L'uniforme di Auschwitz si avvia a diventare un travestimento fra gli altri

Mercoledì scorso Zara ha dovuto ritirare dal commercio un costume di Halloween per bambini che ricordava vistosamente la casacca a strisce dei deportati. Ci vuole molto, troppo candore per credere a un equivoco innocente 

6 OTT 26
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Foto ANSA

Non sarebbe la prima volta che qualcuno si spartisce le vesti di un condannato o si gioca a dadi la sua tunica. Mercoledì scorso Zara ha dovuto ritirare dal commercio un costume di Halloween per bambini che ricordava vistosamente la casacca a strisce dei deportati. Ci vuole molto, troppo candore per credere a un equivoco innocente – del resto il marchio spagnolo non è nuovo a questi incidenti. Mi sembra piuttosto che sia un segno dei tempi – dei nostri tempi di frettolosa smobilitazione di quell’ordine simbolico che l’Occidente del dopoguerra aveva cementato intorno alla memoria ammonitrice della Shoah. Nel grande carnevale della moda e del mercato l’uniforme di Auschwitz si avvia a diventare un travestimento fra gli altri, un cencio pescato da un guardaroba di simboli ormai integralmente secolarizzati e disponibili al riuso giocoso.
Sono in tanti a spartirsi quelle vesti. Ognuno persegue i propri interessi, ma un’astuzia della ragione fa sì che le strategie diverse convergano, loro malgrado, verso un unico traguardo. C’è una destra scalpitante che punta da decenni a liberarsi dell’ipoteca morale della Shoah (“uno schizzo di guano in oltre mille anni di gloriosa storia tedesca”, dice Alexander Gauland, uno dei fondatori di AfD) e a riporre una volta per tutte la casacca a strisce in soffitta. Sembra che sia la volta buona. A sinistra si assiste alla rivincita spettacolare di quelle correnti, a lungo minoritarie ed eterodosse, che hanno lavorato sottotraccia per svuotare la Shoah dall’interno, trasformando l’antisemitismo in un razzismo fra i tanti e i campi di sterminio in un semplice capitolo della storia universale del colonialismo o del capitalismo. La loro parte di casacca a strisce non la rivendono nelle boutique né la mettono in naftalina, ma la affidano a una tintoria ideologica che la sottopone a lavaggi, decolorazioni e sovratinture fino a renderla irriconoscibile. E a quel punto ne fanno un sudario per Gaza.