Tic irresponsabili che dominano il dibattito dopo le violenze di Milano

Minimizzazioni, abusi di “sì, ma”, stato colpevole qualunque cosa faccia. Quando una città viene messa a ferro e fuoco ci sono responsabilità che sarebbe sciocco non vedere. Ma accanto alle responsabilità ci sono anche irresponsabilità che riguardano istinti che spesso fanno capolino nel dibattito pubblico quando si parla di violenze nelle piazze  

19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:20
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(Foto Ansa)

Il dibattito pubblico andato in scena nelle ore successive alle violenze registrate domenica scorsa tra le vie di Milano ha offerto agli osservatori un numero considerevole di elementi utili per mettere a fuoco alcuni vizi presenti all’interno della dialettica politica del nostro paese. Ne potremmo selezionare almeno cinque: la polizia che ha sempre torto, i ragazzi che vanno capiti, il disagio che va analizzato, lo stato che sbaglia qualunque cosa faccia, i capitalisti che comunque sia se la sono cercata. I professionisti della minimizzazione, negli ultimi giorni, hanno giocato con le parole, provando ad aggiungere di fronte a ogni condanna un “ma” pericoloso che annullava ogni premessa di condanna. Sono violenti, ma. Sono criminali, ma. Sono teppisti, ma. Il “ma”, tendenzialmente, è stato utilizzato per “ragionare” sui problemi portati in piazza dai ragazzi scesi nelle strade di Milano. Ma dietro ogni “ma” si nasconde spesso una trappola.
Se mentre parli di un atto violento ti affretti a cercare una ragione per legittimare le altre proteste non stai difendendo chi è sceso in piazza in modo pacifico ma stai dimostrando che i violenti hanno raggiunto il loro obiettivo: far parlare non della violenza ma di ciò che li avrebbe spinti a essere violenti. Le rimozioni, di fronte agli atti violenti, sono pericolose, perché spingono a contestualizzare, a relativizzare, dunque a minimizzare. Ma accanto al rischio di rimozione ce n’è un altro importante che coincide con un problema che parte da una considerazione non demagogica: nelle città in cui si sono verificate le violenze di piazza si sarebbe potuto fare qualcosa in più per garantire la sicurezza? Domanda doverosa, che cozza però con un doppio atteggiamento coltivato da un pezzo non irrilevante dell’opinione pubblica. Se si chiede, anche da sinistra, che le forze dell’ordine facciano molto di più per garantire la sicurezza di una città bisognerebbe essere favorevoli a considerare il fermo di prevenzione, anche nelle sue eventuali estensioni, uno strumento legittimo, persino doveroso in determinate circostanze, non una lesione della libertà d’espressione.
E dall’altro lato, se si sceglie di mettere sotto accusa il sistema di sicurezza, per quello che non è stato fatto, bisognerebbe considerare legittimi, in caso di necessità, anche gli eventuali strumenti di repressione, come frontiera di ultima istanza. La criminalizzazione progressiva delle forze dell’ordine ha portato invece a trasformare ogni agente di polizia o ogni carabiniere in un mostro fino a prova contraria e il risultato è quello che vediamo: chi chiede oggi maggiore capacità d’intervento delle forze dell’ordine sarebbe disposto, per garantire la sicurezza, a difendere l’utilizzo di strumenti più invasivi rispetto a quelli visti negli ultimi giorni a Milano, anche sapendo che dei 271 accompagnati in questura, 220 erano minorenni? L’altra rimozione andata in onda nelle ultime ore durante le scene dei saccheggi riguarda una piccola ma significativa asimmetria. Il sociologo collettivo, lo avrete notato, ha cercato modi acrobatici per provare a inquadrare la violenza all’interno di un grave disagio generazionale. Ma lo stesso spirito di empatia è emerso poco di fronte alle vetrine saccheggiate, di fronte ai negozi di lusso derubati, di fronte alla vandalizzazione dei supermercati, di fronte ai commessi minacciati.
Lo schema è chiaro: se vandalizzi una Feltrinelli passi dalla parte del torto, se vandalizzi un negozio Louis Vuitton, stai compiendo un gesto osceno che può però beneficiare di un’attenuante generica chiamata anticapitalismo. Quando una città viene messa a ferro e fuoco ci sono responsabilità che sarebbe sciocco non vedere. Ma accanto alle responsabilità ci sono anche irresponsabilità che riguardano istinti che spesso fanno capolino nel dibattito pubblico quando si parla di violenze nelle piazze: demonizzare le forze dell’ordine, contestualizzare la brutalità, giocare con i “sì, però”, trovare delle attenuanti generiche. Farci caso, prima del prossimo saccheggio e prima della prossima minimizzazione