Prodi, Veltroni, Gentiloni. Simboli dietro l’applauso dei riformisti dem a Meloni

Sensi, Zampa e Verini hanno espresso la loro approvazione per le parole della premier su Kyiv, in perfetta corrispondenza con il pensiero dei leader che fanno parte della loro storia politica e che tengono alta la bandiera dell'Occidente

16 OTT 26
Immagine di Prodi, Veltroni, Gentiloni. Simboli dietro l’applauso dei riformisti dem a Meloni

Foto LaPresse

L’applauso, anzi gli applausi, e dietro gli applausi non un teatro ma un mondo. Gli applausi sono quelli immortalati in Senato il 14 ottobre. La scena è questa: la premier Giorgia Meloni parla, nomina Kyiv, dice che Kyiv non deve arrendersi all’aggressione russa. “Nessuno mi convincerà che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace…Il sostegno a Kyiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione”. E ancora: “Il sostegno all’Ucraina non è alternativo alla pace, ma è ciò che la rende possibile. E la resa non è pace, è conquista”. Ed ecco che non soltanto il leader di Azione Carlo Calenda applaude, ma applaudono anche il senatore indipendente ex Dc eletto con il Pd Pierferdinando Casini e i tre senatori dem riformisti: Sandra Zampa, Filippo Sensi, Walter Verini. E, all’improvviso, in filigrana, si intravede l’altro mondo ancora, quello in cui affonda la storia politica, ma anche in qualche modo il presente, degli autori di quel battito di mani. E assieme viene in superficie il riferimento implicito, sotto forma di concordia di pensiero, tra i tre senatori che applaudono e tre figure che hanno avuto un ruolo di primo piano per il paese: gli ex premier Romano Prodi e Paolo Gentiloni, di cui rispettivamente Sandra Zampa e Filippo Sensi sono stati portavoce, e Walter Veltroni, sindaco di Roma, ex vicepremier di Prodi, cofondatore e primo leader del Pd nato al Lingotto, di cui Verini è stato lo storico capo-segreteria. E se Zampa, Sensi e Verini sul tema Ucraina hanno da tempo tracciato una linea rossa invalicabile e impermeabile a ogni tentazione nel campo largo di cedere rispetto alla difesa della causa Ucraina senza se e senza ma, la loro presa di posizione (gli applausi), oltre il muro che li divide dalla maggioranza, rivela lo scambio di idee in un comune terreno. E riporta per esempio a Gentiloni che, in tv, nelle interviste, e in ultimo sul palco della Festa dell’Ottimismo di questo giornale, a Firenze, ha detto di essere d’accordo “con le parole usate da Elly Schlein sulla necessità di continuare a sostenere l’Ucraina. L’alleanza delle opposizioni deve fare i conti con l’opinione del Pd, che al di là di sfumature interne ha una posizione molto chiara”, ma ha detto anche che “la questione è diventata dirimente sull’atteggiamento che ognuno ha sulla democrazia e sull’Europa. Sul sostegno all’Ucraina non è possibile transigere”. Se le opposizioni andranno al governo, chiede retoricamente Gentiloni, “l’Italia potrà mai cambiare la sua posizione riguardo alla guerra? Possiamo prendere la parte di Orban? Io credo di no. Bisogna dirci le cose come stanno, anche in casa nostra. La politica estera è importante. Ma qui siamo oltre l’avere una posizione comune su altri temi. Quella che è oggi la linea di demarcazione tra sovranisti e democratici è il sostegno all’Ucraina”. E a chi accusa la Ue di scarsa presa, Gentiloni risponde: “La Ue ha avuto una super politica estera, ha scelto di esserci senza gli americani”. Quanto a Prodi, da anni l’ex premier va dicendo che la resistenza di Kyiv e la sua scelta di essere parte integrante dell’Europa sono strettamente legati ai valori democratici del nostro continente. Non solo è convinto che Kyiv debba entrare nella Ue, ma che l’invio di armi all’Ucraina sia stato uno “stato di necessità” per l’Occidente, e che non ci fossero alternative se si voleva difendere il paese invaso. Non è solo un gesto di realpolitik, ma il modo per tenere alta la bandiera dei principi su cui l’Europa unita si fonda. Ed è stato poi Veltroni e a dire, intervistato da La 7, che “come si è stati dalla parte del Vietnam, così ora si deve stare dalla parte degli aggrediti” e che “chi ha a cuore la pace nel mondo, non deve esitare nel condannare chi propone una guerra di aggressione”. “Se Putin vince”, si chiedeva Veltroni, “l’Europa è più o meno sicura? E’ questa la domanda a cui il governo Meloni deve rispondere”. Ed ecco che l’applauso dei senatori sembra dire: beh, ha risposto.