evoluzione, la persistenza della specie costituisce un risultato molto diverso dalla conservazione delle condizioni di vita dei suoi membri.
Nel nostro caso, però, il quadro è reso particolare da una caratteristica che ha accompagnato gran parte della storia di Homo sapiens: una porzione enorme della nostra capacità adattativa si trova all'esterno del corpo. Noi viviamo in ambienti nei quali la nostra fisiologia da sola non sarebbe sufficiente grazie agli abiti, alle abitazioni, ai sistemi di riscaldamento e raffreddamento, alla disponibilità controllata di acqua, alla produzione di cibo, alle reti energetiche, alla medicina e a tutto l'apparato tecnico e sociale che costruisce intorno a ciascun individuo un ambiente diverso da quello fisico immediatamente circostante.
Quello che chiamiamo adattamento tecnologico può quindi essere considerato, in senso funzionale ampio, una componente altamente sviluppata del nostro fenotipo esteso. Un essere umano che vive a quaranta gradi disponendo di acqua, climatizzazione, energia continua e un'abitazione adeguata affronta un ambiente biologicamente diverso da quello affrontato da una persona con una fisiologia pressoché identica che vive alla stessa temperatura senza poter disporre di quelle risorse. Il clima esterno è lo stesso; il complesso delle condizioni che agiscono sull'individuo è profondamente diverso.
Il fenotipo esteso umano possiede inoltre una proprietà decisiva: una parte considerevole di esso può essere trasmessa fra generazioni. Questa trasmissione non richiede un cambiamento genetico. Il patrimonio economico può passare ai figli e, con esso, l'accesso alle abitazioni migliori, alla tecnologia, all'istruzione, ai luoghi più sicuri, alla possibilità di spostarsi e alle reti sociali attraverso le quali vengono ottenute risorse e protezione. Una posizione vantaggiosa nell'ambiente può quindi essere ereditata per via economica e istituzionale.
La selezione continua ad agire sugli individui, ma incontra individui il cui fenotipo comprende ormai una vasta componente esterna. Una parte delle differenze di fitness prodotte dal cambiamento climatico può dipendere dalla capacità di mantenere questo fenotipo esteso e di trasmetterne almeno una parte ai discendenti. In una situazione nella quale il caldo estremo aumenta la mortalità, per esempio, la differenza selettivamente rilevante può trovarsi assai meno nella fisiologia di due persone che nella possibilità dell'una di vivere in un ambiente raffreddato e dell'altra di farne a meno. Se questa capacità di protezione è associata alla ricchezza ed è trasmessa ai figli, una componente economicamente ereditabile del fenotipo contribuisce alla persistenza intergenerazionale del vantaggio.
È in questo quadro che va collocata la fiducia nella tecnologia come soluzione generale del cambiamento climatico. La tecnologia rappresenta realmente il più potente ampliamento delle capacità adattative della nostra specie e continuerà verosimilmente a esserlo. Possiamo raffreddare edifici, desalinizzare acqua marina, modificare le colture, costruire difese contro alcuni eventi estremi e trasferire rapidamente risorse fra regioni molto lontane. Una parte considerevole degli effetti del riscaldamento futuro potrà certamente essere contrastata in questo modo.
Da questa constatazione, tuttavia, non deriva che la tecnologia possa proteggere tutti e preservare indefinitamente l'assetto esistente. La tecnologia che costituisce il nostro fenotipo esteso esiste all'interno di sistemi materiali e sociali complessi dai quali dipende continuamente. Un condizionatore richiede energia e una rete elettrica capace di fornirla proprio durante un'ondata di calore, quando milioni di altri condizionatori stanno aumentando contemporaneamente la domanda. Un impianto di desalinizzazione richiede grandi quantità di energia e infrastrutture che portino l'acqua prodotta dove serve. La produzione agricola tecnologicamente avanzata dipende da macchine, fertilizzanti, sistemi irrigui, credito e commercio internazionale. Le apparecchiature devono essere costruite e riparate, mentre le materie prime e i componenti devono continuare a circolare.
