“Il nodo è nel premio di maggioranza”, dice Mirabelli (ex Corte)

“Nelle assemblee elettive, la rappresentanza sarebbe assicurata al massimo da sistemi puramente proporzionali. Tuttavia si possono introdurre dei correttivi, come i premi di maggioranza, che, però, non devono alterare la rappresentanza più di quanto sia necessario: significherebbe rendere non eguale il voto”, dice l'ex presidente della Consulta

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Foto Ansa

Poche ore, e il voto finale sulla nuova legge elettorale (oggi) consegnerà il cosiddetto Stabilicum, salvo sorprese considerate ormai improbabili, al suo percorso. Un percorso che potrebbe non essere privo di ostacoli. All’interno dell’opposizione, infatti, cresce, man mano che scema la speranza che qualche “manina” insorga nel segreto dell’urna, l’urgenza di farsi trovare pronti per il dopo, per presentare in simultanea una serie di ricorsi alla Consulta. Ma quali sono i dubbi “costituzionali” che, eventualmente, potrebbero sorgere? Chiediamo lumi a Cesare Mirabelli, già presidente della Consulta dal febbraio al novembre del 2000. “Il nodo principale”, dice, “è il premio di maggioranza”. Ma è “dai principi fondamentali che toccano una materia particolarmente sensibile” che bisogna partire: “Innanzitutto dal principio del voto che, come dice la Costituzione, deve essere libero, eguale, personale e segreto. Ecco, l’uguaglianza del voto può essere distorta dai sistemi elettorali”. Secondo principio costituzionale in gioco, la rappresentanza: “Nelle assemblee elettive”, dice Mirabelli, “e in particolare in Parlamento, dove si esercita la sovranità che appartiene al popolo, la rappresentanza sarebbe assicurata al massimo da sistemi puramente proporzionali. Tuttavia si possono introdurre dei correttivi per favorire la stabilità dei governi, come i premi di maggioranza. Premi che, però, non devono alterare la rappresentanza più di quanto sia necessario: significherebbe rendere non eguale il voto”.
Quando sono ammissibili, da questo punto di vista? “Quando sono limitati e non fortemente distorsivi. Si pone insomma un tema di ragionevolezza: non ci sarebbe da discutere di un premio di maggioranza, forse, se la maggioranza degli aventi diritto al voto si fosse già espressa e si ragionasse soltanto per incrementarla, ma se il partito, la formazione e il raggruppamento di partiti non raggiungessero quel tetto di consensi, la questione si farebbe delicata, e l’esercizio del voto potrebbe apparire ristretto. Alle suppletive in Calabria, per esempio, ha votato un 22-23 per cento degli aventi diritto. Con percentuali basse, insomma, assicurare una macro-maggioranza a chi non ha ottenuto neanche la maggioranza significherebbe non rappresentare pienamente la volontà dell’elettore”. Per non dire del caso in cui, dice Mirabelli, “una delle due coalizioni ottenesse il 42 per cento e l’altra il 41,8. In quel caso non sarebbe evidente il distacco tra una maggioranza e una quasi maggioranza”. Anzi: “Quel testa a testa potrebbe risolversi più correttamente con il ballottaggio, in modo da ridare la parola al corpo elettorale”. L’uguaglianza del voto, dice Mirabelli, riguarda anche “l’eguaglianza tra candidati”. Le hanno chiamate quasi quote di genere: presenti nelle liste ma non rispetto ai capilista. “Non sarebbe garantita l’eguaglianza tra eletti”, dice Mirabelli. Quanto ai capilista bloccati, “la Corte ha ammesso il fatto che ci siano liste bloccate a patto che siano brevi, e nell’ipotesi in cui non si esprimano preferenze. In questo caso potrebbe sorgere un dubbio, ma mi pare molto sofisticata e remota come ipotesi, sull’uguaglianza rispetto al voto bloccato per i capilista ma non per gli altri candidati: si potrebbe configurare una limitazione della possibilità di scelta, non sarebbe eguale cioè il voto attribuito al singolo candidato e il voto di preferenza rispetto a quello attribuito al capolista. Ma ripeto: ipotesi remota”.
Quanto alle firme, per Mirabelli potrebbe porsi “il problema della ragionevolezza o meno del dato dimensionale: il fatto che ci siano liste o formazioni già rappresentate in Parlamento significa presumere che abbiano una base di legittimazione. Seimila firme per ogni collegio significa quattro volte la cifra richiesta ora. Il dubbio potrebbe riguardare il fatto che una lista che intenda presentarsi a livello nazionale, e che in ogni collegio debba raggiungere 6000 firme, dovrebbe ottenere una numerosità di adesioni vicinissima alla percentuale di rappresentanza minima nel paese”. Qual è l’opzione ideale per Mirabelli? “Piccoli collegi uninominali che consentano ai cittadini di conoscere la persona per la quale votano e la formazione politica che rappresenta. Questo rafforzerebbe il rapporto tra base elettorale ed eletto e diminuirebbe il distacco rispetto a sistemi che attribuiscono un potere di fatto molto rilevante a chi ha il potere di presentare le candidature”. Nessuno ci pensa? “Nessuno lo ha voluto”. Ma la Corte potrebbe in sostanza bocciare la nuova legge”? “Io credo potrebbe agire in direzione dell’introduzione di qualche correttivo; ma non credo demolirebbe tutto”.