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DOPO IL VOTO •
Il campo largo sogna il bis del No, e diventa la “coalizione dei ricorsi” contro il Melonellum
Lunedì conferenza stampa congiunta della Rete per un voto libero e uguale, coordinata da Roberto Zaccaria con costituzionalisti già impegnati sul fronte del No, e vari esponenti politici, da Avs a piu Europa (con la Cgil a sistegno)

Foto ANSA
Approvata la nuova legge elettorale con 224 sì e 164 no, si spalanca davanti al campo largo quella che sembra una possibilità mista a speranza, tanto che la coalizione di centrosinistra (che su altri temi fatica a comporsi), sogna ora di poter ripetere l’effetto miracolo compattante della campagna per il No al referendum, e di tramutarsi in una sorta di “coalizione del ricorso” contro la “legge truffa”, come il Melonellum-Stabilicum è stato ribattezzato dall’opposizione, con l’idea non celata di arrivare “a sensibilizzare l’opinione pubblica come ai tempi della legge truffa del 1953, abrogata dopo neanche un anno”, attraverso un’alleanza tra la Rete per un voto libero e uguale, coordinata dal professor Roberto Zaccaria, con il costituzionalista Enrico Grosso, l’avvocato Pietro Adami e la professoressa Maria Agostina Cabiddu. Lunedì, alla Camera, i costituzionalisti presenteranno la campagna di ricorsi imminenti con vari esponenti di partiti del campo largo (da Avs a Iv), con Articolo 21 e la Fondazione Demo del deputato dem Gianni Cuperlo, e la partecipazione di circa 30 associazioni, molte delle quali già impegnate nella battaglia referendaria (più la Cgil a dare sostegno esterno). L’idea, insomma, è quella di una “staffetta” tra partiti e società civile, dicono il senatore dem Alessandro Alfieri, responsabile Riforme nella segreteria dem e il capogruppo di Avs in Commissione Affari costituzionali della Camera Filiberto Zaratti. Dice il segretario di Più Europa Riccardo Magi, appena uscito da più di una settimana di sciopero della fame: “La lotta ora si sposta sul terreno dei ricorsi, e la cosa è inevitabile, visto che il governo è rimasto sordo a tutte le iniziative che abbiamo messo in campo, pregandolo di fermarsi e di non dare al paese, ancora una volta, una legge elettorale incostituzionale”. Si guarda intanto anche al Colle, a cui Magi ha scritto nei giorni del digiuno.
La dem Simona Bonafè, che in commissione Affari Costituzionali ha seguito tutto l’iter della legge, dice: “La nostra battaglia contro questa legge elettorale, fatta su misura da chi governa, continua nel paese, insieme a tutti coloro che ritengono che le regole del gioco che riguardano tutti non si impongano a colpi di maggioranza”. La macchina è già oliata. Zaccaria spiega che i ricorsi sono in via di redazione in tutte le regioni, e che la raccolta fondi (un ombrello per i ricorrenti) è già cominciata, in modo da essere pronti, dice il professore, a muoversi non appena la legge entrerà in vigore, tra fine ottobre e inizio novembre. Partita da un appello di 160 costituzionalisti, e passata per due convegni a inizio e a fine estate, l’iniziativa di questa rete, in nome di “Costituzione e democrazia”, punta a chiedere l’accertamento della lesione del diritto di voto rispetto alla legge e di ottenere una pronuncia della Corte prima delle Politiche. E se le presenze di società civile nella Rete sono in parte sovrapponibili a quelle della battaglia referendaria per il No, è “prima di tutto lo spirito del referendum”, dice Zaccaria, ad aleggiare attorno alla nuova “coalizione” per i ricorsi. Nel merito sarà il professor Grosso a occuparsi del contenuto. Al momento si apprende che saranno sei le principali criticità da sottoporre al giudice: il premio di maggioranza per com’è confezionato, con i listoni bloccati di 70 deputati e 35 senatori (in caso di ottenimento del premio, e si sottolineerà sia l’entità del premio sia la sua distribuzione sia l’imposizione di una lista “fissa”); l’impossibilità per l’elettore di esercitare un’effettiva scelta dei rappresentanti, visto che è certa soltanto l’elezione dei capilista; il “tradimento” dell’articolo 51 della Costituzione sull’equilibrio di genere; l’obbligo di indicare sulla scheda il nome del candidato premier, non solo rispetto alle prerogative del capo dello stato; la distribuzione del premio in Senato, rispetto all’articolo 57 (elezione su base regionale); il numero di firme necessarie a presentarsi (6000 per collegio, cosa che fa salire a oltre 300 mila totali le firme da raccogliere a livello nazionale). “Quasi quasi il numero di consensi di una piccola forza politica”, dicono nel campo largo.