Come e perché il campo largo si è arenato sulle energie alternative

Il divario tra le regioni sulle energie rinnovabili rappresenta uno dei banchi di prova più complessi per una coalizione che si candida al governo del paese. Sarà interessante vedere se le azioni prospettate dai partiti che si dicono progressisti forniranno soluzioni adeguate 

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(Foto Getty)

Tra coloro che sono intervenuti all’incontro fiorentino del Foglio, il leader dei Verdi, Bonelli, oltre ad annunciare la presentazione di un candidato di Avs alle primarie, ha riconosciuto che sulle energie rinnovabili c’è un problema nelle regioni amministrate dal centrosinistra.
Il problema è serio. Innanzitutto, in Italia la durata effettiva dei procedimenti amministrativi per l’autorizzazione degli impianti relativi alle fonti energetiche è nettamente superiore rispetto ai termini stabiliti dalla legge. In base al decreto legislativo n. 190/2024, i termini sono di soli 30 giorni per la procedura abilitativa semplificata, non meno di 90 per l’autorizzazione unica e fino a 420 nei casi più complessi, per i quali è richiesta la valutazione di impatto ambientale.
La realtà sul campo è molto diversa, perché i dati dei principali osservatori del settore (tra cui Legambiente) evidenziano che la durata effettiva dei procedimenti supera i 1.700 giorni per gli impianti eolici e i 1100 per quelli fotovoltaici. Ci sono circa 4000 progetti fermi e il tasso di successo delle richieste è bassissimo: attorno all’8 per l’eolico e al 16% per il fotovoltaico. Non sorprende, quindi, il forte calo (ben oltre il 50% per il fotovoltaico) delle nuove richieste di autorizzazione.
Inoltre, come osservato da Bonelli, i ritardi maggiori si concentrano, oltre che in Sicilia, in alcune regioni amministrate dagli alleati di Avs, cioè Pd e 5 stelle. La Sardegna ha stabilito una moratoria in aperto contrasto con le direttive e gli obiettivi nazionali di decarbonizzazione, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale alcuni mesi fa; ma vi sono decine di ricorsi pendenti dinanzi ai giudici amministrativi per via delle resistenze locali. In Toscana e in Puglia si sono accumulati forti ritardi, dovuti in parte alla valutazione di impatto ambientale ferma a Roma, in parte alle soprintendenze ai beni culturali e alle burocrazie regionali, che non tengono conto dell’esistenza di un “pubblico interesse prevalente” secondo il decreto del 2024.
I notevoli ritardi e gli insuccessi di numerosi progetti costituiscono altrettanti problemi per l’Italia, data la tradizionale scarsezza di idrocarburi e la rinuncia al nucleare e chiamano in causa il governo, che pure nel periodo più recente ha registrato un incremento dei pareri rilasciati dalla commissione per la VIA. Il divario tra le regioni, non riconducibile alla solita schematizzazione Nord-Sud, rappresenta uno dei banchi di prova più complessi per una coalizione che si candida al governo del paese. Sarà interessante vedere se le azioni prospettate dai partiti che si dicono progressisti, come i gruppi di lavoro con accademici ed esperti e i piani di semplificazione, forniranno soluzioni adeguate. Nel frattempo, è evidente che all’interno della coalizione le divisioni non riguardano soltanto la difesa dell’Ucraina: sono più ampie, segnalano una divergenza sul rapporto tra preservazione del paesaggio e tutela dell’ambiente, riguardano quindi il modo di concepire lo sviluppo sostenibile, che speriamo nessuno pensi più di ridurre alla “decrescita felice”.