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Renzi e Vannacci inseguono l'epica e finiscono con Fantozzi
Dalla propaganda della Germania nazista fino ai capolavori di Hollywood, correre una maratona ha sempre generato solennità. Poi è arrivata la sfida tra il leader di Italia viva e quello di Futuro nazionale
24 LUG 26

Foto ANSA
“Tre corridori, un paese, una volontà!”. Altro che Lele Adani: gli slanci lirici della voce narrante davanti al trio di maratoneti finlandesi alle Olimpiadi di Berlino del 1936, nella prima parte di Olympia di Leni Riefenstahl, sfiorano vette tra l’epinicio pindarico e il comizio hitleriano. Ma questo non è certo l’unico modo per raccontare una gara atletica, grazie al cielo. Per esempio, in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972 – quelle di Settembre Nero – otto grandi registi girarono Visions of Eight, un documentario che pur conservando evidenti debiti estetici verso il capolavoro della Riefenstahl aveva ormai lasciato alle spalle il suo classicismo nazionalsocialista. In particolare, del segmento sulla maratona s’incaricò John Schlesinger, lo stesso regista che tre anni dopo avrebbe diretto un celebre film con Dustin Hoffman, Il maratoneta, dove la retorica del 1936 era pressoché capovolta.
Il “marathon man” protagonista del film, Thomas “Babe” Levy, era infatti uno studente ebreo di storia che si metteva sulle tracce di un criminale nazista rintanato in Uruguay; e i suoi allenamenti quotidiani a Central Park in vista della maratona di New York diventavano una metafora della tenacia paziente nel perseguire la giustizia e inseguire i cattivi della storia, ovunque tentino di nascondersi. Insomma, volendo, i riferimenti nobili non mancherebbero. E allora com’è che davanti alla sfida maratonistica tra “Babe” Renzi e l’Oberbefehlshaber Vannacci mi vengono in mente soltanto le Olimpiadi Aziendali organizzate dal ragionier Fonelli in Fantozzi subisce ancora?