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I pm accusano Siher di terrorismo ma le prove sono fragilissime
Nella richiesta di convalida del fermo del presunto "stratega" degli scontri di Milano, la procura non individua neanche un solo messaggio in cui si ordina o si invita a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici
28 OTT 26

Youssef Siher (Ansa)
Si resta allibiti di fronte alla fragilità probatoria e argomentativa delle accuse formulate dalla procura di Milano contro Youssef Siher, il ricercatore trentenne fermato nell’ambito dell’indagine sulle iniziative di protesta annunciate dopo le violenze del 17 ottobre a Milano. La procura gli attribuisce la regia di un movimento digitale, con un canale Telegram arrivato a oltre 11 mila iscritti, e sostiene che stesse organizzando nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi. Da qui l’ipotesi di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. La procura ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. Eppure, nella richiesta dei pm non si riesce a individuare neanche un solo messaggio in cui Siher ordina o invita gli utenti a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Niente di tutto ciò.
Nella richiesta di convalida del fermo, i pm scrivono innanzitutto che “la pagina Instagram ‘Movimento 17 ottobre’ include contenuti violenti”. “Si evidenziano, in particolare, post pubblicato il 20 ottobre dal tenore ‘lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove’, ‘Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’”, sottolineano i magistrati. E dunque? Dove sarebbe la violenza? Si tratta di invettive contro il governo, espressioni di rabbia politica, slogan deliberatamente provocatori, ma non basta certo nominare la parola “guerra” per trasformare una metafora in un piano criminale.
I pm poi si concentrano sulle parole di Siher contro il nuovo decreto sicurezza, approvato nei giorni scorsi. Siher definisce il provvedimento “un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo”. La procura legge in queste parole la conferma di un disegno eversivo. Ma il testo esprime una critica politica, per quanto aspra, a un provvedimento del governo, null’altro.
Ma arriviamo all’accusa più “pesante” mossa dalla procura a Siher, cioè quella di aver pubblicato “contenuti di tipo eversivo tra i quali un vademecum di incitamento alla rivoluzione e all'utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011 (‘Rivoluzione, istruzioni per l’uso’) per affrontare gli scontri di piazza”. In seguito, però, sono gli stessi pm a spiegare che “il testo individua tre obiettivi principali: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta”. Manifestare, coinvolgere e proteggere. Non si rintraccia anche in questo caso alcun invito ad aggredire forze dell’ordine o ad assaltare negozi. Il paradosso è che a notarlo sono gli stessi pm, contraddicendo le loro premesse.
I magistrati proseguono, evidenziando che nel vademecum “vengono citati anche strumenti da utilizzare durante gli scontri con le forze dell’ordine”. Ci si aspetterebbe di leggere inviti di Siher a recarsi in piazza muniti di spranghe, bombe carta, pietre. Niente di tutto questo: “Viene mostrato – scrivono i pm – un abbigliamento composto da felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti, presentati come strumenti per proteggersi dai lacrimogeni e dagli scontri”. Alla faccia dell’istigazione alla violenza.
In modo ancora più surreale, la procura cita messaggi di altri iscritti al gruppo Telegram che propongono di “spaccare gli istituti di credito”, mandare “le banche tutte al rogo” o distruggere i ripetitori Rai. Frasi gravissime, ma non scritte da Siher, che amministrava il gruppo. Eppure per i pm, non prendendone le distanze e continuando a fornire indicazioni organizzative, Siher avrebbe rafforzato i propositi criminali degli utenti. Così l’amministratore di un gruppo diventa automaticamente responsabile delle intenzioni criminali espresse da altri iscritti.
Restano le indicazioni per comunicare i luoghi di ritrovo all’ultimo momento e gli inviti a cancellare gruppi e tracce digitali. La procura li interpreta come strumenti per eludere i controlli e organizzare scontri. Sono elementi da valutare, ma la riservatezza organizzativa di una manifestazione non dimostra, da sola, che si stia preparando una sommossa.
Il salto argomentativo più incredibile riguarda la finalità terroristica. I pm la ricavano dagli slogan sulla “guerra”, dai disordini del 17 ottobre (precedenti alla creazione del gruppo Telegram), dalla crescita del gruppo e dalla paura dei commercianti. La paura suscitata da precedenti devastazioni dimostra la gravità di quelle violenze, ma non dimostra che Siher intendesse terrorizzare la popolazione.
Insomma, nella richiesta della procura le parole diventano prove, i sospetti diventano certezze e il dissenso radicale finisce sotto l’etichetta del terrorismo. Il problema è che, arrivati ai fatti, l’accusa non trova alcun riscontro concreto.
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e politica giudiziaria. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026), "Nicola Gratteri. Biografia non autorizzata" (Amazon, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]
