Sostituire il Pd? Partita aperta sull’anima del partito

Uno spostamento, a sinistra, che viene da lontano. Riformisti in ansia, ma con poche carte da giocare. E Schlein si blinda alla guida del partito
19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 05:44
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Benché sia allergico per natura e principio alle “teorie del complotto” mi vado da tempo convincendo che è in corso qualcosa che potrebbe essere definita appunto un complotto, ma anche essere ritenuta un normale e legittimo disegno politico. Esso è però portato avanti con armi e metodi spesso non dichiarati, cosa del resto non inusuale specie in alcune tradizioni politiche: congiure, complotti e cospirazioni furono gli strumenti naturali dei primi movimenti nazionali e i bolscevichi si autodefinirono a lungo una konspiracija. Lo scopo di questo complotto-disegno politico mi sembra duplice. Da un lato si mira alla distruzione di fatto e forse anche alla dissoluzione del Pd riformista, ottimista, ragionevole, filo-occidentale e – almeno nelle speranze – ancor più decisamente filo-europeo assemblato dal Pds di Veltroni, che non era quello di D’Alema, e dalla Margherita di Prodi e Franceschini. Dall’altro sta la sua possibile sostituzione – magari conservandone il nome ma direi se possibile cambiandolo – con un nuovo e diverso soggetto politico, al tempo stesso più di sinistra e più “populista”, vale a dire – almeno secondo i “cospiratori” – più adatto ai nuovi tempi in cui viviamo. Il primo obiettivo, che mi pare in larga parte già conseguito, ha trovato la sua protagonista in Elly Schlein, che ieri ha formalizzato la sua corsa verso la premiership, blindandosi nel Pd, facendo votare all’assemblea democratica il prolungamento di un anno del mandato e mettendo nero su bianco l’impossibilità di altre candidature del Pd alle eventuali primarie, se mai ci saranno (Schlein ieri ha detto di essere pronta a competere, non di essere pronta a farle comunque andrà).
Schlein, si diceva, come è stato osservato, ha avanzato sin da subito un’agenda più vicina a quella dei verdi-sinistra che al Pd prodiano-veltroniano e poi renziano che del resto aveva avversato. Se si considerano il suo operato e la sua linea, e si ricorda che Schlein, uscita dal partito nel 2015 dopo essere stata una protagonista della sua contestazione interna, è stata imposta al Pd da due ex esponenti della Margherita (Franceschini e Letta) aprendo ai non iscritti delle primarie con una candidata a sua volta appena reiscrittasi al partito e per la quale votarono molti militanti Cinque stelle e seguaci di Landini, non si può che essere stupefatti dalla loro cecità politica, visto che è difficile credere che volessero distruggere il loro Pd. Essi si illudevano piuttosto di tirarlo fuori dai guai in cui era finito usando una donna giovane, energica ma che speravano di controllare.
Anche perché quei guai erano reali, Schlein ha invece avuto buon gioco a cambiare in larga parte la natura e l’orientamento del partito, giocando un ruolo da protagonista permessole anche dalle difficoltà della vecchia e dapprima maggioritaria anima “riformista”, che non è stata fin qui capace di fare i conti con la nuova realtà, preferendole (e si capisce perché visto che si tratta di una realtà sgradevole) le vecchie abitudini e le vecchie idee, che erano e sono però in larga parte “svuotate”.
E’ stato il momento d’oro di Schlein, che si è però trovata ultimamente trasformata nella possibile vittima di un nuovo passaggio politico, che ha visto entrare più decisamente in campo dirigenti politici che sin dall’inizio avevano legittimamente dubitato della validità dell’operazione che aveva portato alla nascita del Pd e ne erano poi usciti, assumendo col tempo posizioni di vicinanza ai Cinque stelle. Essi ne vedevano i limiti ma li considerarono da subito con Bersani una costola della sinistra, pagando per questo anche un prezzo personale, una posizione poi rafforzata dall’avvicinamento di D’Alema e Bettini a Conte, specie dopo l’operazione che ha portato all’emarginazione di Grillo.
