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Si riapre il caso Pasolini. In Italia la giustizia è cieca ma la storia è presbite
A cinquantun anni dal delitto, la riapertura delle indagini per la morte del poeta rivela qualcosa sul rapporto del nostro paese con giustizia e storia. Come se la ricerca di verità sul passato proseguisse per tentativi, nella certezza che il passare del tempo porti consiglio

Foto via Getty images
La riapertura del caso Pasolini ci rivela qualcosa sul nostro rapporto con la giustizia, ma soprattutto sul nostro rapporto con la storia. Nel caso specifico, appare clamorosa non tanto la distanza di cinquantun anni dal delitto quanto la reiterazione della riapertura delle indagini a scadenze più o meno fisse. È come se in Italia la ricerca di verità sul passato proseguisse per tentativi, nella certezza che il passare del tempo porti consiglio; un po' come di tanto in tanto si infila la forchetta per verificare lo stato della crostata in forno, così si ritiene che a un certo punto la verità sarà al giusto punto di cottura e potrà essere servita in tavola.
È una concezione della storia degna dell'aneddoto sul funzionario cinese che riteneva (e forse ritiene tuttora) non sia passato tempo sufficiente onde esprimere un giudizio sensato sulla rivoluzione francese. In Italia la giustizia è cieca ma la storia è presbite, quindi la prima colpisce a casaccio mentre la seconda cerca di mettere a fuoco da distanze iperboliche, forte della certezza che prima o poi ci riuscirà. Se non sarà cinquantun anni dopo, sarà dopo settantacinque, cento, diecimila, ma prima o poi il passato non avrà scampo e sapremo cosa è davvero successo in un periodo di cui, oramai, non importerà più nulla a nessuno.
Perché sapete, nella tradizione dell'arte divinatoria, chi sono quelli in grado di vedere lontano nel tempo senza però riuscire a osservare i dettagli che hanno sotto il naso? I morti.