L’Italia tende l’orecchio con la naturalezza con cui altri tendono la mano. Basta che una vetrina vada in pezzi, e prima ancora del vetraio si presenta il sociologo, con in tasca l’immancabile ricetta davanti alla quale viene voglia di togliersi il cappello come al passaggio di Francesco Giuseppe (di cui è del resto coeva): “Ascoltare i giovani”. Cambia il pulpito, ma lo schianto, pardon il ritornello, è sempre quello. Fra negozi saccheggiati e marciapiedi cosparsi di cocci, la posologia non varia, ascoltare, ascoltare e poi ancora ascoltare. L’ha prescritta Mario Draghi, l’ha raccomandata persino Sergio Mattarella, e intorno a loro si è radunato un coro numeroso di commentatori da comodino, psicologi da pantofola, magistrati minorili e reduci del Sessantotto (questi ultimi particolarmente competenti, avendo a suo tempo rotto parecchie vetrine).
L’ascolto, del resto, è una specialità nazionale, come il lardo di Colonnata o il pane di Altamura, una disciplina che si pratica da seduti, preferibilmente in poltrona. Non costa nulla. Elly Schlein, per dire, ha inaugurato tre anni fa la sua stagione al Nazareno con una “campagna d’ascolto”, espressione che ha il pregio di sembrare un programma politico e la comodità di non richiederne uno. Da mezzo secolo Radiotre ascolta gli italiani al filo diretto di “Prima pagina”, e ogni sera, da da decenni, la Rai congeda la giornata con “Ascolta, si fa sera”, in cui chiunque riconosce la vera e immutabile linea di governo del paese. Davanti al saccheggio, insomma, si ascolta. Non per pigrizia, si capisce, ma per una specie di affinità elettiva. Ascoltare è molto meglio che rispondere.
L’orecchio, d’altra parte, è il più quieto degli organi, l’unico che lavora restando immobile, e che riceve tutto senza essere tenuto a fare alcunché. Per una nazione che ha sempre guardato alle decisioni con il sospetto riservato ai parenti che chiedono prestiti, è la parte del corpo ideale. Così l’Italia, a poco a poco, è diventata un grande orecchio, un unico immenso padiglione auditivo disteso dalle Alpi a Lampedusa, dentro il quale ogni grido, ogni lamento e ogni sasso entra, rimbomba per qualche sera nei talk-show e infine si deposita, con la discrezione del cerume. Poi però uno si affaccia in strada e guarda i giovani da ascoltare. Camminano chiusi dentro cuffioni tondi e imbottiti, larghi come coperchi di pentola, con l’aria assorta dei palombari in immersione. A chiamarli non si voltano, a toccarli sobbalzano. Milioni di ragazzi con le orecchie sigillate sfilano davanti a milioni di anziani mezzi sordi ma con l’orecchio sociologicamente proteso, in un dialogo perfetto perché privo di qualsiasi rischio di comunicazione.