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Salvini e Tajani vogliono le primarie nelle città. Meloni li stoppa
I due vicepremier, oltre a risolvere le candidature, meditano l'effetto mobilitazione in vista delle politiche. Ma FdI e la premier si oppongono. I piani del leader azzurro in Sicilia
15 OTT 26

Se persino il presidente del Senato è disposto a dismettere il suo fortunato format, “A cena con La Russa”, e per la scelta dei candidati nelle città apre alle primarie, vuol dire che le intenzioni nel centrodestra sono serie. E che l’ipotesi, buttata lì da Matteo Salvini, non è poi così peregrina o per meglio dire: campata in aria. Il (non più) segretario leghista si riferiva a Milano, dove il Carroccio spinge fortemente sull’eurodeputata Silvia Sardone. Ma quella proposta, messa sul tavolo del centrodestra, ha già innescato un effetto domino. Ieri, passeggiando per la Camera, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, che Forza Italia ha già mandato in campo come suo candidato sindaco, agli interlocutori, con la sua usuale pacatezza, spiegava come la proposta delle primarie fosse giusta. E però tornava a ribadire quanto già detto da qualche giorno: “Siamo pronti, ma solo se si fanno in tutte le altre grandi città”. Ovvero anche a Roma, Bologna, Napoli, Torino. Non esattamente un viatico per una coalizione che nel corso degli ultimi anni ha collaudato un altro metodo: la scelta di sintesi. Anche perché, per dirla con un parlamentare del centrodestra, “se ci inventiamo il candidato premier per mettere in crisi il campo largo, che senso ha ricadere nella stessa trappola pure noi?”. Sono considerazioni che interessano i partiti perché è chiaro che in una logica di “compensazione” delle candidature, fare le primarie toglierebbe quell’equilibrio di chi in una città opta per un civico, in un altra manda avanti l’esponente di un certo partito, che però poi fa un passo indietro in talaltra città a vantaggio degli alleati. In più, spesso le partite locali sono sì coordinate dal tavolo nazionale ma dando spazio alle rivendicazioni locali. E come andava spiegando qualche tempo fa il capogruppo alla Camera di FdI Galeazzo Bignami, “io nelle partite delle città sotto Bologna non metto becco”. A favore dell’ipotesi gazebo c’è l’eventuale “effetto mobilitante” che potrebbe spingere ancor di più gli elettori del centrodestra ad andare al voto nei centri urbani in cui di solito, voti alla mano, fanno più fatica. Ed è anche per questo che l’opzione, lanciata dalla Lega, è stata raccolta con favore da Forza Italia. Così come non è, forse, del tutto un caso che di primarie interne a Forza Italia sia tornato a parlarne anche Tajani, che in un colloquio col Fatto Quotidiano le ha intimate nei confronti degli esponenti della cosiddetta minoranza che contestano la linea del partito. Anche se poi il vicepremier ha corretto la linea dicendo di non aver “mai pronunciato la parola primarie. Ho solo detto che io sono il garante della linea politica di FI. E che per cambiare la linea politica serve un congresso o serve un altro tipo di consultazione. Ma mi pare una cosa normalissima, ridico sempre la stessa cosa”.
Sarà. C’è, però, che le primarie non convincono soprattutto lei, Giorgia Meloni. Conscia del fatto che lo strumento non appartenga alla tradizione politica del centrodestra. Ed è vero che ieri, in Senato, La Russa a tal proposito ha detto di non voler “escludere nulla”. Ma un altro plenipotenziario milanese dei meloniani come l’ex ministro Daniela Santanchè l’ipotesi l’aveva subito rimossa dalle elucubrazioni. Per dire di quanto, in realtà, dentro FdI preferirebbero rinunciare alla contesa esplicita. Oltre alle città, poi, ci sarà da sbrogliare alcune matasse come le candidature alle regionali, per esempio in Sicilia, partita che ha già occupato diverse discussioni avute da Meloni con gli alleati a Palazzo Chigi. Tajani s’è convinto che Schifani, in ragione delle mille difficoltà vissute dalla sua amministrazione, non possa essere ricandidato. E allora il segretario accarezza l’idea di candidare Giorgio Mulè, uno dei cosiddetti “disertori” che almeno, a quel punto, potrebbero avere meno interesse a correre a un eventuale congresso. Anche se secondo alcuni alla fine la figura di compromesso potrebbe essere l’attuale commissario Nino Minardo.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.
