Perché ho cambiato idea sulla proprietà pubblica della Rai

La rete pubblica dovrebbe funzionare col solo canone, senza pubblicità, e produrre esclusivamente programmi di servizio pubblico. Non è realistico pensare che le cose possano cambiare senza un radicale cambiamento

9 OTT 26
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Foto ANSA

La buona notizia è che Rai Uno ha mandato in onda un bel san Francesco di Roberto Benigni. La cattiva notizia è che da anni nessuno dice più che la Rai è la “prima azienda culturale” italiana. Questo cambio di paradigma è la conseguenza della crisi del suo marchio storico, del declino dei programmi, del disamore di un’opinione pubblica e di un mondo culturale che hanno molto amato la Rai e hanno cambiato idea.
Al di là del morboso interesse dei partiti, la proprietà dello stato ha avuto storicamente una solida motivazione nel servizio pubblico e nell’alto livello dei programmi. Oggi queste ragioni sono venute meno e, conseguentemente, la proprietà pubblica non ha più senso.
Nel 2002, per un tempo sufficiente a capirne il funzionamento, sono stato consigliere di amministrazione della Rai. Sono entrato in Consiglio pensando che la sua natura pubblica fosse un dogma, ma dopo qualche mese mi sono convinto del contrario e con gli anni questa convinzione si è rafforzata.
Per dirlo con chiarezza, nelle sue tre reti e nei suoi tre telegiornali la Rai non fa certo più servizio pubblico de La7, di Sky e di molte reti regionali. Emittenti che prima o poi chiederanno di ricevere una quota del canone di cui oggi gode la Rai.
Una parte ampia della sua programmazione ha ormai un carattere commerciale identico a quello delle emittenti private. L’informazione è spesso battuta dalla concorrenza per completezza e talvolta, ahimè, per obiettività. Su gran parte degli sport più popolari, a cominciare dal calcio, dal tennis e dall’automobilismo, la Rai ha abdicato a favore di canali privati cui gli sportivi italiani accedono pagando un non lieve corrispettivo.
In più, in un sistema politico così invadente come quello italiano, non può assolutamente funzionare una formula di governo aziendale che, per la sua natura politico-partitica, non è stata concepita per valorizzare l’autonomia professionale. Un modello di governance che espone l’azienda a influenze politiche praticate anche dalla stessa Commissione parlamentare di Vigilanza. Come qualsiasi altra azienda, la Rai, per tornare a brillare, ha bisogno che la sua proprietà, lo stato italiano, le dia amministratori di livello e obiettivi precisi. Poi, fissati linea e obiettivi, un’ampia libertà professionale sul come raggiungerli. I conti si fanno a fine mandato, non ogni minuto secondo.
Un’azienda che in quattro anni non riesce a nominare il presidente per l’impuntatura dei partiti, evidentemente può farne a meno. Il suo consiglio di amministrazione è scelto dal governo e dal Parlamento con criteri politici. La Commissione parlamentare di Vigilanza è composta da parlamentari portatori di esigenze politiche legittime, ma di parte. Nonostante l’abnorme numero di dipendenti, consulenti e contrattisti vari, la Rai appalta all’esterno molta parte dei suoi programmi. Un’azienda così, in competizione con una concorrenza privata molto agguerrita, non ce la può fare. Tutti lo vedono, tutti lo sanno, ma nessuno provvede.
Per dire. Qualche giorno fa erano 100 anni dalla nascita di Alberto Ronchey, autore di grandi servizi di politica internazionale per la Rai. Questa circostanza ci ha ricordato un tempo anche recente in cui la Rai era gremita di giornalisti di straordinario livello. Oggi alcuni di loro come Fabiano Fabiani ed Emmanuele Milano possono raccontarci di quegli anni. Altri non ci sono più, come Arrigo Levi, Furio Colombo, Andrea Barbato, Demetrio Volcic, Piero Angela, Igor Man, Jader Jacobelli, Emilio Rossi, Livio Zanetti, Enzo Biagi, Sergio Zavoli, Nando Martellini, Sandro Paternostro, Tito Stagno e, da ultimo David Sassoli. Oggi i grandi della Rai, da Corrado Augias a Fabio Fazio, se ne vanno via.
Davanti a questo impoverimento e davanti a tanta perdita di autorevolezza, sarebbe grave continuare ad assistere al declino senza intervenire. Facciamo un’ipotesi di lavoro. Lo stato italiano potrebbe mettere sul mercato due reti e tenerne una per se, assieme ai canali non commerciali come Rai Storia, Rai Movie, Rai 4.
La rete pubblica dovrebbe funzionare col solo canone, senza pubblicità, e produrre esclusivamente programmi di servizio pubblico. Dovrebbe gestire full time un’informazione indipendente di qualità, affidata a un grande giornalista con la schiena dritta. La proprietà dovrebbe essere di una fondazione, anch’essa pubblica, con un Consiglio di amministrazione designato con un sistema simile a quello con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale: un terzo il Parlamento, un terzo il presidente della Repubblica, un terzo gli accademici dei Lincei.
Questa è una delle tante soluzioni possibili al problema della Rai e non è detto che sia la migliore. Il punto è che se non lo si affronta presto, con coraggio e fantasia, in pochi anni l’Italia si troverà a dover risolvere un problema della stessa difficoltà di quello dell’Ilva, ma politicamente molto più delicato.
Un’osservazione finale. Nella Rai operano molti professionisti di buona qualità che le sono stati legatissimi anche nel cattivo tempo. Così come per molti parlamentari la proprietà pubblica è un dogma, come lo è stato per me. A tutti coloro che difendono la proprietà statale della Rai bisogna chiedere, con molto rispetto, di considerare qual è, oggi, la sua condizione e di valutare quanto sia poco realistico pensare che le cose possano cambiare senza un radicale cambiamento.