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Dick Cheney

È comune per i politici americani prestarsi a fare da testimonial per la pubblicità. L’irreprensibile Tip O’Neill, andato in pensione da presidente della Camera, fece uno spot tv per una catena di alberghi. Bob Dole, eroe e invalido di guerra, sconfitto alle Presidenziali, promosse il Viagra. Madeleine Albright balla il rap per l’Unicef.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 21 luglio 2002

È comune per i politici americani prestarsi a fare da testimonial per la pubblicità. L’irreprensibile Tip O’Neill, andato in pensione da presidente della Camera, fece uno spot tv per una catena di alberghi. Bob Dole, eroe e invalido di guerra, sconfitto alle Presidenziali, promosse il Viagra. Madeleine Albright balla il rap per l’Unicef. Bill e Hillary Clinton fecero, per una causa benefica, la parodia di Harry e Louise, celebre coppia di loro persecutori in una celebre serie di spot promossi dall’industria farmaceutica. Ciascuno fa quel che può. Il vicepresidente Dick Cheney non poteva essere da meno. Spesso il caso vuole che si possa percepire un’altrimenti indefinibile associazione tra il personaggio e il prodotto cui fa réclame, tipo quella misteriosa che assimila in qualche modo cani e padroni.

L’exploit pubblicitario di Cheney è però, alla luce delle circostanze, particolarmente imbarazzante. Si tratta di un video, risalente al 1996, in cui l’attuale vice di Bush figlio, ex capo del Pentagono di Bush padre, passato allora al settore privato come il suo datore di lavoro dopo che questi aveva perso nel 1992 la Casa Bianca, fa pubblicità alla società di certificazione dei bilanci Arthur Andersen. “Mi danno buoni consigli su come tenere i bilanci, fondati sul modo in cui noi facciamo affari e in cui operiamo, consigli oltre e al di sopra della norma…”. Il mese scorso la Arthur Andersen è stata condannata da una corte degli Stati Uniti per ostruzione della giustizia e distruzione di documenti a proposito di come avallava i falsi in bilancio del colosso petrolifero Enron. Cheney è ora sotto accusa, in un tribunale del Texas, per aver falsificato i bilanci della società di servizi per l’industria petrolifera di Dallas Halliburton & Co., quando ne era a capo tra 1995 e 2000. Non allevia la situazione che a dar notizia del video sia stato il Wall Street Journal, sfegatatamente pro business e pro amministrazione Bush. Né che i suoi accusatori siano gli ultraconservatori del Judicial Watch di Larry Klayman, il mastino che era stato inesorabilmente alle calcagna di Bill Clinton per il Monicagate. Né il fatto che una divisione della Halliburton, la Kellogg Brown & Root (KBR), specializzata in progetti logistici, continui a essere uno dei principali contrattisti per il governo americano, e attinga ai 30 miliardi di dollari stanziati come fondo di emergenza antiterrorismo dopo l’11 settembre, per fornire una varietà di servizi che vanno dalla costruzione delle celle per i terroristi di Al Qaida detenuti a Guantanamo agli approvvigionamenti per le truppe americane stazionate in Uzbekistan (il primo contratto militare della KBR risale agli anni 40, costruivano già basi in Vietnam, poi a Haiti, in Somalia e nei Balcani, ma pare che gli appalti vadano particolarmente a gonfie vele da quando hanno assunto il generale in pensione Joe Lopez, che era l’addetto militare di Cheney quando questi era al Pentagono). Il successo della carriera in affari di Cheney era stato sollevato polemicamente già quando, nel 2000, George W. Bush lo scelse come suo compagno di cordata presidenziale. Per quietare le acque aveva dovuto fare il grosso sacrificio personale di devolvere in beneficenza la sua liquidazione multimilionaria. Poi era finito di nuovo sotto tiro per aver deciso di negare al Congresso la documentazione su chi e come avesse consultato nell’approntare i discussi piani per l’energia della Casa Bianca, di cui era responsabile.

Continua a negare qualsiasi malversazione. Ma quelli che potevano parere incidenti veniali (anzi, l’esperienza nel settore privato venne vantata a lungo come un titolo di merito) rischiano di diventare mortali nel momento in cui il suo datore di lavoro è costretto a lanciare una campagna per la “moralizzazione societaria”. Non occorre nemmeno che si arrivi a un procedimento di impeachment: il vicepresidente americano ha tra le sue funzioni anche quella di parafulmine, viene dimesso e sostituito a piacere del presidente. Può darsi di no. C’è chi ha sostenuto che è Dick Cheney il vero presidente, e Bush solo il prestanome, la controfigura da mandare davanti ai riflettori. Se Bush lo licenziasse, rischierebbe di licenziare se stesso, si dice. Ma già il fatto stesso di finire suo malgrado sotto i riflettori è una sconfitta per uno che ha fatto così costantemente e ostentatamente professione del non apparire, del farsi vedere il meno possibile, del far sentire la propria influenza prevalentemente dietro le quinte. Ci sono politici dallo stile estroverso, che si affermano facendo spettacolo, mostrando al mondo quanto sono brillanti. Cheney sembra invece di quelli che al contrario si affidano al restare in ombra, anche quando sono loro a muovere i fili.

