Ranucci e una saga romana poco appassionante

Tra gli innumerevoli interrogativi ancora aperti, il caso Ranucci-Lavitola lascia intravedere un sottobosco fatto di promiscuità e cene simil eleganti. Che in fin dei conti non ci interessano 

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Ed eccoci di nuovo alle prese con l’anello di Sigfrido. Wendy Doniger, indologa eminente, rifletté a lungo sulla corrispondenza morfologica tra l’anello forgiato dal nano e la logica compositiva del dramma wagneriano: “Anche la struttura narrativa è ad anello. Ma è una spirale, non un cerchio. L’anello che alla fine ritorna nel Reno è stato riforgiato; è un anello con una storia differente. La differenza è la sconfitta, la tragedia: Sigfrido ha tradito il suo unico vero amore, e il mondo, quando risorgerà dalle acque del Reno, non sarà mai più lo stesso”. Nel nostro caso, avendo a che fare con un comunissimo bistrot di pesce nel quartiere romano di Monteverde e non con il tesoro dei Nibelunghi, introdurrei il simbolo più dimesso del Totano di Moebius: un anellino fritto ricorsivo che tiene avvinti gli amici del cuore Ranucci e Lavitola, lungo la cui panatura si incontrano all’infinito la vittima e il carnefice, il carnefice e la vittima.
Quale verità profonda nasconde questo intreccio? Dubito che la risposta ci riguardi. Le composizioni ad anello hanno un qualche interesse quando riflettono una struttura mitica profonda, o al limite ostendono una piccola allegoria storico-politica. Il nostro anellino di totano non ci parla di nulla se non della friggitrice ad aria del potere e del sottopotere romano, troppo romano. In tempi meno scafati, anche la tavola ci parlava dei sotterranei dell’Italia, e c’è chi ancora oggi è disposto a spendere fortune per accaparrarsi una copia del rarissimo Menu e dossier, divertimento gastronomico di Federico Umberto D’Amato, ex direttore dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Oggi perfino gli scandali più eclatanti, perfino gli attentati bombaroli non ci parlano che di sé stessi, e di un piccolo mondo promiscuo che possiamo sanamente ignorare. E questo è anche il destino probabile del nuovo anello di Sigfrido. Non risorgerà dalle acque del Reno, ma s’inabisserà nella melma del Tevere, per tornare a dormire nelle mistiche profondità di Fiumicino, fino alla prossima pesca.