Ulisse e quella sola lacrima a Itaca. Il vecchio Argo e la carezza mancata

Ciascuno ha la sua Odissea, e sentirla messa a confronto con la schiacciante superiorità di risorse di cui dispone il cinema, e questo cinema di IMAX e 70 mm, qualunque cosa voglia dire, è irritante come una manata di Polifemo. Il riconoscimento

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Immagine di Ulisse e quella sola lacrima a Itaca. Il vecchio Argo e la carezza mancata

Foto LaPresse

Non ho visto l’Odissea di Nolan, mi sbrigherò a vederla, ho una gran fiducia. Però anche un meschino fastidio, una specie di gelosia. Ciascuno ha la sua Odissea, e sentirla messa a confronto con la schiacciante superiorità di risorse di cui dispone il cinema, e questo cinema di IMAX e 70 mm, qualunque cosa voglia dire, è irritante come una manata di Polifemo. Si pensa ancora all’Odissea dal punto di vista dello scolaro che si accinge allo svolgimento del suo tema in classe, e gli arriva addosso un macchinario così smisurato. E, quanto a sproporzione di mezzi, se non nel mio nome di scolaro, mi viene da reagire nel nome sacro di Erich Auerbach, che scrisse la sua Mimesi. Il realismo nella letteratura occidentale, e lo splendido capitolo d’apertura, “La cicatrice d’Ulisse”, tra il 1942 e il 1945 a Istanbul, dov’era riparato sei anni prima fuggendo dalle leggi razziste del nazismo, privato della sua biblioteca e anche di una qualche biblioteca locale adeguata agli studi europeistici: “Del resto, è possibilissimo che il libro debba la sua esistenza proprio alla mancanza d’una grande biblioteca specializzata; se avessi potuto far ricerche, informarmi su tutto quello che è stato scritto intorno a tanti argomenti, forse non mi sarei più indotto a scriverlo”. Se avesse potuto immaginare il dispiegamento di potenza cinematografica che ci si offre oggi, avrebbe forse rinunciato a quel suo primo capitolo che mette a confronto lo stile di Omero e quello del Vecchio Testamento. E all’indagine luminosa sull’interruzione di più di settanta versi che separa il riconoscimento della vecchia nutrice Euriclea – lavando lo straccione straniero ha toccato la cicatrice, cinquanta versi! – dal suo effetto – Euriclea per lo spavento e lo sbalordimento lascia cadere nel bacino il piede alzato, quaranta versi!
L’interruzione, il racconto minuzioso della disgrazia capitata al giovinetto Ulisse cacciando il cinghiale presso il nonno Autolico, oltre che a far trattenere il fiato dopo l’agnizione, risponde al proposito metodico di non lasciare niente nell’ombra, niente di implicito, che non venga scrupolosamente descritto in tutti i dettagli, ritardando la conclusione. In quell’interruzione, il passato si è fatto presente, tanto Ulisse quanto Euriclea sono tornati giovani. L’agnizione è il vero tesoro (non più) segreto della letteratura occidentale – e poi del cinema. Il colpo di scena cui la letteratura di tutti i tempi è debitrice, il riconoscimento di qualcuna, qualcuno, che ti compare davanti in spoglie mentite o scadenti o mediocri, ed è Atena, o Gesù risorto, o la principessa Sissi. Già Aristotele aveva spiegato la potenza dell’agnizione – anagnòrisis, in greco. Il nostro contemporaneo Piero Boitani, uno della posterità di Ulisse, ha ripercorso l’intera cosa in un gran libro, Riconoscere è un Dio. Scene e temi di riconoscimento nella letteratura. Einaudi, 2014.
A proposito della “mia” Odissea, ero tornato più volte su questo tema, e sull’episodio più commovente e irreparabile: l’incontro, dal porcaro Eumeo, di Ulisse col vecchio cane Argo, che giace abbandonato nel letame, pieno di zecche. Ne riscrivo grazie a un felice, se non fraintendo, errore di memoria di Matteo Nucci sulla Stampa di ieri (“Odisseo, siamo tutti nella stessa lacrima”, titolo di cui non lo farei responsabile): “Forse non è un caso che la comprensione di ciò che siamo stati e ciò che possiamo essere si compiano nel film in due episodi, che sono quelli in cui era impossibile discostarsi dalle altezze inarrivabili di Omero. Ossia quando Odisseo ritrova il suo cane Argo, lo carezza, e il cane finalmente può lasciarsi morire. E quando la nutrice Euriclea, lavandogli i piedi e le gambe, tocca e riconosce la sua cicatrice di ragazzo. Allora lo guarda e vorrebbe gridare, ma Odisseo la prende per il collo con la violenta dolcezza dell’uomo che sta tornando, e deve tornare fino in fondo, e sa che in quel momento non è possibile piangere. Eppure sa piangere Odisseo, e sappiamo piangere tutti noi esseri umani. E io, mentre Argo moriva, e mentre Euriclea toccava la cicatrice di Odisseo, piangevo. Piangevo come un vitello nella sala stracolma di popcorn”.
Conclusione dalla quale deduco che Nolan abbia voluto che Ulisse desse ad Argo un’ultima carezza. Un mio carissimo amico raccontava la sensazione di un disastro irreparabile che aveva provato da ragazzino, nel punto di Guerra e pace in cui Natascia a teatro si innamorava dell’ottuso e cinico bellimbusto Anatolij Kuraghin. A me un dolore simile era venuto dalla rinuncia di Ulisse a dare un’ultima carezza al suo vecchio cane. Non gliela diede, infatti. Vi ricordate, Argo riconosce il suo padrone, l’ha aspettato per vent’anni, muove la coda e abbassa le orecchie, ma non ha la forza di andargli incontro. Ulisse, che non deve essere riconosciuto, si volta perché il porcaro Eumeo non possa vederlo, e si asciuga una lacrima.
Si è osservato che Ulisse piange molto nell’Odissea, ma dal suo ritorno a Itaca riserverà al vecchio Argo quella sua sola lacrima. Tuttavia mi era difficile perdonare Omero, tanto più che di Eumeo, come di Euriclea, poteva fidarsi. Bisognava che Ulisse non fosse riconosciuto, ma era un gran peccato che la sua mano non grattasse per l’ultima volta dietro l’orecchio il cane decrepito e pieno di zecche, e che il bravo Argo non leccasse per l’ultima volta la mano del padrone.
E Argo, che aveva visto Odisseo dopo vent’anni,
ecco, fu preso dal Fato della nera morte.