Dopo aver svuotato della sua anima il vecchio Pd e averne disperso parte dei dirigenti, Schlein – che non viene dal vecchio Pci-Pds – si è trovata così paradossalmente a diventare la campionessa del simulacro che ancora gli sopravvive, una posizione che l’ha portata prima a costruire una sponda con Renzi e la vede oggi difendersi dagli attacchi e dalle manovre di Conte e dei suoi sostenitori in una contesa che verrà sciolta dalle primarie, a meno che la manovra anti Schlein non abbia prima successo.
Si entra qui in un futuro aperto a molte soluzioni, anche se sembra probabile che – scontando scosse sempre possibili in una situazione come quella in cui viviamo – Schlein possa vincere le primarie (ricordiamo che al centro-nord i Cinque stelle sono poca cosa e che sembra difficile che il vecchio Pds controlli masse di votanti), salvo poi magari perdere le elezioni a causa del mancato appoggio di parte dei Cinque stelle e dei verdi-sinistra, o di parte della vecchia anima del Pd se si butterà a inseguirli.
Più facile, e anche interessante, è riflettere sulle radici, le cause e le ragioni diciamo così materiali, ideologiche e umane – intese come persone e forze politiche – di questa situazione. Al primo posto c’è una conclusione amara ma che mi sembra difficilmente contestabile e da cui è necessario partire. Sappiamo tutti che a lungo, diciamo da Aristotele e Aristofane a Montesquieu, il modello della democrazia si è infranto sugli scogli della demagogia in società che crescevano poco, e talvolta per nulla, e quindi non potevano “dare” ma solo promettere e quindi deludere e generare rincorse demagogiche e crisi. Poi è arrivata in Europa e nelle sue colonie di insediamento, come i futuri Stati Uniti, l’epoca del progresso e quindi di risorse crescenti, che non evitava il conflitto ma lo trasformava in una lotta per la loro distribuzione e i principi che dovevano regolarla. Siamo entrati allora, almeno nella parte privilegiata del mondo, nell’epoca della democrazia a suo modo trionfante, anche se tra mille difficoltà, contraddizioni e resistenze.
La crisi dell’epoca del progresso, il cui inizio in Europa si può far risalire agli anni Settanta, e che è diventata manifesta in Italia negli anni Novanta e in tutto il continente dopo il 2008 – ma dura ancora (benché se ne vedano i limiti) negli Stati Uniti – ha prodotto ovunque difficolta crescenti per sistemi politici democratici costruitisi intorno a complessi e benemeriti sistemi di welfare, i cui costi hanno preso a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione. Ciò ha inevitabilmente generato disagio e malcontento, aggravati da quello che pare il tradimento (ma è piuttosto il prodotto di una nuova realtà) degli ideali di uguaglianza su cui la democrazia è fondata. Non comprendendone i motivi è diventato naturale leggere la situazione cercandone “colpevoli”, elaborando teorie del complotto, e nutrendo rabbia e risentimenti crescenti, che sono a loro volta alla base dei populismi di destra e di sinistra che rischiano di travolgere le nostre liberaldemocrazie, minacciate anche dal bisogno di immigrazione – generato dai nostri stessi comportamenti ma che mette in crisi l’identità di una parte consistente, spesso anziana e maschile (ma non solo) della popolazione.
Si spiegano credo così i successi del populismo anche nel centrosinistra, dove nasce una sinistra nuova che è in qualche modo legata a quella conflittuale del passato (che poteva però vantare successi che sembravano destinati a durare) e che soprattutto abbandona l’idea di poter dare un contributo significativo, anche in termini di ideali, al governo razionale di un esistente fattosi difficile. Essa diventa così una sinistra di proteste “irrealistiche” ma non per questo meno vere e sentite, perché alimentate da difficoltà reali, e quindi, appunto, populismo. Mi sembra possibile sostenere che in questa sua nuova forma essa si sia pienamente manifestata per la prima volta col vaffanculo di Grillo del 2007, subito seguito dalla decisiva crisi apertasi nel 2008, e si sia incarnata dapprima nell’imprevisto successo dei Cinque stelle del 2013 – quando questo nuovo populismo diventò, sia pure per poco il primo partito italiano – e poi nel trionfo populista del 2018, completato a destra da quello della “Lega nazionale” di Salvini.