Qualcuno l’ha definito “l’uomo con un potente anticarisma”. Un bel profilo tracciato di lui lo scorso anno sul Newyorker da Nicholas Lemann si intitolava “The Quiet Man”, l’uomo tranquillo, dal titolo di un vecchio film di John Ford con John Wayne. Proverbiali sono i suoi lunghi silenzi, anche nelle riunioni coi più stretti collaboratori. Ha fatto del grigiore una corazza. In altre latitudini e altre epoche sarebbe stato il prototipo del grande apparatchik comunista, o del cardinale da Curia. Non fa battute, non racconta barzellette, non si sforza di apparire simpatico e gioviale. E nemmeno si dà da fare per apparire geniale. Non ha ubbie da eroe o da capopopolo (l’esatto contrario, si potrebbe dire, di un John McCain). Non ha vezzi da intellettuale raffinato (ha scritto molto poco, l’unico libro l’ha fatto assieme alla moglie, molto più “ideologa” di lui), e nemmeno particolare interesse alla cultura di massa (“Negli anni '80, quand’era deputato, dovemmo spiegargli chi fosse Madonna”, raccontano). I militari storcono il naso all’idea che non abbia mai servito in divisa. Altri insinuano che il suo interessamento all’Afghanistan e all’Asia Centrale abbia più a che vedere con i progetti di esplorazione e di oleodotti della Halliburton nella regione che con Al Qaida. Ma c’è anche chi dubita della sua competenza nel campo petrolifero: “Cheney non era così ben pagato per le sue conoscenze dell’industria petrolifera o le sue capacità negli affari. Era per i suoi contatti politici. Sa a chi rivolgersi, e chiamandolo col nome di battesimo”, ha detto di lui Pratap Chatterjee, esperto del petrolio del Caspio. È così, dicono, che ha fatto carriera, facendosi sempre scegliere dalle persone giuste e mai eleggere.

A portarlo alla politica era stato, sotto l’amministrazione Nixon, l’attuale capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, uno cui invece piace lo show. Così, dicono, i signori del business decisero di chiamarlo alla testa della Halliburton al termine di una giornata di pesca sul fiume Miramichi, a New Brunswick, durante la quale non aveva spiccicato parola. E così lo scelse l’estroverso Bush per il ticket presidenziale: si notò che non gli portava voti, nessuno Stato in particolare, nessuna nicchia diversa di elettorato; portava invece, questo sì, un’impareggiabile esperienza da insider nei giochi della politica, una certa continuità con lo staff degli esperti di papà e, soprattutto, una garanzia di fedeltà e discrezione. “La sua personalità non lo porta mai a ritrovarsi come ostacolo alla soluzione di un problema. Significa che uno non si ritrova ad avere a che fare con lui e, insieme, col problema. L’esatto opposto, per intenderci, di Henry Kissinger”, ha detto di lui l’amico Kenneth Adelman, con cui aveva collaborato nell’Agenzia per il controllo degli armamenti e disarmo all’epoca di Ronald Reagan. “In questo mestiere, la politica, non sono in molti a non avere una propensione a imporre la propria personalità. Ma tutti si ritrovano a dover investire su qualcun altro. Cheney ha una capacità quasi unica di mettere a proprio agio i potenti che hanno investito su di lui”, è il modo in cui la mette invece Vin Weber, suo collega in Senato negli anni 80. “È uno freddo. Non ringrazia mai i subordinati per il lavoro svolto, segnalando la sua approvazione semplicemente assegnandogli nuovo lavoro; non reagisce quando gli fanno un briefing e non fa conversazione leggera”, racconta un suo collaboratore.

Ricordano che quando era capo di Gabinetto alla Casa Bianca di Gerald Ford, il nome in codice assegnatogli dal Secret Service era “Backseat”, quello che siede dietro, in posizione defilata. Il capolavoro di autocancellazione, il vero e proprio colpo di magia nel darsi il ruolo di “uomo invisibile” riuscì a compierlo dopo l’11 settembre, sparendo per lunghi mesi dalla circolazione. Si disse che, per motivi di sicurezza, aveva trasferito la residenza dalla Vicepresident’s Mansion, situata al centro della zona militare dell’Osservatorio della Us Navy a Washington, in un bunker antiatomico sotterraneo, nelle viscere dei monti Allegheny o delle Rocky Mountains nel South Dakota. Il New York Times ironizzò sui “due uomini delle caverne”, entrambi introvabili e invisibili, lui nel bunker dello US Strategic Command e Osama bin Laden a Tora Bora. Altri immaginarono misteriose missioni segrete all’estero. Una vignetta satirica lo presentò, vestito da talebano, davanti all’ingresso di una caverna: “Sono la squadra di demolizione dell’Afghanistan, composta da un solo uomo. L’Alleanza del Nord di cui tanto si parla? Eccomi. Le forze speciali, i commando? Di fronte a voi. Sono qui da una settimana. Ho distrutto personalmente 10 aeroporti, innumerevoli installazioni radar e il solo videonoleggio in tutto questo dannato paese”. Altri cominciarono a pensare che fosse troppo malato per farsi vedere: dalle elezioni del novembre 2000 era finito pubblicamente in ospedale tre volte, una in seguito a un piccolo attacco cardiaco, le altre due per l’impianto di uno sten coronarico e per rimediare a complicazioni causate dallo stesso intervento. Ha avuto almeno quattro infarti, il primo nel 1978, a 37 anni, mentre nel 1988 gli hanno applicato quattro by pass (“Non era strettamente necessario, ma volevo poter continuare a sciare”, ha minimizzato).

