Una democrazia tutela anche chi la combatte. Ci scrive Letizia Moratti

Lo stato rappresentato come un nemico da combattere ha garantito a Youssef Siher un giudice indipendente, il diritto alla difesa, e ha aperto la porta della sua cella. Difficile immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e il fallimento della deriva autoritaria propugnata da lui

29 OTT 26
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Youssef Siher (foto ANSA)

C’è un paradosso, nella vicenda di Youssef Siher, che dovrebbe farci riflettere tutti. E che, forse, dice della nostra democrazia molto più di tante parole.
Un uomo che ha contestato radicalmente lo stato e le sue istituzioni, che attraverso i social ha promosso una mobilitazione segnata da una durissima e violenta contrapposizione alle istituzioni, evocando una “guerra a questo presente”, oggi è libero per decisione di un giudice di quello stesso stato. Pur nutrendo forti perplessità sulla sua scarcerazione, rispetto naturalmente la decisione della magistratura, oltre ad esprimere solidarietà ed immutata stima alle forze dell'ordine. Le indagini proseguiranno e sarà la giustizia, nella sua autonomia, ad accertare eventuali responsabilità.
Ma vorrei fermarmi sul significato più profondo di ciò che è accaduto.
Perché proprio lo stato rappresentato come un nemico da combattere e abbattere ha garantito a Siher un giudice indipendente. Gli ha garantito il diritto alla difesa. Gli ha garantito la presunzione di innocenza. Ha sottoposto l’azione della propria Procura al controllo di un’altra autorità giudiziaria. E quando quel giudice ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per convalidare il fermo, lo stato ha aperto la porta della sua cella.
E’ difficile immaginare una dimostrazione più limpida della forza della democrazia e, al contempo, il fallimento meschino dell’ideologia rivoluzionaria e della deriva autoritaria propugnata da Siher.
La democrazia autentica non si misura da come tratta chi la applaude. Si misura da come tratta chi la contesta. Persino chi la disprezza. Persino chi vorrebbe sovvertirla con la violenza.
Ed è qui che emerge tutta la distanza tra lo stato di diritto e l’ideologia della violenza. La violenza divide il mondo tra amici e nemici. La democrazia riconosce diritti. La violenza pretende di imporre la propria verità. La democrazia accetta che un giudice possa dire no persino allo stato. La violenza cerca colpevoli. La giustizia cerca responsabilità provate. Questo non significa essere deboli. Al contrario.
Milano ha vissuto devastazioni, saccheggi, aggressioni. Ho visto le vetrine distrutte, le strade trasformate in terreno di scontro, gli agenti aggrediti. Dietro ogni serranda abbassata c’è una famiglia, dietro ogni negozio devastato ci sono anni di sacrifici, dietro una divisa colpita c’è una donna o un uomo che quella sera avrebbe voluto semplicemente tornare a casa dai propri figli.
A loro dobbiamo sicurezza. Alle forze dell’ordine dobbiamo gratitudine, rispetto e strumenti adeguati. Chi devasta, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni con fermezza.
Ma proprio mentre chiediamo uno stato più forte, dobbiamo ricordarci quale stato vogliamo rendere più forte.
Non uno stato arbitrario. Non uno stato che punisce qualcuno per ciò che pensa. Ma uno stato autorevole perché sottopone anche se stesso alla legge. Capace di proteggere una vetrina e, nello stesso tempo, le garanzie di un indagato. Di difendere un poliziotto e il diritto alla difesa. Di esercitare la propria forza senza diventare mai ciò che i suoi avversari raccontano.
Questo è il paradosso che Siher, e la sinistra che lo sostiene, dovrebbe riconoscere. Lo stato che ha contestato fino all’invito all’insurrezione gli ha garantito la libertà. Le istituzioni indicate come nemiche hanno tutelato i suoi diritti. Quella democrazia dipinta come oppressiva gli ha consentito di uscire dal carcere perché un giudice indipendente ha ritenuto insufficienti gli elementi per trattenerlo.
Per questo oggi non ha vinto chi sogna la piazza contro lo stato. Ha vinto lo stato di diritto. Ed è forse questa, per l’estremismo di Siher e dei suoi accoliti, la sconfitta più profonda.
Letizia Moratti
presidente Consulta nazionale di Forza Italia, eurodeputato Ppe