La protezione tecnologica è quindi una proprietà del sistema nel quale quella tecnologia funziona. Il semplice fatto che l'umanità sappia costruire qualcosa non garantisce che ogni essere umano possa disporne e neppure che chi oggi ne dispone continui necessariamente ad avervi accesso in condizioni ambientali molto diverse.
Qui emerge un secondo aspetto dell'adattamento che viene facilmente dimenticato. Il fenotipo vantaggioso dipende sempre dall'ambiente, e un cambiamento dell'ambiente può modificare radicalmente il valore delle caratteristiche che fino a quel momento hanno prodotto successo. Questo principio vale per un carattere anatomico e vale anche per una proprietà del fenotipo esteso.
Nelle società attuali una grande disponibilità economica rappresenta probabilmente uno dei più potenti strumenti di protezione individuale contro quasi ogni rischio climatico. Chi possiede molto denaro può vivere in edifici migliori, acquistare energia anche quando diventa costosa, procurarsi acqua e cibo, accedere alle cure, assicurarsi contro alcuni rischi e trasferirsi se una determinata regione diventa meno abitabile. La ricchezza consente di acquisire rapidamente quasi tutte le altre componenti del fenotipo esteso.
Questo vantaggio dipende però da una condizione generalmente lasciata implicita: il denaro deve continuare a valere qualcosa e deve continuare a essere convertibile nelle risorse di cui si ha bisogno. La ricchezza finanziaria protegge finché esistono mercati nei quali comprare ciò che occorre, istituzioni che garantiscono i contratti, sistemi monetari funzionanti e disponibilità materiale dei beni richiesti. Il denaro costituisce un diritto di accesso alle risorse, non la risorsa stessa.
Lo stesso problema riguarda la proprietà. Possedere una casa rappresenta un vantaggio finché quella casa resta abitabile; possedere un terreno agricolo ne rappresenta uno finché quel terreno continua a produrre oppure conserva un valore di scambio; possedere infrastrutture tecnologiche è utile finché esistono energia e capacità di manutenzione. Il valore adattativo del fenotipo esteso attuale dipende dunque da un ambiente economico e istituzionale che viene solitamente assunto come stabile.
Il cambiamento climatico può però modificare proprio quell'ambiente. Può rendere improduttivi territori che oggi producono ricchezza, modificare la disponibilità di acqua, spostare popolazioni, cambiare il valore strategico di regioni e risorse e contribuire alla formazione di nuovi equilibri geopolitici. Alcuni stati potrebbero essere favoriti da nuove rotte commerciali o da una disponibilità relativamente migliore di determinate risorse, mentre altri potrebbero perdere capacità economica, produttiva o politica. Le conseguenze del clima possono quindi propagarsi molto oltre la temperatura e arrivare a modificare le strutture dalle quali dipende il mantenimento del fenotipo esteso che usiamo per proteggerci dal clima stesso.
La vulnerabilità diventa allora ricorsiva. Dipendiamo dalla tecnologia per schermarci da una parte crescente delle condizioni ambientali; quella tecnologia dipende da energia, risorse e organizzazione economica; queste dipendono a loro volta da rapporti politici e geopolitici che possono essere alterati dal cambiamento ambientale. La nostra principale soluzione adattativa appartiene quindi allo stesso sistema che viene perturbato.
In un mondo nel quale queste strutture continuassero a funzionare bene, è ragionevole aspettarsi che ricchezza, competenza tecnologica e capacità di controllare infrastrutture continuino a rappresentare un forte vantaggio. Un cambiamento più profondo potrebbe però costruire un paesaggio selettivo molto diverso da quello presente.
