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Fare capannello, o degli ultimi giorni dell’informazione
Assistere al dibattito social intorno a un fatto, non necessariamente rilevante, vuol dire ritrovarsi di fronte a squadre d’opinione pronte a tutto per arruolare seguaci. Scrivono tutti, non legge nessuno
2 SET 26

Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, Brema 2 Luglio 1999 (Foto Getty Images)
Scusate, ma che è successo? Ogni mattina, persa l’abitudine di visitare le notizie nella loro residenza storica – l’architettura ordinata della prima pagina di un quotidiano – riviviamo una scena di Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo. E’ quella in cui il netturbino e il vice-sostituto portiere si fanno largo sgomitando in una folla di curiosi per raggiungere, dicono loro, l’epicentro. Qui hanno finalmente accesso alla notizia: una storiella strampalata su un cavalluccio rosso raccontata da Riccardo Pazzaglia. E’ pure una mezza bufala. Non accade lo stesso a noi? Apriamo i social network e siamo assaliti da commenti sarcastici o furenti su qualche oggetto misterioso, i cui contorni dobbiamo ricostruire a tentoni. Il tragitto classico – leggo la notizia, mi faccio un’opinione – lo imbocchiamo ormai contromano. Sfogliamo strati di opinioni per approdare sfiniti al cuore della notizia, che non di rado si rivela vuoto come quello di una cipolla. Troppo tardi: per contendersi quel vuoto si sono già formate squadre, che ci incitano rumorosamente ad arruolarci. Ma forse squadre non è la parola più adatta.
Negli Ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus c’è una frase ricorrente che Roberto Calasso considerava la più terribile di tutta l’opera: “Si formano capannelli”. Terribile, perché questa unità sociale minima – il piccolo assembramento di curiosi – è meno innocente di quanto appaia: “I capannelli non sono una forma di spontaneità democratica. Ben più antica è la loro origine. I capannelli si formano sempre intorno a un cadavere. Quando il cadavere non c’è, quel posto vuoto evoca molti cadaveri che lì sono stati, molti che lì appariranno. E’ l’ultimo rito che tiene insieme la società civile”. Un rito, scriveva Calasso, celebrato dai “devoti di una potenza ufficialmente inerme, essenzialmente persecutoria: l’Opinione”. Una potenza che esige, se non sacrifici umani, linciaggi perpetui. Kraus, non per caso, chiama capannello la calca di passanti che smaniano per farsi fotografare accanto a un impiccato famoso. E anche questa scena, a ben pensarci, la riviviamo ogni mattina.