Gli scrittori italiani di una volta non sapevano scrivere

Camillo Langone

Sebbene citi troppo spesso, e in modo troppo ambiguo, Stalin, e mai nemmeno una volta Solzenitsyn, anche il Paolo Nori di “La grande Russia portatile” (Salani) merita di essere letto. Il sottotitolo annuncia un “viaggio sentimentale nel paese della più bella letteratura del mondo” ma non mancano i rimandi alla letteratura italiana. Nori confronta una poesia di Puskin con una poesia coeva di Manzoni e il risultato è per noi impietoso perché il russo scriveva come parlava e l’italiano come se stesse dettando una lapide. In effetti i libri italiani dell’Ottocento non riesco più a leggerli, per tacere di quelli del Settecento. Nori non mi ha avvicinato più di tanto alla letteratura russa (troppo prolissa, troppo remota, troppo triste) e mi ha ulteriormente allontanato da quella italiana. Adesso mi è chiaro che, mentre gli scrittori italiani di oggi non sanno pensare (immaginarsi un ragionamento di Edoardo Albinati), gli scrittori italiani di una volta non sapevano scrivere. Ci si tuffi pertanto nella pittura e nella musica (strumentale).

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