Politica
Frenata sugli stipendi dei magistrati •
Il governo mette una toppa per arginare i futuri aumenti di stipendio ai magistrati
All’art. 67 del disegno di legge di Bilancio il governo ha inserito una norma che punta a modificare il metodo di calcolo degli aumenti contrattuali dei magistrati, o meglio, a ripristinare quello in vigore prima delle innovative sentenze del Consiglio di Stato

Foto Ansa
Giorgia Meloni non ha ancora firmato il dpcm per pagare circa un miliardo di arretrati ai magistrati, ma sta cercando di frenare la corsa agli aumenti di stipendio futuri. All’art. 67 del disegno di legge di Bilancio, infatti, il governo ha inserito una norma che punta a modificare il metodo di calcolo degli aumenti contrattuali dei magistrati, o meglio, a ripristinare quello in vigore prima delle innovative sentenze del Consiglio di Stato. L’adeguamento degli stipendi dei magistrati, infatti, viene stabilito su base triennale, calcolando la media pro capite degli incrementi ottenuti dalle altre categorie del pubblico impiego nel triennio precedente. Per decenni l’Istat ha effettuato questo calcolo nel modo più banale e corretto possibile: attraverso la media ponderata, ovvero attribuendo a ogni comparto un peso corrispondente alla propria consistenza numerica.
Ma nel 2025, ribaltando l’interpretazione consolidata, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso dei colleghi magistrati e dell’Anm, stabilendo che il metodo fino ad allora utilizzato era sbagliato: secondo la nuova interpretazione, anziché la media ponderata bisogna utilizzare la media semplice, attribuendo lo stesso peso a ogni categoria indipendentemente dal numero di addetti, con la motivazione esplicita che i comparti più ristretti ottengono incrementi salariali superiori. Il risultato è che, con il metodo storico, i magistrati hanno percepito aumenti del 4,84 per cento per il triennio 2021-23 e del 6,22 per cento per il 2024-26; con il nuovo metodo della media semplice, invece, gli aumenti sono passati rispettivamente al 6,69 per cento e al 12,32 per cento.
Ora che tutte le sentenze sono diventate definitive, incluse quelle del Tar del Lazio relative al dpcm sul secondo triennio in questione, secondo i calcoli della Ragioneria generale dello stato, tra arretrati e adeguamenti degli stipendi al nuovo regime, lo stato deve sborsare 979 milioni di euro per i magistrati.
Ma il costo non finisce qui, per due ordini di motivi. Il primo è che lo stesso metodo utilizzato per i magistrati si applica anche ad altre categorie di personale non contrattualizzato, come professori universitari, dirigenti della Polizia e delle Forze armate, personale delle carriere prefettizia e diplomatica. Alcune di queste categorie, come i professori universitari e gli ufficiali militari, hanno già presentato un ricorso analogo a quello dei magistrati: anche loro vogliono la media semplice al posto di quella ponderata ed è molto probabile che il Tar si muova nel solco tracciato dalle sentenze del Consiglio di Stato. Sebbene la platea sia molto più ampia rispetto a quella dei magistrati, il costo complessivo per lo stato dovrebbe essere inferiore, perché per queste categorie l’adeguamento retributivo avviene su base annuale, non triennale, e il ricorso riguarda soltanto il dpcm del 2026. Verosimilmente, quindi, il governo dovrà pagare un anno di arretrati, con un margine aggiuntivo limitato, e non un miliardo come nel caso dei magistrati.
L’altro problema, quello su cui interviene la legge di Bilancio, è che il nuovo metodo introdotto dalle sentenze del Consiglio di Stato comporta adeguamenti degli stipendi strutturalmente più elevati anche per il futuro.
Ed è proprio su questo aspetto che interviene la legge di Bilancio, dato che sul passato e sulle sentenze ormai definitive il governo non può fare nulla. L’art. 67 (Disposizioni in materia di revisione dei meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato), infatti, stabilisce esplicitamente che la media che l’Istat deve calcolare per definire gli incrementi di stipendio dei magistrati (e delle altre categorie non contrattualizzate) è quella “ponderata con la consistenza numerica” delle altre categorie di dipendenti pubblici. L’articolo specifica anche che la base di calcolo dell’indice deve essere “al netto delle componenti arretrate”: si tratterebbe di una precisazione superflua, sulla base della logica, ma evidentemente il governo vuole evitare qualsiasi margine interpretativo da parte della magistratura amministrativa, così da scongiurare brutte sorprese. La norma viene inserita nella legge di Bilancio per essere approvata prima della fine dell’anno, in modo da entrare in vigore in vista dell’adeguamento degli stipendi dei magistrati per il triennio 2027-29.
Lo scorso 21 ottobre, dopo che Giorgia Meloni aveva annunciato, in polemica con l’Anm, di non avere intenzione di firmare il dpcm che dispone il pagamento di un miliardo di euro di arretrati, in una fase economica così difficile per il paese, scrivevamo sul Foglio che questa decisione non avrebbe prodotto conseguenze. “Se la premier non applica le sentenze, il Consiglio di Stato nominerà un commissario ad acta che lo farà al posto del governo. Il risultato sarà lo stesso della firma del dpcm da parte di Meloni: il governo verserà quanto dovuto, i magistrati riceveranno quanto spetta loro, i contribuenti pagheranno”. Suggerivamo, al contrario, di intervenire per il futuro. “La politica non può cambiare le sentenze, ma può modificare le norme: ripristinare il metodo di calcolo degli stipendi dei magistrati usato finora, basato sulla media ponderata, attraverso un’apposita modifica legislativa o una legge di interpretazione autentica”.
Evidentemente, a Palazzo Chigi e al Mef stavano già pensando a una misura del genere, che (ri)stabilisce un principio di buon senso statistico sovvertito dal Consiglio di Stato. Il governo ha così messo una toppa per arginare gli esborsi futuri. Ora bisognerà vedere con quali tempi provvederà a versare i 979 milioni di arretrati ai magistrati (fino a 100 mila euro a testa), già accantonati nel “Fondo sentenze” nell’ambito di questa sessione di bilancio.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