In un certo senso l’intera biografia di Richard Bruce Cheney, nato nel 1941 in Nebraska, nell’America profonda, appare come un esercizio di minimizzazione, anonimizzazione, appiattimento. Uno dei nonni faceva il cuoco alle dipendenze della Union Pacific, sulle ferrovie costruite dai “robber barons”, i baroni briganti che avevano fatto la fortuna economica e l’infamia economica dell’America nell’Ottocento. Un altro era cassiere in una banca che fallì durante la Depressione. Suo padre era stato per decenni impiegato dell’Agenzia federale per la conservazione del territorio. I genitori erano democratici del New Deal, fieri che Dick fosse nato il giorno del compleanno di Franklin Roosevelt. A destra ci sarebbe arrivato per caso. Non per ragioni ideologiche e nemmeno attraverso un percorso tortuoso e sofferto, iniziato a sinistra e concluso come ultrà dalla parte opposta della barricata, come molti esponenti più intellettuali del pensiero neoconservatore. Non per reazione al clima politico orientato a sinistra dominante negli anni '60 nei campus delle università, in cui si sentiva emarginato dai colleghi più brillanti (come pure, a posteriori, ha suggerito sua moglie). Ma semplicemente perché quando nel 1965 decise di presentarsi al concorso per collaboratori al Parlamento locale del Wyoming c’erano solo due posti disponibili: uno andò a un militante della gioventù democratica, e l’unico altro posto, in virtù dell’informale locale manuale Cencelli, era quindi a disposizione di qualcuno che dichiarasse simpatie repubblicane. Gli anni della sua formazione il giovane Dick li aveva trascorsi a Casper, in Wyoming, in una cittadina il cui sviluppo era legato al petrolio (come era stato per i Bush a Midland, in Texas).

Fu grazie alla raccomandazione di un petroliere locale che riuscì a iscriversi all’Università di Yale, un sogno di promozione sociale. Ma non riuscì mai a laurearsi, se non molto più tardi, in un’università di serie B. Ripetutamente bocciato agli esami, finì col trovarsi un lavoro a Rock Springs, in Wyoming, nella costruzione della linea di trasmissione elettrica dall’invaso ai confini con l’Utah. A quegli anni risalgono anche quelle che, quando le dovette tirare fuori alle udienze per la conferma dell’incarico a segretario della Difesa nell’amministrazione di Bush padre, definì “indiscrezioni giovanili”. Fu due volte arrestato per guida in stato di ubriachezza e una volta colto in flagrante e multato per pesca di frodo, fuori stagione. “La cosa peggiore non fu la multa di 25 dollari, ma che mi sequestrarono il pescato”, avrebbe confessato, nel raccontare la vicenda, secondo la ricostruzione che ne ha dato Bob Woodward nel suo “The commanders”, sui protagonisti della Guerra nel Golfo. I senatori gliela passarono, non solo perché erano sciocchezzuole e perché non avevano più voglia di massacrare un altro candidato, come avevano appena fatto con la prima scelta del nuovo presidente, il potente ed esuberante John Tower, ma anche perché allora Cheney sembrava il ritratto dell’onesta e banale normalità etica dell’americano medio: ancora niente andirivieni tra politica e settore privato, pochi soldi in banca, la stessa casa da anni, un solo matrimonio, quello con Lynne, conosciuta da ragazzo. Lui, forse, non è cambiato nemmeno poi tanto da questo punto di vista. Ma si sa che le sensibilità, in tempi di tempestosa sfiducia sopra Wall Street, cambiano.

di Siegmund Ginzberg


In breve

Richard Bruce Cheney è nato il 30 gennaio 1941 a Lincoln, Nebraska. È cresciuto a Casper, Wyoming, dove ha studiato Scienze Politiche. Ha iniziato la carriera nell’industria privata, settore energia, ma a soli 34 anni era capo dello staff di Gerald Ford (1975-’77). È stato segretario della Difesa con George Bush padre. Nel 1995 è rientrato nel business privato, come presidente della Halliburton, settore energia e costruzioni (Dallas). Una moglie, due figli, tre infarti e quattro by-pass. È vicepresidente degli Stati Uniti.

Siegmund Ginzberg è nato a Istanbul. Ha scritto corrispondenze da Pechino, Teheran, New York

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