In certe condizioni potrebbe contare maggiormente la disponibilità diretta delle risorse anziché la capacità finanziaria di acquistarle. Chi controlla acqua, produzione alimentare o fonti energetiche potrebbe trovarsi in una posizione migliore di chi dispone di un patrimonio nominalmente superiore ma dipende da mercati che non riescono più a fornire quelle risorse. In condizioni di forte deterioramento dell'ordine politico potrebbe acquisire importanza anche la capacità di difendere direttamente ciò che si possiede o di esercitare forza coercitiva. La disponibilità di armi, oggi periferica rispetto al vantaggio assicurato da denaro e istituzioni in molte società sviluppate, potrebbe assumere un significato completamente diverso in un ambiente nel quale l'autorità pubblica non fosse più in grado di garantire efficacemente il possesso delle risorse essenziali.
Non possiamo sapere se un simile scenario si realizzerà e non esiste alcuna necessità evolutiva che debba realizzarsi. Proprio questa impossibilità di prevedere il nuovo paesaggio selettivo impedisce però di trasformare le condizioni di sicurezza presenti in una garanzia per il futuro. L'errore consiste nel prendere ciò che oggi produce adattamento ottimale e proiettarlo invariato in un ambiente profondamente trasformato. La storia evolutiva mostra precisamente il contrario: quando cambia la pressione selettiva, può cambiare ciò che costituisce un vantaggio – e il fenotipo esteso, come qualunque fenotipo, può cambiare profondamente di valore al variare delle condizioni ambientali.
Anche la disuguaglianza entra in questo processo. Quando le risorse necessarie alla sopravvivenza sono abbondanti, differenze enormi di ricchezza possono essere mantenute all'interno di un sistema nel quale persino chi possiede poco conserva accesso sufficiente ai beni fondamentali. Se una risorsa diventa fortemente limitante, la stessa disuguaglianza produce una situazione diversa. Il vantaggio di chi controlla quella risorsa cresce, mentre aumenta contemporaneamente la pressione esercitata da chi ne è escluso.
Una disparità molto grande nella disponibilità di acqua, cibo, energia o territorio abitabile può quindi intensificare direttamente la competizione. Il proprietario di una risorsa essenziale possiede qualcosa di sempre più prezioso; chi rischia di non sopravvivere senza quella risorsa ha un incentivo sempre maggiore a ottenerla. In condizioni estreme, le strutture giuridiche che stabiliscono chi abbia diritto a possederla vengono sottoposte anch'esse alla pressione generata dalla scarsità.
Le garanzie di legge fanno infatti parte del fenotipo esteso e dell'ambiente sociale che gli attribuisce valore. La proprietà esiste materialmente come controllo di una cosa, ma il diritto esclusivo su quella cosa dipende da istituzioni capaci di farlo rispettare. Finché lo Stato possiede sufficiente capacità amministrativa e coercitiva, un titolo di proprietà consente al suo titolare di controllare una risorsa senza doverla difendere personalmente. Se quella capacità diminuisce, il significato concreto del titolo può cambiare rapidamente.
Da questo punto di vista, persino la sicurezza di chi oggi si trova nella parte privilegiata della distribuzione non può essere considerata indipendente dalla stabilità dell'intero sistema. Una grande fortuna finanziaria offre una protezione straordinaria finché esiste un ordine che la rende convertibile in beni reali; la proprietà di risorse offre un vantaggio finché quell'ordine permette di conservarne il controllo; la tecnologia protegge finché il sistema produttivo ed energetico che la sostiene continua a funzionare. Il fenotipo esteso dell'individuo più ricco resta quindi collegato a un ambiente collettivo che egli non controlla interamente.
È qui che la speranza negli sviluppi tecnologici mostra la propria ambiguità. Di solito essa sta a significare che la capacità tecnica dell'umanità permetterà alla specie di continuare a resistere sul pianeta anche in condizioni climatiche molto difficili. Questa possibilità è del tutto ragionevole. Se però si intende anche che l'innovazione tecnologica impedirà una forte selezione fra individui, preserverà le società attuali e garantirà alla popolazione esistente la continuità delle proprie condizioni di vita, si richiedono assunzioni molto più forti, e quasi sempre mal giustificate.
La tecnologia può infatti ridurre una pressione selettiva e contemporaneamente crearne o amplificarne un'altra. Se la sopravvivenza al caldo dipende sempre più dalla climatizzazione, la differenza importante diventa l'accesso affidabile all'energia. Se l'acqua richiede desalinizzazione o grandi opere di trasferimento, acquista importanza l'accesso alle infrastrutture che la producono. Se la produzione alimentare diventa più dipendente da sistemi tecnici sofisticati, aumenta il valore della capacità di mantenerli. Invece di scomparire, la selezione semplicemente cambia il complesso di caratteristiche attraverso il quale agisce, con lo stesso effetto di sempre: preservazione di individui attrezzati, e morte della maggior parte degli altri.
La stessa innovazione può inoltre accentuare la differenza fra chi dispone del fenotipo esteso necessario e chi non può permetterselo. Una società può possedere la tecnologia capace di mantenere in vita una persona in determinate condizioni senza possedere la capacità, o senza scegliere, di renderla disponibile a tutti. Dal punto di vista della specie, la soluzione tecnica esiste; dal punto di vista dell'individuo che ne rimane escluso, quella soluzione è irrilevante.
Questo permette di vedere con maggiore precisione che cosa significhi davvero adattamento nel nostro caso. Homo sapiens possiede un corpo con determinati limiti fisiologici, una straordinaria capacità di modificarne l'ambiente mediante un fenotipo esteso e sistemi di trasmissione economica, culturale e istituzionale che permettono di ereditare una parte considerevole di quel fenotipo. Il cambiamento climatico agisce sull'intero sistema. Può superare i limiti fisiologici di alcuni individui, modificare il valore delle tecnologie e delle risorse che li proteggono, cambiare le condizioni economiche attraverso le quali quelle risorse vengono distribuite e trasformare gli equilibri politici che ne garantiscono il controllo.
L'adattamento risultante può quindi assumere forme molto diverse da quella implicita nella rassicurante affermazione secondo cui "ce la caveremo grazie alla tecnologia". Può certamente comprendere nuova tecnologia e società capaci di utilizzarla efficacemente, ma può anche comprendere una forte mortalità differenziale fra chi possiede e chi non possiede il fenotipo esteso necessario, migrazioni che redistribuiscono le popolazioni, perdita di valore di forme di ricchezza precedentemente vantaggiose, nuove gerarchie determinate dal controllo delle risorse e trasformazioni delle istituzioni sotto la pressione della competizione.
In termini evoluzionistici, nessuno di questi esiti sarebbe incompatibile con l'affermazione che la specie si è "adattata". Proprio per questo quella parola, usata da sola, dovrebbe farci paura, più che rassicurarci. Quel che conta infatti è chi riuscirà ad adattarsi, attraverso quali caratteristiche e dentro quale ordine sociale. Bisogna interrogarsi sul valore che avrà allora il fenotipo esteso che oggi consideriamo una protezione e la possibilità di trasmetterlo alla generazione successiva, al netto della capacità delle strutture tecnologiche, economiche e istituzionali di continuare a riprodurre le condizioni dalle quali dipende il loro stesso funzionamento.
La sicurezza presente non fornisce una risposta a queste domande, e questo dovrebbe essere rilevante specialmente per l’Occidente e i fortunati abitanti delle zone più favorevoli del pianeta. Essa descrive la posizione di un individuo o di una popolazione nel paesaggio selettivo attuale. Se il clima contribuirà a cambiarlo profondamente, cambieranno anche le caratteristiche attraverso le quali viene conquistata, mantenuta e trasmessa la capacità di sopravvivere.
