Una lunga campagna di colonizzazione semantica

Ogni tema controverso è trasformato in un checkpoint morale che divide infallibilmente i buoni dai cattivi e, più concretamente, in un pretesto per praticare piccole o grandi intolleranze

16 SET 26
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(Foto La Presse)

Oggi parliamo di territori occupati, ma non di quelli che pensate voi. Siamo arrivati al punto che chi avanza dubbi o riserve sulle anticipazioni di un documentario che quasi nessuno ha ancora visto per intero viene bollato, senza mezzi termini, come “negazionista”. E’ l’esito di una lunga campagna di colonizzazione. Quando sbarca in Italia – la Treccani fissa il suo primo insediamento all’inizio degli anni Novanta – la parola negazionismo riguarda solo i campi di concentramento nazisti. Poi comincia a occupare territori semantici contigui, a cominciare dall’arcipelago gulag. Ma nel giro di pochi anni la sua espansione è spettacolare. Magistrati come Caselli o Scarpinato cominciano a parlare di negazionismo della mafia, Travaglio tuona contro i negazionisti della trattativa. Arriva il Covid, e la formula si annette un’altra lunatic fringe, i negazionisti della pandemia. L’avanzata si fa inarrestabile: il negazionismo climatico, il negazionismo del femminicidio, fino ad arrivare a Gaza – intorno a cui si combatte una guerriglia semiologica che ha per obiettivo strategico la costruzione di una replica in scala dei discorsi sulla Shoah.
C’è chi tira l’allarme: a forza di estendere l’etichetta di negazionismo si ottiene di “banalizzare” lo sterminio degli ebrei, di farne una tragedia fra le tante. A me sembra, piuttosto, che si finisca per “eccezionalizzare” tutto il resto. Ogni tema controverso è trasformato in un checkpoint morale che divide infallibilmente i buoni dai cattivi e, più concretamente, in un pretesto per praticare piccole o grandi intolleranze. Perché il negazionismo della Shoah è il caso limite di un’opinione che non ha cittadinanza, se non è addirittura fuorilegge; e perché le obiezioni di un negazionista non si discutono neppure, ci si compiace di squalificarle additando chi le esprime al biasimo generale. Se fossimo imperialisti semantici anche noi, diremmo che l’assimilazione di ogni caso al caso limite per eccellenza fa del dibattito pubblico una prigione a cielo aperto.