Strano verbo, manifestare

Partecipare a una dimostrazione pubblica è il suo secondo significato, intransitivo, ma non sempre si sposa bene al primo, transitivo: rendere palese un’idea o un’intenzione. Le manifestazioni di questi giorni – senza un coordinamento, una piattaforma condivisa, delle parole d’ordine – non hanno “manifestato”, a rigore, nulla che sia ancora politicamente decifrabile

20 OTT 26
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(Foto Ansa)

Stiamo a corto di idee. Così disperata è la penuria intellettuale che, pur di non restare a bocca asciutta, c’è chi si rassegna a rimasticare cliché andati a male mezzo secolo fa: la vera violenza è quella del capitalismo, o della guerra, o comunque una roba “sistemica”, con annesso pistolotto sulle periferie, e cosa saranno mai due vetrine spaccate a cospetto di un genocidio, qualche incendiuzzo davanti al mondo che brucia, e poi i ricconi sono assicurati. Altre teste pigre tolgono dalla naftalina il guardaroba degli anni di piombo, specie il rimbrotto ai cattivi maestri, o indossano il Pasolini di ordinanza (il fascismo degli antifascisti, simpatizzavo con i poliziotti). In mezzo sta un esercito benintenzionato di assistenti sociali, quelli che la repressione non serve, la politica deve ascoltare i giovani e interpretare il disagio.
A tal proposito mi torna in mente un Pasolini meno trito, l’incipit dantesco di una poesia del 1970: “Manifestar significar per verba non si poría | ma per urli sì | e anche per striscioni; o canzoni”; ciò che non si lascia tradurre in parole “non è che pura e semplice forza”. Strano verbo, manifestare. Partecipare a una dimostrazione pubblica è il suo secondo significato, intransitivo, ma non sempre si sposa bene al primo, transitivo: rendere palese un’idea o un’intenzione. Le manifestazioni di questi giorni – senza un coordinamento, una piattaforma condivisa, delle parole d’ordine – non hanno “manifestato”, a rigore, nulla che sia ancora politicamente decifrabile.
I segnali sono troppi, contraddittori e circonfusi dal rumore. Potranno ringalluzzire qualche reduce dello spontaneismo, qualche déclassé della cultura macerato nel risentimento che finalmente assiste a un’eruzione di rabbia grezza. Già galvanizzano i cultori del poliziottesco all’italiana, che quando sentono parlare di “città fuori controllo” o di “gang di maranza” mettono mano alla fondina. Ed è facile immaginare che le centrali del caos sparse nel mondo tenteranno di articolare la “pura e semplice forza” di quegli urli nel loro lessico politico. Ma chi oggi pretende di spiegarvi il senso dell’ultimo weekend sta barando.