Il Foglio di oggi
Friday17 April 2026
  • Newsletter
  • Podcast
Logo de Il Foglio

di Adriano Sofri

•
piccola posta

Che paradosso, darla vinta all’uniformazione maschile "gli" al posto di "le"

La riluttanza a modificare un’abitudine così radicata sarà pure un conservatorismo senile, ma in questo caso ha dalla sua una distinzione di genere anticipatrice di desideri attualissimi
di
10 DEC 21
Immagine di Che paradosso, darla vinta all’uniformazione maschile "gli" al posto di "le"

Photo by Amador Loureiro on Unsplash&nbsp;<br />

Non riesco a tener dietro alla velocissima, e spesso preziosa, evoluzione del linguaggio, e sono combattuto fra il proposito di corsi di recupero, che mi aggiornino almeno un po’, per non farmi sfigurare o fraintendere, e la decisione che per me sia tardi e che convenga tenersi le proprie abitudini, badando a non offendere i sentimenti altrui. Il fatto è che ieri, nella pagina di una donna che scrive per professione, ho trovato di nuovo l’uso di “gli” nel complemento di termine, riferito a un soggetto femminile, invece che “le”. So che “gli” (“li”) ha un’antica accezione per ambedue i generi, corrispondendo al dativo latino “illi”, che era sia maschile che femminile (e neutro). Nel corso del tempo però si era distinta la forma maschile da quella femminile, “le”, che peraltro è ben testimoniata in Dante. E la distinzione era diventata via via più pregnante, soprattutto nella lingua scritta, e così era stato nella mia istruzione materna e scolastica. Ora, la riluttanza a modificare un’abitudine così radicata rientrerà pure in un conservatorismo senile, ma in questo caso ha dalla sua una distinzione di genere grammaticale anticipatrice di desideri attualissimi, e non si vede perché darla vinta a un’uniformazione al maschile “gli”. Come che sia, poiché anche occhio e orecchio vogliono la propria parte, a me la frase: “Ho incontrato Natalia Aspesi, e gli ho regalato una rosa”, mi fa digrignare i denti.

Di più su questi argomenti: