I medici di Molière e la diagnosi di "neoliberismo"

La sinistra intellettuale divisa intorno alle idee economiche di Emma Bonino. Per alcuni il suo neoliberismo finisce per screditare anche le battaglie sui diritti civili. Peccato che lei non abbia mai separato le due cose 

15 SET 26
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(Foto Ansa)

Ha ragione Loredana Lipperini: il dibattito che va in scena a sinistra intorno alla morte di Emma Bonino è una “piccola pagina di storia”. L’importante è intendersi su quale sia il libro, o in questo caso la pièce. Un riepilogo per chi entra in sala al secondo atto. Il sipario si è aperto su un consesso di medici di Molière, in uno dei loro travestimenti contemporanei più applauditi: quel buffo mandarinato di accademici neomarxisti che ti spiegano qualunque sintomo con la virtus dormitiva del “neoliberismo”. Dicono – indovinate? – che la Bonino era neoliberista, e che è nocivo celebrarla troppo, tanto più che la sua colpa azzera i meriti sui diritti borghesi: dove potrà mai abortire, una donna, se si smantella la sanità pubblica? Non è la sola gemma comica: dicono pure che nelle conquiste civili i radicali hanno giocato un ruolo trascurabile, salvo poi intestarsi i meriti delle masse operaie. Questa gag iniziale ha diviso la sinistra intellettuale secondo varie linee di faglia (è una pièce intersezionale); in particolare il sesso – il processo proletario a Bonino è celebrato per lo più da maschi – e l’età, perché chi c’era ha dovuto correggere gli strafalcioni storici di chi non c’era.
Se ne sono lette tante. Qualcuno diceva che sì, Bonino si era convertita al neoliberismo, ma che questo non contamina retroattivamente i suoi anni eroici. Altri replicavano che non si è trattato di conversione: bisogna onorarla per i diritti civili, su cui era progressista, non per quelli sociali, sui quali è stata sempre di destra. Peccato che Emma non abbia potuto, con un colpo di scena, balzare in piedi e ribadire ai medici che considerava le sue battaglie liberali in economia come la continuazione delle battaglie civili, e che nell’articolo 18 e nel matrimonio indissolubile vedeva all’opera lo stesso paternalismo di Stato o di sindacato. Avrebbe forse detto: la diagnosi è più semplice, appartengo alla tradizione della sinistra liberale. Ma questa “piccola pagina di storia” dotti, medici e sapienti l’hanno ormai stralciata dal libro. Non la capiscono più. E la cosa non è comica: è una tragedia.