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Il Bi e il Ba •
La resa dei conti sul woke avviene sul terreno sbagliato
A differenza del mondo anglofono, qui il ciclone ha lambito solo di striscio la politica. Ma ha devastato una parte consistente del circo dell’editoria, dell’informazione, dell’industria culturale. Quando un dibattito franco si aprirà tra quelle macerie di libri imbarazzanti e di fame usurpate, allora avrà senso svegliarsi
25 AGO 26

Foto ANSA
Quando Alexandria Ocasio-Cortez ha citato la battuta del consigliere di Brooklyn – “Woke 1 was crazy” – sonnecchiavo su un’amaca all’ombra di una magnolia. Ho pensato che non valesse la pena svegliarsi: un po’ perché una frasetta buttata lì non mi appassiona neppure nel mese deputato ai passatempi (meglio la Settimana Enigmistica); un po’ perché sul tema ero rimasto ad occhi aperti quando era utile farlo, prima della frittata trumpiana; un po’ perché il trailer del Woke 2 – tutto anticapitalismo e terzomondismo – fa già quasi rimpiangere il Woke 1. A farla breve, ho preferito lasciarmi dondolare dal venticello della chiacchiera. Poi però il refolo di AOC si è trasformato in un soffio impetuoso, abbastanza potente da ribaltarmi l’amaca. Cos’era successo? Si era azionato il ventilatore del dibattito politico italiano, che da decenni gira a vuoto importando parole d’ordine – ieri la terza via, oggi il woke – salvo poi proclamarle “superate” senza che nulla, o nulla di rilevante, sia accaduto nel mezzo. Il nostro accesso alla storia, qui alla periferia dell’impero, è fatto di ondate retoriche successive.
Per il resto, tutto secondo programma: Conte, che non è woke ma è sveglio, ha messo subito il cappello sull’anti-woke; Schlein, che sarà pure un po’ woke ma accidenti quanto dorme, ha premuto per l’ennesima volta il tasto snooze. Non dico che sia per forza una discussione infeconda (prima ci si risana da quella peste culturale meglio è, se si spera di sconfiggere i diversamente infetti sul fronte opposto); dico però che la resa dei conti avviene sul terreno sbagliato. A differenza del mondo anglofono, qui il ciclone ha lambito solo di striscio la politica. In compenso ha devastato come una furia una parte consistente del circo dell’editoria, dell’informazione, dell’industria culturale. Quando un dibattito franco si aprirà tra quelle macerie di libri imbarazzanti, di fame usurpate, di inetti miracolati e di faide pettegole tra squadrette di adolescenti canuti, allora avrà senso svegliarsi. Fino ad allora, se permettete, preferisco l’amaca. Stay asleep.