Il “rimorso” di Meloni. L’elezioni del Csm vengono definite una “debacle”. Le critiche a Pinelli e la crisi di MI

Il Csm si trasforma in un monocolore rosso. Vince l'elezioni la sinistra giudiziaria e la destra accusa il colpo. Le divisioni all'interno di Magistratura Indipendente, la paura di rappresaglie hanno convinto le toghe moderate a sposare il furore giudiziario. La mappa rossa delle procure

31 OTT 26
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Fabio Pinelli - foto LaPresse

Il rimorso di Meloni. L’elezioni del Csm vengono definite una “debacle”. La crisi di MI e la delusione per la gestione Pinelli\ La destra ha un leader, Meloni, ma la magistratura di destra, la magistratura indipendente, chi ha? Quando Meloni definisce queste ultime elezioni del Csm, la nascita di un monocolore rosso, “una débâcle”, quando dice che il referendum sulla giustizia “resta il mio più grande rimpianto”, vuole dire che siamo di fronte a un fallimento. E lo addebita alla destra.
La maggioranza addebita la débâcle di queste elezioni Csm all’attuale vicepresidente, Fabio Pinelli, voluto dal governo, che si è scoperto essere troppo accondiscendente con la sinistra e che non si è schierato a sufficienza per il referendum (ma avrebbe potuto farlo?). Lo addebita alla corrente di Alfredo Mantovano, Magistratura indipendente. Oggi le toghe di destra si sono alleate con le rosse per timore di rappresaglie e hanno assemblato un autogoverno di larghe intese. Quando seimila magistrati moderati decidono di consegnarsi, e in alcuni casi sostenere, votare, colleghi che vogliono raddrizzare il legno storto dell’umanità, significa che: o si ha paura o non si crede più all’ideale.
Le elezioni di questo Csm, un altro “Freccia Lenin”, un vagone rosso, sono state commentate a Palazzo Chigi come la prova di “errori” da parte della corrente Magistratura indipendente. Vi dicono da FdI: “Se fosse un partito, e in magistratura le correnti sono un partito, il segretario si sarebbe già dimesso”. Magistratura indipendente puntava all’elezione di sette consiglieri e ne ha invece eletti quattro. Un referendum si può perdere, ma neppure Meloni pensava di trovarsi, a causa dei litigi e della scarsa armonia di questa corrente, un Csm “rosso come la Duma”. I due membri di diritto, Pasquale D’Ascola (primo presidente della Corte di cassazione) e Pietro Gaeta (Procuratore generale della Corte di cassazione) sono entrambi vicini alla sinistra giudiziaria. In passato, quanto meno, le due cariche venivano spartite: un moderato e un progressista.
A parte l’ansia elettorale di chi al governo prevede: “Ci dobbiamo attendere di tutto, Meloni non è ricattabile (frase che Meloni ha utilizzato nuovamente per spiegare la mancata alleanza con Vannacci)”, c’è la piena consapevolezza che il campo moderato dei magistrati somiglia al campo largo di Conte e Schlein. Servirebbero le primarie e per fortuna c’è un solo candidato ed è Cosimo Ferri, pensate un po’, a cui si sta già chiedendo di ricostruire lo schieramento moderato, questo Ferri che ha corso in solitaria risultando eletto. Nelle intenzioni del governo doveva essere questa la stagione di Magistratura indipendente e il paradosso è che Meloni lascerà un Csm ancora più rosso di come lo ha trovato. La corrente di MI è esplosa dopo la nomina di Giuseppe Tango, a presidente dell’Anm, e da allora le toghe si sono riposizionate. Si è dimesso da segretario Claudio Galoppi e i moderati si sono lasciati trascinare. Non appena hanno capito che non facevano carriera, che per scalare una procura era meglio agitare la Costituzione, anche i moderati hanno oltrepassato il muro. Un esempio è la procura di Catania, una procura che per il governo è centrale: passano da lì le inchieste sull’immigrazione.
Ebbene, i moderati potevano eleggere un procuratore a loro vicino, ma l’ha spuntata un procuratore di Area, la corrente progressista. Il voto decisivo in Csm chi lo ha dato? Maria Luisa Mazzola di Magistratura indipendente. A cosa serve passare per moderati se anche una guida (come Margherita Cassano, ex primo presidente della Corte di Cassazione, nel caso di Pietro Gaeta) suggerisce di votare un esponente dell’altro schieramento? Si aggiunga il successo del progetto “Autogoverno diffuso”, messo in piedi con l’appoggio di Md dall’attuale consigliere Roberto Fontana (indipendente, ma da sempre appartenente ad Area).
Fontana è amministratore di una chat di oltre quattromila toghe che si muovono compatte, che votano compatte i riferimenti territoriali. La corrente di destra, che fa? I partiti di governo che avrebbero dovuto incoraggiare i moderati (e in magistratura, come la Rai, esiste solo un modo per incoraggiare ovvero nominare togati della corrente) hanno trascurato MI e MI ha preso le misure. Al governo non si è tenuto abbastanza conto dell’effetto che ha avuto la sconfitta al referendum.
Ora che quell’occasione è passata c’è il rimorso di non aver fatto abbastanza e la mappa delle procure fa venire i brividi. La disegna come Tolomeo, Ermes Antonucci (è sua la biografia non autorizzata su Nicola Gratteri, edita da Amazon), la disegna sempre sul Foglio, ma vale la pena, fior da fiore, elencare alcuni nomi. A Milano la procura è destinata a Maurizio De Lucia, mentre Roma è prenotata da Roberto Rossi, oggi procuratore a Bari. E sono amaranto, il rosso di questo ottobre, il mese che vendemmia collera, anche le procure di Venezia, Firenze, Torino. Si domandano in FdI: “E se il Pd elegge anche il presidente della Repubblica, una figura alla Napolitano? Il Csm sarà un plotone d’esecuzione”. In questi giorni il nome nuovo che la destra ha cercato per il Csm è quello di Antonio Di Pietro, mentre la bandiera della toga moderata la tiene in mano Cosimo Ferri, che è sopravvissuto al caso Palamara. In magistratura la destra somiglia tanto alla sinistra e la sinistra a Meloni, longeva e solida.