Troppo ebrei, troppo poco ebrei

Da un documentario sulla Shoah ai provini di Hollywood, due storie americane raccontano i paradossi degli stereotipi sull’aspetto degli ebrei. E di quanto sia difficile liberarsene 

4 NOV 26
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(Foto Getty)

Con tutte le capre antisemite che ci sono in giro, alcune che belano in prestigiosi pascoli istituzionali, mi torna in mente la “capra dal viso semita” di una celebre poesia di Umberto Saba; e mi diverto a immaginare (ne ho, di tempo libero) un casting tra caprette per assegnare il ruolo. Quale capra ha il muso più semita? Due aneddoti americani, entrambi a loro modo esemplari: decidete voi di cosa (io un sospetto ce l’ho). Il primo risale alla fine del secolo scorso. Ad Atlanta, Georgia, era in programma la proiezione di un documentario sui campi di concentramento, e si cercava un volto da fotografare per il poster promozionale; non era difficile trovarlo, perché in città c’erano parecchi sopravvissuti ai lager nazisti. Il problema, per gli organizzatori, era che nessuno di loro aveva il survivor look, in altre parole nessuno somigliava a Elie Wiesel. Dovettero ripiegare su un ebreo americano che durante la Seconda guerra mondiale aveva fatto il pilota aereo nel Pacifico: i campi non li aveva visti neppure con il binocolo, ma aveva il perfetto physique du rôle, e così fu scelto. L’importante era che il suo volto sprizzasse ebraismo da tutti i pori, e soprattutto che corrispondesse all’iconografia della Shoah resa familiare dal cinema e dalla tv.
Il secondo aneddoto lo racconta la scrittrice americana Dara Horn e risale ai nostri anni, dopo lo spartiacque del 7 ottobre 2023. E’ la peripezia di un’aspirante attrice che ha fatto innumerevoli provini a Hollywood, salvo sentirsi dire, ogni volta, che aveva un aspetto “troppo ebraico per la parte” – anche quando la parte era quella di una donna ebrea; il che è quantomeno curioso, al lume dei demenziali criteri contro l’“appropriazione culturale”, quelli per cui non puoi interpretare un messicano neurodivergente e genderqueer se non sei messicano, neurodivergente e genderqueer. La povera ragazza dal viso semita si è proposta allora come doppiatrice, ed è stata subito scritturata. Se ne deduce che come attrice non era una capra, e che il problema era proprio il suo viso semita.