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Il virus di un altro mondo

Le conseguenze economiche dell’epidemia e l’impatto sul processo di globalizzazione. Il controllo politico del contagio e la gestione dei rischi nell’epoca delle risposte scientifiche globali. Come il Covid-19 ha inceppato gli ingranaggi delle nostre vite

9 Marzo 2020 alle 14:54

Il virus di un altro mondo

Istituzioni e consenso: meglio il modello autoritario cinese o quello liberaldemocratico?

 

di Federico Boffa, economista, Libera Università di Bolzano, e Giacomo A. M. Ponzetto, economista, Crei (Centre de recerca en economia internacional) e Università Pompeu Fabra, Barcellona

 

Il coronavirus è un tema di salute pubblica, che va al di là della salute individuale. Chi si ammala, oltre a subire conseguenze su di sé, contribuisce a diffondere l’epidemia e a congestionare gli ospedali. Data questa forte componente di esternalità, la scienza economica ci insegna che le decisioni individuali porterebbero a comportamenti inefficienti e che è necessario invece darci collettivamente delle regole. Ci può inoltre fornire strumenti utili per capire i principi cui tali regole dovrebbero ispirarsi. Una tentazione è il modello cinese, basato – ci si consenta la semplificazione – su due pilastri. Primo, politiche molto restrittive imposte dall’alto e applicate con metodi autoritari. Secondo, informazione al pubblico con il contagocce. Da quanto visto sinora, pare in fondo sia stato efficace nel circoscrivere l’epidemia.

 

Ma è un modello da imitare in Europa? L’inefficienza più ovvia della risposta autoritaria, data senza consultare i cittadini e senza tenere conto delle loro esigenze, è quella sottolineata dai grandi pensatori della tradizione liberale, da Hayek a Einaudi. I governanti non sono onniscienti e rischiano l’errore opposto a quello degli individui privi di coordinamento: una reazione eccessiva che trascura i costi imposti ai cittadini da politiche restrittive. Il governo infatti percepisce chiaramente i benefici pubblici di arrestare un’epidemia; ma non i costi privati delle misure adottate, molto diversi per persone diverse, e noti agli individui più che ai governanti. Ad esempio, un blocco totale degli spostamenti procura un grave danno alle persone non autosufficienti che ricevono aiuto a domicilio; e analogamente a molte altre categorie, spesso le più deboli. Restrizioni indiscriminate, applicate su larga scala, possono dunque essere tutt’altro che ottimali anche qualora centrino l’obiettivo immediato di circoscrivere il contagio. Il limite più grave dell’autoritarismo è però forse un altro: la difficoltà di imporre dispoticamente politiche non condivise dai cittadini. Ricordiamo che la prima reazione delle autorità cinesi è stata quella, socialmente dannosissima, di proteggersi dall’opinione pubblica nascondendo l’epidemia e punendo i medici che davano l’allerta. La situazione più preoccupante è oggi in Iran, con un governo autoritario, ma largamente screditato e sfiduciato dai suoi cittadini, che perciò difetta di spazio di manovra. Come spiegano Timothy Besley e Torsten Persson nel libro Pillars of Prosperity, sia la storia sia la teoria economica insegnano che uno stato forte ed efficace emerge quando vi è un consenso che le istituzioni politiche perseguono l’interesse comune. Rispondono a questa necessità le istituzioni delle democrazie occidentali, che basano l’applicazione delle regole sulla legittimità e il consenso. I cittadini rispettano le regole, e approvano che siano fatte rispettare con sanzioni, perché in larga misura le condividono. Regole avvertite come immotivate vengono invece sistematicamente disattese. Come ci ricordano le grida manzoniane, è sovente impossibile arrestare questa tendenza inasprendo le sanzioni o comminandole in modo indiscriminato, anche in presenza di indizi soltanto vaghi. In Italia, purtroppo, la strada delle regole severe ma condivise è in salita. A differenza di quanto avviene in altri paesi, le nostre istituzioni di governo non incontrano, né forse hanno meritato, la fiducia generalizzata dei cittadini. Gli italiani vanno dunque persuasi della necessità di rispettare le regole hic et nunc per la gestione dell’attuale emergenza.

 

Guadagnare questo consenso richiede almeno tre cose. Primo, trasparenza e non paternalismo da parte dei governanti, a ogni livello. La trasparenza non è esente da costi, tra cui l’ansietà; ma è un fondamento della fiducia nello stato. Se invece, foss’anche con intenti lodevoli, si fornissero notizie parziali e reticenti, si finirebbe per alimentare sospetti e dicerie dalla conseguenze potenzialmente esiziali. Secondo, fiducia nella scienza e negli esperti. L’onere qui ricade soprattutto sui politici che più hanno alimentato lo scetticismo verso gli esperti. Proprio questi trascorsi potrebbero dar loro maggiore credibilità di fronte ai propri elettori al riconoscere, nel caso specifico, l’importanza di affidarsi alla scienza. Terzo, unione di intenti fra forze politiche contrastanti, favorita dal fatto che il governo e le amministrazioni delle regioni più coinvolte coprono praticamente l’intero arco costituzionale. Un accordo sulla prevenzione dell’epidemia, fermo restando il dissenso sulle altre iniziative di governo, dovrebbe sopire il timore che le misure adottate riflettano interessi di parte.

 

Di fronte a crisi acute, riemerge a volte la tentazione di cercare nell’autoritarismo la soluzione alle indubbie imperfezioni del modello occidentale. A ben guardare, però, la storia insegna invece che proprio nelle emergenze si conferma il celebre detto di Churchill: la democrazia è la peggior forma di governo, se si eccettuano tutte le altre. Chissà che anche per la nostra democrazia in difficoltà questa non possa essere un’occasione per risollevarsi.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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