Come ci ricordano le frenetiche e fallimentari trattative condotte da Bersani coi Cinque stelle nel 2013, già allora una parte della leadership del Pd, che aveva sofferto lo scioglimento del Pds e la nascita del Pd voluto da Veltroni e Prodi nel 2007, ebbe una prima conferma del fatto che si era trattato di un grave errore, soprattutto alla luce di una società “occidentale” che non era più quella che si era creduta trionfante negli anni Novanta, quando Bersani faceva le liberalizzazioni e D’Alema premier collaborava con Clinton nei Balcani. Questi stessi dirigenti andavano allora convincendosi di aver sbagliato, che c’era bisogno di nuovi modelli (D’Alema li trovava in Cina), che il Pd era stato un errore, e che c’era bisogno d’altro. Seguendo una pista in parte diversa e le orme ingannatrici del suo maestro, l’ex ingraiano Bettini vedeva invece nei Cinque stelle e nei populismi una manifestazione della “vitalità” di una società civile con cui era indispensabile lavorare. Sono in queste conclusioni e convinzioni le radici del complotto-manovra politica facilitato dal grave errore di Letta e Franceschini, presto seguito dal rientro nel Pd di Bersani e del suo Articolo1.
Indubbiamente l’analisi su cui esse si fondano vede una parte della realtà, ma non la comprende. Soprattutto la soluzione che propone – sposare il populismo per guidarlo – è pericolosissima perché rischia di accelerare la già grave crisi delle nostre società, a meno che non si consideri questo un passaggio necessario per arrivare a un nuovo modello politico statalista e autoritario ispirato a quello cinese.
Purtroppo la parte “riformista” del vecchio Pd, che era l’anima del progetto di Veltroni e Prodi, sembra essere ancora meno capace di vedere la nuova realtà in cui viviamo di queste correnti che avvertono una parte della crisi e le danno una risposta tragicamente sbagliata e pericolosa. Essa continua a dichiararsi riformista senza sapere che “riforme” occorrerebbe fare accanto a quelle certo necessarie ma impopolari che Amato prima e Monti e Fornero quindici anni dopo ebbero il coraggio di fare per salvare il paese. In crisi appaiono anche la sinistra cattolica e la religione più in generale, e questo in un paese e in un’Europa in guerra, che invecchiano e che rischiano di perdere nuove posizioni nel mondo.
La situazione richiederebbe quindi un grande sforzo intellettuale e politico, basato sul realismo, per capire cosa sarebbe giusto e possibile fare, in campo demografico, sociale, economico e fiscale, come in quello della sicurezza e soprattutto della rassicurazione di paesi fragilizzati, nonché della politica internazionale, accettando le sfide che il presente ci pone. Qui le cose sono già abbastanza chiare e richiedono non l’abbandono delle identità e delle culture nazionali ma la comprensione definitiva dei limiti del nazionalismo e della necessità di costruire al più presto uno stato multinazionale in Europa, se non vogliamo che la situazione peggiori. Più difficile è l’elaborazione di un discorso capace di parlare a più verità – quelle dei giovani, dei vecchi, dei maschi, delle donne (che sono l’elemento più dinamico degli ultimi decenni), delle comunità immigrate, ecc. – partendo dal loro riconoscimento, che è il primo passo indispensabile per riportare diversità legittime e spesso oggettivamente conflittuali a sistema e indicare la via per un futuro comune migliore. La speranza è che la politica inizi a farlo, perché solo la buona politica – e non la sostituzione di un Pd, certo rivelatosi incapace di governare un mondo diverso da quello sognato, con un nuovo soggetto aggressivamente populista e irrealista – può aiutarci a navigare il futuro.