“Meloni firmerà il dpcm sugli arretrati dei magistrati”, riferiscono al Foglio da Via Arenula

Fonti qualificate del ministero della Giustizia riferiscono al Foglio un’intenzione del governo ben diversa da quella espressa da Meloni domenica, quando ha annunciato di non voler dare il via libera al dpcm che sblocca gli aumenti retributivi e gli arretrati destinati ai magistrati

20 OTT 26
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“Vedrete che alla fine la premier firmerà il dpcm sugli stipendi dei magistrati, magari rateizzando le somme da versare”. Fonti qualificate del ministero della Giustizia riferiscono al Foglio un’intenzione del governo ben diversa da quella espressa da Giorgia Meloni domenica, quando ha annunciato di non voler dare il via libera al dpcm che sblocca gli aumenti retributivi e gli arretrati destinati ai magistrati. Le cifre reali dell’operazione, inoltre, risulterebbero molto distanti dal miliardo di euro ipotizzato in alcune notizie di stampa, e invece più vicine ai 200 milioni di euro. Insomma, quella di Meloni potrebbe essere stata semplicemente una sparata della domenica.
L’esigenza di intervenire per adeguare gli stipendi delle toghe è stata certificata da numerose recenti sentenze amministrative, sia del Tar che del Consiglio di stato, che hanno visto il ministero dell’Economia e delle Finanze soccombere sempre. A inizio luglio il Consiglio di stato, accogliendo il ricorso dell’Associazione nazionale magistrati, ha imposto al governo di rivedere al rialzo gli aumenti stipendiali per i magistrati che erano stati stabiliti da un dpcm per il triennio 2018-2020, in attuazione delle due leggi degli anni 80 che prevedono l’adeguamento triennale degli stipendi dei magistrati. I calcoli svolti dall’Istat alla base del primo dpcm, infatti, sono stati ritenuti errati. Il 14 agosto il Tar del Lazio ha annullato anche gli atti alla base del dpcm del 3 giugno 2024 che invece riguarda l’adeguamento degli stipendi dei magistrati per il triennio 2021-2023, ritenendo anche in questo caso sbagliati i calcoli del governo.
Il governo è tenuto a rispettare queste sentenze. Per l’esecuzione della prima sentenza è già in corso un giudizio di ottemperanza e nel caso in cui la presidenza del Consiglio continuasse a opporsi all’esecuzione, il Consiglio di stato potrebbe addirittura nominare un commissario che agisca al suo posto. In quell’eventualità, il governo rischierebbe pure di dover affrontare profili di responsabilità contabile per gli interessi nel frattempo maturati a favore delle toghe a causa dei ritardi.
La cifra complessiva che il governo deve versare sarebbe inferiore a quella fatta circolare da alcuni organi di stampa, ma anche la situazione è ben diversa da come è stata rappresentata: il Consiglio di stato ha semplicemente affermato che gli aumenti stipendiali calcolati dal governo per gli anni passati erano errati, e la notizia che ogni magistrato riceverà un “bonus” da 100 mila euro non è fondata. Gli arretrati vanno da poche centinaia di euro per i magistrati più giovani a circa 10-15 mila euro per quelli con maggiore anzianità di servizio (e comprendono tutti gli anni in cui il loro stipendio non è stato adeguato come previsto dalla legge).
Insomma, se al governo non piace il sistema di adeguamento automatico periodico delle retribuzioni (che peraltro coinvolge anche altre categorie di dipendenti pubblici come i professori universitari e i militari), allora cambi le leggi, ma nella consapevolezza che questi cambiamenti varrebbero soltanto per il futuro, mentre ora non può sottrarsi al rispetto delle sentenze. “C’è stata una causa, c’è stata una sentenza, se il governo adempie bene, se non adempie o adempie in parte andremo avanti con il giudizio di ottemperanza. Noi crediamo nello stato di diritto”, ha dichiarato – comprensibilmente – il vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli, dopo le parole di Meloni, che sembra aver lanciato una polemica di puro stampo populista.
Nel frattempo ieri ci hanno pensato le parole di un magistrato a rinfocolare lo scontro. “La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”, ha scritto sul suo profilo Facebook Alessandro Di Cicco, toga in servizio alla procura di Roma. Parole definite “inappropriate” dall’Anm, che ha preso le distanze dal magistrato. In seguito il pm Di Cicco ha dichiarato di aver subìto un hackeraggio del proprio profilo Facebook e di aver “presentato una denuncia al commissariato”.