Rimane infine un problema ancora più radicale, perché l'argomento secondo cui una nuova tecnologia arriverà a proteggerci presuppone che essa abbia il tempo di arrivare. In natura una popolazione sottoposta a una pressione ambientale rapidamente crescente può scomparire quando il cambiamento procede più velocemente della comparsa, della diffusione e della fissazione delle caratteristiche che permetterebbero di sopravvivere nelle nuove condizioni. Non basta che un fenotipo adatto sia biologicamente possibile: deve comparire abbastanza presto, essere presente negli individui giusti e diffondersi prima che la pressione selettiva abbia ridotto la popolazione sotto una soglia dalla quale non riesca più a recuperare.
Per l'adattamento tecnologico esiste un problema strettamente analogo, benché il meccanismo di trasmissione sia diverso e i tempi possano essere molto più rapidi di quelli dell'evoluzione genetica. Una soluzione tecnica deve essere concepita, verificata, industrializzata, prodotta nelle quantità necessarie, incorporata nelle infrastrutture e infine distribuita alle popolazioni che ne hanno bisogno. Ciascuno di questi passaggi richiede tempo. Se una pressione climatica modifica le condizioni di vita più rapidamente di quanto il sistema tecnico riesca a produrre e diffondere una risposta efficace, la selezione agisce prima che la soluzione sia disponibile. Una tecnologia che sarebbe stata sufficiente dieci o vent'anni dopo può essere irrilevante per una popolazione che nel frattempo ha perso la possibilità di mantenersi.
La velocità straordinaria dell'innovazione umana non elimina quindi il problema dei tempi relativi. L'affermazione "troveremo una soluzione" contiene implicitamente una previsione sulla relazione fra almeno due velocità: quella con cui crescono o si spostano le pressioni ambientali e quella con cui riusciamo a generare, sviluppare e distribuire il nuovo fenotipo esteso necessario ad affrontarle. Il fatto che la seconda abbia talvolta superato la prima nella nostra storia non costituisce una legge che debba continuare a valere per qualunque intensità e rapidità del cambiamento futuro.
Esiste inoltre una differenza ancora più insidiosa rispetto al normale problema evolutivo. La capacità di produrre rapidamente nuovi fenotipi tecnologici non è una proprietà invariabile della specie. La scienza moderna e la tecnologia avanzata richiedono società sufficientemente ricche e stabili da poter mantenere università, laboratori, infrastrutture costose, sistemi educativi di lunga durata, reti energetiche affidabili, industrie specializzate e grandi circuiti internazionali nei quali circolano persone, strumenti, dati e idee. La capacità di innovare che oggi tendiamo a proiettare sul futuro è essa stessa il prodotto di condizioni storiche particolari.
Una società sottoposta a una forte pressione climatica può trovarsi costretta a destinare una quota crescente delle proprie risorse alla gestione dell'emergenza presente, sottraendole agli investimenti dai quali dipendono le soluzioni future. Ricostruire infrastrutture distrutte, garantire cibo ed energia, controllare migrazioni, sostenere sistemi sanitari sottoposti a stress o finanziare apparati di sicurezza può diventare politicamente più urgente che mantenere programmi di ricerca i cui risultati arriveranno molti anni dopo. In questo modo la pressione che rende necessaria l'innovazione può simultaneamente ridurre la capacità di produrla.
La stessa dinamica può agire attraverso la geopolitica. L'innovazione scientifica contemporanea dipende fortemente dalla cooperazione internazionale, dalla mobilità dei ricercatori e da catene produttive distribuite fra molti paesi. Conflitti, isolamento politico e frammentazione dei rapporti internazionali possono interrompere queste reti e ridurre la capacità scientifica proprio mentre diventerebbe più necessaria. Non occorre immaginare scenari futuri estremi per constatare la vulnerabilità del sistema: negli Stati Uniti sono già in corso forti perturbazioni del finanziamento e dell'organizzazione della ricerca federale, mentre il conflitto russo-ucraino ha prodotto migrazione di ricercatori, perdita di capacità scientifica e frattura di collaborazioni internazionali. Questi fenomeni non sono prodotti dal cambiamento climatico, ma mostrano quanto rapidamente decisioni politiche e crisi geopolitiche possano deteriorare alcune delle condizioni sulle quali si fonda la capacità di innovazione.
