Lega e il bivio di un voto: più importante l’autonomia o la remigrazione?

La candidatura di Massimo Garavaglia ha scompaginato il piano con cui Matteo Salvini, a Pontida, pensava di chiudere, fingendo di aprirlo, il dibattito interno. Il congresso e il destino di via Bellerio

24 OTT 26
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Foto ANSA

Raramente ai congressi di partito si prendono decisioni reali: più spesso si ratifica la volontà dei capi. Il congresso della Lega, in programma nel fine settimana, fa eccezione. La candidatura di Massimo Garavaglia ha scompaginato il piano con cui Matteo Salvini, a Pontida, pensava di chiudere, fingendo di aprirlo, il dibattito interno. Formalmente i delegati dovranno indicare il nome del nuovo segretario, ma tutti sanno che sarà lo stesso di quello attuale. La vera scelta riguarda che tipo di partito sarà la Lega.
Dentro il Carroccio, Garavaglia è molto più noto che all’esterno. La sua carriera politica risale agli anni Novanta, quelli del primo movimento leghista, ruspante e radicato nel territorio. Ha seguito tutto il cursus honorum: militante, attacchino, sindaco, parlamentare, presidente di commissione, sottosegretario, ministro. Ha rappresentato il suo popolo e ha imparato a muoversi nelle istituzioni. In questo, il suo percorso assomiglia a quello di Salvini. La differenza non è tanto personale quanto di prospettiva.
Salvini ha portato la Lega fuori dal baratro elettorale in cui era precipitata, ma l’ha anche trasformata: da sindacato del territorio a movimento nazionale, sovranista e radicale. Garavaglia ne ha accettato, o forse subìto, l’evoluzione senza recidere il legame con la missione originaria. La sua candidatura non ha realistiche possibilità di vittoria. La sua ambizione è un’altra e, per certi versi, più coraggiosa: misurare quanto sia ancora forte, tra i leghisti, il richiamo dell’autonomismo.
Le ottanta firme necessarie per presentarsi al congresso sono arrivate, e sono tanto più significative perché è mancato l’apporto di molti big. C’è Attilio Fontana, il più pesante tra gli sponsor di Garavaglia, e con lui diversi assessori regionali lombardi. Ma, come ha raccontato Carmelo Caruso sul Foglio, mancano gli altri governatori: Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti se ne sono tenuti fuori, mentre Alberto Stefani ha appoggiato Salvini. Luca Zaia non si è schierato, confermando di essere un ottimo amministratore e una macchina da consenso, non un leader. Nemmeno Giancarlo Giorgetti ha preso posizione: ma mentre il silenzio del doge indebolisce Garavaglia, quello del ministro dell’Economia lo rafforza.
Garavaglia sa bene che la Lega non potrà tornare alle origini. Il destino di via Bellerio è ormai radicato nella coalizione di centrodestra e la sua proiezione politica ed elettorale è nazionale. Come ha osservato Roberto D’Alimonte, nel 2013 “il 4,1 per cento [della Lega] era fatto per il 90 per cento di elettori del Nord. Il 5,6 per cento stimato oggi è fatto da una metà circa di elettori nordisti e da una altra metà di elettori delle altre regioni”. Per la Lega è facile perdere ulteriori voti al Sud, difficile riconquistarli al Nord. Quindi, l’ipotesi di una nuova fase compiutamente federalista è da escludere.
Eppure il bivio congressuale conta. Il livello del consenso a Garavaglia dirà quanto la classe dirigente del partito ritiene utile, o possibile, rimettere al centro il rapporto con il territorio e l’autogoverno. Questo darà una indicazione che Salvini non potrà eludere: i delegati gli confermeranno il mandato a guidare il Carroccio alle elezioni, non necessariamente gli daranno carta bianca. Certo, si tratta di uomini espressione del segretario che li ha cooptati: ma, tra la fedeltà e la sopravvivenza, potrebbero aggrapparsi a quest’ultima, approfittando della scialuppa del voto segreto. Esprimendo la propria preferenza, i leghisti faranno di Garavaglia il megafono per dire se in campagna elettorale il segretario dovrà parlare più di autonomia o più di remigrazione.