Politica
IL CASO •
Una polveriera a Torino. Lo sciopero del 30/10 può portare a saldature pericolose
Il nesso tra contestazione dell’industria della difesa e sviluppo locale è una particolarità della situazione torinese. Come, per ora, anche la protesta diretta contro le autorità accademiche a proposito degli indirizzi della ricerca universitaria
29 OTT 26

(Foto Ansa)
Per via dei saccheggi dei negozi di sportswear di domenica 18 ottobre la piazza milanese ha concentrato su di sé l’attenzione mediatica. L’arresto temporaneo di Youssef Siher ha fatto il resto. Ma forse è la piazza torinese a meritare altrettanta, se non maggiore attenzione. Le rivendicazioni sul carovita in riva al Po si mixano con la piena contestazione dell’industria della difesa e sfociano in una discussione sul futuro di Torino che, come vedremo, ha molte implicazioni in vista dello sciopero generale del 30 ottobre proclamato dalla Usb e che farà da collettore di tutte le proteste in atto sul territorio. La dimostrazione viene dagli studenti del Campus Einaudi dell’università di Torino, un complesso di architettura futurista firmato addirittura da Norman Foster. Il campus è occupato e lo resterà almeno fino allo sciopero generale, con la solidarietà di un gruppo di professori che appoggia la lotta e interviene attivamente nel palinsesto previsto di conferenze e dibattiti. A cui fa seguito la sera un più rilassante karaoke.
L’occupazione è stata lanciata contro la precarizzazione e il carovita ma c’è un altro punto dirimente dell’iniziativa studentesca: i rapporti tra l’università, gli industriali e le imprese del ramo difesa come Leonardo e Thales Alenia. I collettivi studenteschi di sinistra chiedono esplicitamente che l’università di Torino rescinda queste intese (considerate limitative della libertà di ricerca) e che soprattutto venga azzerato l’accordo-quadro firmato dalla rettrice Cristina Prandi con la Confindustria Piemonte per la ricerca nel campo delle tecnologie dual use, utilizzabili secondo i collettivi sia in campo civile sia militare. L’obiettivo della partnership università-industriali è quello di colmare il mismatch di competenze e cercare di trattenere i giovani talenti sul territorio grazie allo sviluppo di progetti sull’intelligenza artificiale, l’industria 5.0 e la robotica. Oro per una città che aspetta con trepidazione ancora una volta le scelte produttive di Stellantis per saturare Mirafiori. Al momento di firmare l’accordo le autorità accademiche avevano ben presente il dibattito presente a Torino e in seno alla stessa accademia e avevano incluso nel testo un apposito articolo che rimanda “le tutele etiche” all’approvazione dei singoli progetti, escludendo però da subito le finalità militari. Tutto ciò, sia la parte construens (aumentare l’attrattività di Torino) sia l’articolo in questione, non basta però agli studenti che sono inevitabilmente influenzati dalla querelle che divide la città a proposito della riconversione dell’indotto automotive in direzione dell’industria della difesa. E più in generale condividono la presunta trasformazione della città dell’auto in “città delle armi”.
Il nesso tra contestazione dell’industria della difesa e sviluppo locale è una particolarità della situazione torinese e non lo si ritrova in nessuna delle piazze calde di queste settimane. Anche la protesta diretta contro le autorità accademiche a proposito degli indirizzi della ricerca universitaria per ora è una specificità sabauda. Una delle tante viene da dire perché una realtà “leninista” e radicata come Askatasuna è anch’essa un unicum. Esistono in diverse città centri sociali temibili e aggressivi quando scendono in piazza ma l’esperienza accumulata per anni da Askatasuna negli scontri con le forze dell’ordine sia in città sia soprattutto in Val di Susa non ha paragoni. Il 30 probabilmente saremo alle solite: un corteo pacifico di studenti si farà menare per il naso dai “leninisti” che si staccheranno dal gruppo e tenteranno di regolare i conti con la polizia. La novità degli ultimi giorni destinata però a impattare e a rendere più preoccupante il copione sopra descritto è che nei giorni scorsi, nel maxi-processo di secondo grado per le violenze dei No Tav, i sostituti procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Manuela Pedrotta hanno chiesto di applicare a 18 militanti di Askatasuna il reato di associazione a delinquere sollecitando condanne per complessivi 47 anni. I giudici di primo grado nel marzo 2025 avevano escluso e fatto cadere la stessa accusa condannando gli imputati solo per reati minori.