Il problema climatico può interagire proprio con questo genere di dinamiche. Alterazioni della produzione agricola, disponibilità di acqua, migrazioni e mutamenti nel valore strategico dei territori possono aumentare tensioni interne e internazionali, favorire politiche di chiusura e spostare risorse dalla cooperazione alla competizione. Se questo accade, il sistema scientifico e tecnologico al quale affidiamo l'adattamento può diventare meno efficiente proprio a causa delle conseguenze indirette della pressione alla quale dovrebbe rispondere. La ricerca prospera più facilmente in condizioni di stabilità, disponibilità di risorse e cooperazione; conflitto e isolamento possono invece frammentare le reti sulle quali essa si basa.
Si forma così un'altra retroazione potenzialmente pericolosa. Il cambiamento climatico aumenta il bisogno di innovazione; le sue conseguenze economiche e geopolitiche possono ridurre le condizioni favorevoli all'innovazione; una minore capacità innovativa lascia una parte maggiore della popolazione esposta alla pressione climatica; questa maggiore esposizione può aggravare ulteriormente instabilità e competizione. La tecnologia non può allora essere trattata come una variabile esterna che cresce automaticamente quanto più aumenta il bisogno di essa.
Il limite del tecnottimismo si trova precisamente qui. Esso assume contemporaneamente che sapremo quale tecnologia servirà, che riusciremo a svilupparla abbastanza presto, che conserveremo le condizioni economiche e scientifiche necessarie a produrla, che manterremo le infrastrutture necessarie a utilizzarla e che saremo capaci di distribuirla abbastanza largamente da impedire che la pressione selettiva faccia il proprio corso. Ognuna di queste condizioni può verificarsi; nessuna è garantita dall'esistenza presente di una civiltà tecnologicamente avanzata.
L'analogia con l'adattamento naturale torna quindi a essere particolarmente istruttiva. Una popolazione può possedere in linea di principio una via evolutiva verso un fenotipo compatibile con il nuovo ambiente e tuttavia estinguersi perché l'ambiente cambia più rapidamente della sua capacità di raggiungerlo. Una civiltà può possedere in linea di principio le conoscenze per costruire un nuovo fenotipo esteso e tuttavia non riuscire a farlo in tempo, oppure perdere durante la crisi le condizioni economiche, scientifiche e politiche necessarie a completarne la costruzione.
La possibilità che Homo sapiens continui a esistere è molto diversa dalla possibilità che la tecnologia protegga tutti gli esseri umani dalle conseguenze di un cambiamento climatico rapido. Tra le due si trova la selezione: quella che opera direttamente attraverso i nostri limiti fisiologici e quella che opera attraverso la diversa disponibilità di un fenotipo esteso capace di proteggerci. Se la risposta tecnologica arriva tardi, rimane confinata a una parte della popolazione o diventa più difficile da produrre proprio mentre cresce la pressione ambientale, l'adattamento della specie può ancora avvenire, ma può avvenire nel modo ordinario in cui l'adattamento avviene in natura: attraverso la sopravvivenza di alcuni e la perdita di altri.
Per questo la fiducia nella tecnologia non può sostituire la prevenzione della pressione selettiva.
Rispetto ai meccanismi naturali di adattamento, ivi compresi quelli connessi al nostro fenotipo esteso, la nostra specie ha però alcune caratteristiche e alcune disponibilità attuali che possono far molto per impedire gli aspetti più nefasti della prossima fase di selezione.
Ne parleremo nel seguito di questo ragionamento.




