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Agenda Occhiuto, il centrodestra che non ha bisogno di Vannacci
Una coalizione che torni a parlare con determinazione di libertà, concorrenza, giovani, diritti civili, Europa, imprese e futuro. Le idee del presidente della Calabria, vicesegretario di Forza Italia
5 OTT 26

Foto ANSA
Roberto Vannacci ha avuto un’intuizione politica che sarebbe sciocco non riconoscere: ha visto uno spazio e lo ha occupato. Ha capito che esisteva, anche in Italia, una domanda di estrema destra, di destra radicale e sovranista, e ha costruito attorno a quella domanda un’offerta politica.
Il punto, però, non è stabilire se sia bravo a interpretare quello spazio. Il punto è capire se il centrodestra di governo guidato dalla bravissima Giorgia Meloni, per continuate a essere competitivo e maggioritario, debba diventare un po’ più simile a quella destra. Io penso che questa sia la domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: che cosa deve fare il centrodestra tradizionale inventato dal presidente Silvio Berlusconi, quello che conosciamo dal ‘94 sino ad oggi, per rinnovare una propria idea di futuro in modo abbastanza coraggioso da non vivere con l’ossessione di ciò che accade alla sua destra? La risposta, per me, passa da dieci punti, da dieci riflessioni. Tanti di questi temi li ho esposti nel mio libro “Il coraggio di governare. Idee liberali, la forza di realizzarle”, edito da Piemme e da qualche giorno in libreria.
1. Sull’immigrazione servono più fermezza, più rimpatri, più ingressi regolari e più Europa
Essere seri sull’immigrazione significa cominciare da una distinzione elementare: un conto è l’immigrazione regolare, un altro è quella irregolare.
Chi non ha diritto di stare nel nostro Paese deve essere rimpatriato più velocemente. Chi delinque e non ha titolo per restare deve essere allontanato.
Bisogna contrastare i trafficanti, presidiare le frontiere, rafforzare gli accordi di riammissione con i Paesi di origine. Ma bisogna avere anche l’onestà di dire che un rimpatrio non si fa con uno slogan: si fa se dall’altra parte esiste uno Stato disposto a riprendersi il proprio cittadino.
E contemporaneamente l’Italia ha bisogno di immigrazione regolare. Il governo Meloni lo ha riconosciuto programmando quasi 500 mila ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028. Non è una contraddizione: è esattamente ciò che dovrebbe fare una destra di governo, una destra moderna e responsabile.
Meno clandestinità, più legalità. Meno sbarchi irregolari, più lavoratori che arrivano attraverso canali ordinati perché le nostre imprese ne hanno bisogno.
E poi serve l’Europa. Più Frontex, più accordi Ue con i Paesi di origine, più investimenti sulla sponda sud del Mediterraneo, più forza comune nella gestione dei confini. Pensare che l’Italia possa governare da sola un fenomeno continentale significa condannarsi all’impotenza.
L’immigrazione non va né negata né cavalcata: va governata.
2. Stop alle rendite di posizione: riforme per i cittadini e non per le corporazioni
La concorrenza non è una parola da convegno. E’ una cosa molto semplice: significa ricordarsi che quando una categoria viene protetta artificialmente qualcun altro, dalla parte opposta, paga quella protezione.
In Calabria abbiamo combattuto una battaglia sul trasporto pubblico non di linea arrivando fino alla Corte costituzionale. Abbiamo sostenuto l’apertura del mercato degli Ncc, favorito l’ingresso di servizi innovativi, sfidato regole che rendevano più difficile offrire un servizio adeguato ai cittadini.
La Corte costituzionale ci ha dato ragione, dando torto al governo nazionale della mia stessa parte politica, anche contro il vincolo assurdo dei venti minuti imposto agli Ncc.
