Non ho visto il film di Nolan, ma so dove inciampa la sua Odyssey

Ulisse non è un occidentale in crisi: lui lo fonda, il canone occidentale che da lì a due o tre millenni darà grandi soddisfazioni all’Umanità, con qualche sberleffo anche agli dèi. Altro che reduce in crisi

5 AGO 26
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"Dobbiamo scusarci per quella grandezza? La risposta è sì: dobbiamo farlo, altrimenti il ​​pubblico rifiuterà quella grandezza”, ha detto Christopher Nolan in una recente intervista. E se si scusa lui, chi siamo noi per non scusarci davanti a tanta grandezza? The Odyssey non lo abbiamo visto, ma ne parliamo lo stesso. La scusa ufficiale per non averlo ancora visto è che dalla mia attuale isola dei lotofagi (I apologize: passo anch’io dalla terza alla prima persona come Giuseppi quando scrive lettere di dimissioni a Fontana) la sala Imax più vicina dista 300 miglia marine; ma la verità vera e confessabile è che il cinema di Nolan mi provoca acufene. Il sommo Ejzenštejn aveva per colonne sonore le musiche che Prokofiev eseguiva dal vivo in sala, l’altro sommissimo Kubrick ha elaborato per i suoi film i più grandi commenti musicali. Io sono molto orgoglioso di pensarla come Emily Wilson, quando scrive che “senza un secchio di cera per le orecchie… sono stata esposta all’intero frastuono di bastoni, mazze e spade che percuotono, armature che cozzano, fulmini, onde che si infrangono, grugniti, urla, palazzi che crollano e templi in fiamme”. L’estetica come baccano.
Ma bisogna scusarsi (“We live in an age that demands apologies from greatness”) anche con Nolan: in realtà nella lunga intervista con la famosa filosofa e podcaster cinese Zhong Shu il regista non ha fatto una sintesi tanto banale dell’intero canone occidentale e del conseguente fardello dell’uomo bianco che gli è toccato portare per i sette mari e i cento set. Ha argomentato da artista e intellettuale del Ventunesimo secolo che “data la prospettiva filosofica più democratica o idealizzata in cui viviamo oggi – che ci porta a voler considerare le persone come uguali” dobbiamo in qualche modo scusarci per la grandezza omerica: “La risposta è sì: dobbiamo farlo”. Risponde pure all’obiezione (mossagli più volte) di aver “cristianizzato” il poema e di aver introdotto il concetto di “espiazione” invece assente nella cultura greca: “Mi sono concentrato molto sull’idea di quella che viene chiamata xenia”. Senza vedere né sentire, ho letto abbastanza per aver capito. La sintesi che farebbe l’AI di tutti gli articoli usciti è: se ti piace Nolan sei di sinistra, se lo critichi sei di destra. O almeno hai letto Pindemonte al classico, che è peggio di essere di destra.
Tocca scusarsi anche di questo: non è vero. Il tema (che non è il plot) messo in scena da The Odyssey è molto più profondo di una eterna disputa tra antichisti e modernisti. Adoratori del canone e novatori. E’ che per Nolan (io non ho visto, ma ho le prove, direbbe quello là) il tema di Ulisse non è quello di un ritorno a casa – Nostos, nostalgia, Nostalghia sono anche titoli di bei film esplicitamente omerici – e nemmeno la voglia di non tornarci, a casa, la pulsione di scoprire altri mondi, come ha capito Padre Dante. Nolan immagina (e impagina) un uomo in crisi, coi sensi di colpa del bianco occidentale (un miceneo del XIII secolo avanti Cristo avrà avuto coscienza di essere bianco e occidentale?). Qualcuno ha scritto che quando racconta di Troia ha l’aria di uno che torna da Troia ma come se fosse un reduce dalla guerra sporca del Vietnam (Tornando a casa, non a caso, è uno dei film più brutti sul Vietnam). E siano lodati gli dèi che il film sull’Odissea non lo ha fatto Oliver Stone. L’Ulisse di Nolan si preoccupa di aver ucciso, tradito. “Mi sono interessato a quel collasso – quella che viene definita ‘la catastrofe’, ovvero il crollo della civiltà dell’Età del bronzo… Credo sia un tema che, da una prospettiva moderna, risulta spaventoso, interessante e intrigante”. Anche Oppenheimer parla della fine e del collasso della civiltà.
Non c’è bisogno di essere di destra né di aver fatto il classico e nemmeno di aver visto il film per sapere che tanto Omero quanto Ulisse se ne fregavano del collasso della civiltà. Il contrario. Omero narra un mito di fondazione: conquistare il potere, la gloria e l’immortalità grazie a quel multiforme ingegno dell’uomo che secoli dopo atterrirà pure Sofocle. Ulisse ha tutt’altro per la testa che il tormento di civiltà: parte per la guerra e distrugge una città per recuperare tutt’ chell che è o’ che è nuost’; inganna i troiani, 
ammazza i nemici, acceca Polifemo perché vuole mangiarsi i suoi compagni, molla Calipso e Circe dopo averne approfittato col fascino di tombeur de femmes. E quando a Itaca trova degli intrusi che vogliono contendergli il potere non è che lui fa le primarie, eh: li ammazza tutti come cani o porci. E infine con Telemaco restaura il suo ruolo di padre patriarcale, con buona pace pure di Massimo Recalcati. Ulisse lo fonda, quel canone occidentale che da lì a un due o tre millenni darà grandi soddisfazioni all’Umanità, con qualche sberleffo anche agli dèi. Altro che reduce in crisi.
Poi un giorno mi metterò dei tappi di cera nelle orecchie, e andrò a vedere la versione di Nolan.