Minoli: “Adani urla cose senza senso, Buttafuoco lo cacciano e ci mettono la fidanzata di un ministro"

L'ex direttore di Rai 2 e Rai 3 commenta quanto sta accadendo a Viale Mazzini: "Il palinsesto non è un’idea, è un cassetto. Ci infilano dentro quello che capita, senza chiedersi se stia insieme. Il grammelot ormai lo fa la Rai intera”

18 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 13:43
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“L’altra sera Daniele Adani non ha fatto una telecronaca durante la semifinale Argentina-Inghilterra. Ha urlato un rap sgangherato sopra una partita di pallone. E la cosa buffa è che gliel’hanno permesso, nella stessa azienda dove, nei prossimi palinsesti radio, tolgono la parola a uno scrittore, Pietrangelo Buttafuoco, per ordine politico, e al suo posto forse ci mettono una signorina che ha detto di essere in relazione con il ministro dell’Interno. Guardi, tutto si tiene. E’ la stessa Rai, capisce? Quella che urla e quella che zittisce, quella che rappa pure i palinsesti. C’è un unico principio ispiratore”. Ah, e quale sarebbe? “Nessun principio”. Giovanni Minoli ride e dice così, al telefono, senza un preambolo, come chi ha già la sentenza scritta e la sta soltanto leggendo con ironia. Per essere precisi, l’altra sera su Rai 1, al minuto 86, al pareggio dell’Argentina, Adani, ex calciatore e commentatore, si avvolge nelle parole come se si impacchettasse, comincia a urlare e chiama in causa Einstein, poi capisce che Einstein non basta e chiama in causa Dio, poi capisce che nemmeno Dio basta e chiama in causa Dios, che è superiore a Dio perché almeno Dios un mondiale l’ha vinto.
Il tutto in un semi-linguaggio che sarebbe forse piaciuto al Dario Fo del grammelot. “Il primo rap in escalation teologica mai avvenuto in diretta su Rai 1”, dice Minoli. “Ma il ‘rappezzo’ vero non sta nella voce di Adani che cerca di imitare i radiocronisti brasiliani. Sta nel fatto che quella voce esce da un’azienda che ‘rappezza’ tutto allo stesso modo: i palinsesti, le mattine, i direttori, con lo stesso identico metodo, che poi è nessun metodo”. Come quando affidarono la telecronaca delle olimpiadi a Paolo Petrecca. Il grammelot di Dario Fo, appunto, ma senza il genio dietro. “Io non dico che dobbiamo tornare a Niccolò Carosio, che sarebbe stupendo. Ma almeno dovremmo tornare a sentire cose che hanno un senso. Io tolgo il volume ormai”. Un esempio di questo ‘rappezzo’, fuori dal campo di calcio? “Il palinsesto della Rai non è un’idea, è un cassetto. Ci infilano dentro quello che capita, senza chiedersi se stia insieme. E quando qualcosa dà fastidio lo tolgono, non perché non funzioni, ma perché ha smesso di piacere a chi in quel momento tiene le chiavi del cassetto. Cosa c’è di nuovo? Cosa è stato inventato? Sanremo? Dov’è il servizio pubblico? Boh”.
Il caso di Buttafuoco va in questa direzione? “E’ un esempio da manuale. Hanno tolto dieci minuti al giorno, alle 7 del mattino, a uno scrittore di destra perché è una persona libera. Glieli tolgono perché in un altro cortile, quello della Biennale, lo stesso uomo ha fatto una scelta che a qualcuno al governo è dispiaciuta. Se pensano che quel programma fosse brutto, lo devono dire. Ma non posso dire soltanto che quella fascia oraria sarà ‘destinata ad altro’”. Nella stessa stagione di tagli, altre trasmissioni restano intatte. “Per ragioni che con la qualità del programma c’entrano poco”. E Adani cosa c’entra invece? “Se un’azienda avesse davvero cura del proprio prodotto, non lascerebbe che una semifinale del Mondiale, in diretta, davanti a milioni di persone, si trasformi in un trattato di metafisica sudamericana. Il fatto che glielo permettano, anzi che lo richiamino ogni volta che c’è da riempire una serata, dimostra che a nessuno importa più cosa succede in video. Ma forse fa così caldo che in fondo va bene tutto”.