La basilica di Santa Croce a Firenze è ben nota a Roberto Benigni, che dal sagrato recitò e insegnò al popolo (televisivo) il suo Dante. Qualche dettaglio d’arte e storia custodito alle sue spalle forse al gran predicatore francescano era però sfuggito. La Cappella Bardi, a sinistra dell’altare maggiore, con le Storie di Francesco affrescate da Giotto vent’anni dopo Assisi, è da poco stata riaperta grazie a un grande restauro. Uno degli episodi del ciclo si intitola Prova del fuoco davanti al Sultano e racconta una storia un po’ diversa dalla banalizzazione di Benigni, e per dire il vero non soltanto sua: “E’ l’uomo delle prime volte, ha inventato la diplomazia”. Sulla destra c’è Francesco, davanti a un fuoco scintillante. Il mezzo, sul trono, c’è il sultano Al-Malik al-Kamil che con una mano ordina ai suoi sacerdoti di accettare la sfida del Poverello ed entraci dentro con lui: chi supererà l’ordalia e non brucerà, avrà dimostrato che sua è la vera fede nel vero Dio, era stata la proposta di Francesco. A sinistra della scena, i saggi del sultano se ne fuggono via. Altro che diplomazia.
“Quando il beato Francesco per la fede in Cristo volle entrare in un grande fuoco coi sacerdoti del Sultano di Babilonia; ma nessuno di loro volle entrare con lui, e subito tutti fuggirono dalla sua vista”, come esattamente scrive san Bonaventura. Si sa che il sultano non si convertì, ma attestò rispetto per quel povero cristiano, per dirla con Silone. L’obiettivo di quel viaggio oltremare non era trattare la pace né una tregua, ma l’annuncio del Vangelo per la conversione del sultano e dei musulmani. In più come spiega, tra gli studi più aggiornati, Antonio Musarra nel suo Il mondo secondo Francesco d’Assisi, il Poverello, da uomo del suo tempo, non era nemmeno contrario all’idea della crociata, di cui riconosceva anche l’aspetto di penitenza. Ridurre al pacifismo e alla diplomazia la sua avventura è dunque un po’ banale; ma in fondo è una colpa meno imputabile a Benigni che a tanti altri, politici e no, che provano a fare di quel gran viaggio (non in Terra Santa: in Egitto) a una faccenda “profeticamente” politica.
Un tantino sciatto è anche il quadretto degli abiti gettati in faccia al padre. La storia andò probabilmente e in modo meno pittoresco: si arrivò per gradi a una scelta tanto eclatante che significava innanzitutto uscire dalla giurisdizione civile, senza la certezza di poter essere accettato d quella religiosa. Ma anche questo in fondo è un peccato veniale, e stavolta Benigni si attiene fedelmente alla Legenda maior di Bonaventura, la versione ripulita e autorizzata della biografia di Francesco.
È invece sorprendente, e ben più imbarazzante, un passaggio dell’anticipazione che il Corriere ha pubblicato domenica del libro di Benigni, Il cantico, edito da Einaudi Stile Libero. Col celebre afflato appassionato, dice Benigni: “Ma come, rivoluzionario? – mi direte – ‘Non ci aveva mai pensato nessuno a lodare il mondo e tutto il creato?’. No, era la prima volta! Era una novità assoluta!”. Addirittura il Papa di allora, Innocenzo III aveva scritto un libro che si intitolava De contemptu mundi, che vuol dire: sul disprezzo del mondo”. Tralasciando che l’autore era invece il futuro Innocenzo III, il Papa che approvò la Regola di Francesco, la cosa grave è che Benigni fa questa sgangherata affermazione: “Perché all’epoca di Francesco si credeva che Dio fosse il creatore dello spirito, mentre il diavolo della materia, e quindi anche del mondo. Scrivere un poema, come aveva fatto Francesco, sulla bellezza del creato era come scrivere un poema sulla bellezza del diavolo! Insomma, quella del Cantico era proprio una rivoluzione”. Come si può dire una bestialità del genere?
A parte che (lo ha segnalato su X Antonio Socci, che qualche libro lo ha letto) l’elogio di tutte le creature era già nel Cantico dei tre fanciulli nella fornace nel libro di Daniele, dove l’invito “benedite” compare una quarantina di volte e la parola “Benedetto” (Dio) sei volte. Ma Gesù stesso aveva insegnato che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come i gigli del campo, e che tutto quello che si mangia è puro. Però è importante sapere che la condanna contro l’eresia docetista che disprezzava il mondo è del I secolo, e la scomunica dell’eresia catara (ne seguirà tragica strage: è pur sempre il medioevo) che disprezzava la materia considerandola originata dal principio maligno Papa Alessandro III l’aveva emessa qualche decennio prima, nel 1179. Dire una simile stupidaggine, facendo del cristianesimo il contrario di quel che è, riducendolo a una eresia manichea, è davvero bizzarro. E desta stupore che nessuno abbia corretto lo strafalcione. Ma soprattutto Francesco e il suo Cantico sono ciò che sono, e lo saranno per sempre, proprio perché sono l’opposto del moralismo predicatorio a cui si affida Roberto Benigni. Che però piace tanto ai predicatori, e non solo a quelli della tivù.