Il principio che ne ricavo è generale: quando si riforma il mercato dei taxi, bisogna pensare anche a chi aspetta il taxi, non soltanto a chi lo guida. Quando si riforma la sanità, bisogna pensare prima al paziente che aspetta una visita e poi alla corporazione che difende lo status quo. Quando si riforma il lavoro, bisogna guardare anche al giovane che cerca di entrarci e non soltanto a chi è già protetto.
Le categorie vanno ascoltate. Ma le leggi vanno scritte per i cittadini.
3. Una destra liberale, popolare, europeista e atlantica
Esistono in Europa esperienze politiche alle quali è possibile guardare e con le quali è necessario confrontarsi. Ma confrontarsi non significa necessariamente adottarle come modello.
Io appartengo a un’altra cultura politica. Una cultura liberale, popolare, europeista, atlantica. Credo in una destra che considera l’Unione europea non un nemico dal quale liberarsi ma uno strumento da cambiare e rafforzare. Che considera la Nato una scelta strategica, non un impaccio. Che non ha ambiguità sulla Russia. Che sa che in un mondo fatto di potenze continentali l’Italia non diventa più sovrana isolandosi: diventa semplicemente più piccola.
L’Europa va criticata quando pretende di regolare tutto e decide troppo lentamente sulle grandi questioni. Ma la risposta non può essere meno Europa su tutto. Deve essere più Europa sulle cose grandi e meno Europa sulle cose piccole: più Europa sulla difesa, sull’immigrazione, sull’energia, sull’innovazione, sui capitali; meno burocrazia sui dettagli che possono gestire stati, regioni, imprese e cittadini.
Questa è un’altra destra. Non meno di destra: semplicemente diversa.
“Meno clandestinità, più legalità. Meno sbarchi irregolari, più lavoratori che arrivano attraverso canali ordinati perché le nostre imprese ne hanno bisogno”. “Le categorie vanno ascoltate. Ma le leggi vanno scritte per i cittadini”. “Credo in una destra che non ha ambiguità sulla Russia”
4. Prima di anticipare ancora le pensioni occupiamoci del futuro di chi ha trent’anni
Ogni euro pubblico ha un’alternativa. Un miliardo speso per una cosa è un miliardo che non può essere speso per un’altra. E per troppo tempo la politica italiana ha distribuito risorse guardando soprattutto a chi era già dentro il sistema. Io vorrei rovesciare la prospettiva.
Il grande problema italiano non è soltanto che nascono pochi giovani. E’ che quelli che abbiamo li paghiamo poco, li valorizziamo tardi e spesso li spingiamo ad andarsene. Abbiamo costruito il Paese che regola le retribuzioni per scatti di anzianità. Dovremmo costruire, invece, il Paese degli scatti di futuro, pagando meglio – tanto nel pubblico quanto nel privato – i giovani brillanti che portano valore aggiunto alla nostra società.
Se ci sono risorse disponibili, discutiamo di come aumentare il primo stipendio, rendere conveniente assumere un giovane, aiutarlo a trovare una casa, permettergli di costruire un’impresa.
Ho proposto una no tax area per gli under 35 proprio per questo: non un bonus, non un assegno, ma una scelta che renda il lavoro più conveniente e immediatamente visibile in busta paga. Tra spendere miliardi per anticipare ancora l’uscita dal lavoro e investirli sull’ingresso dei giovani nel lavoro esiste una differenza politica. Ed è una differenza sulla direzione verso cui vogliamo portare il Paese.
5. Non abdichiamo alla sinistra sui diritti civili e sul fine vita
Una destra liberale non può occuparsi della libertà soltanto quando si parla di impresa, tasse o mercato. La libertà è un principio indivisibile e riguarda anche le scelte più intime della persona: gli affetti, la sessualità, il modo in cui ciascuno costruisce la propria vita e, quando ricorrono condizioni estreme e rigorosamente accertate, anche le decisioni sul proprio fine vita.
Difendere questi diritti non significa adottare una cultura politica altrui: significa essere coerenti con una cultura liberale che mette la persona al centro e considera lo Stato al suo servizio, non come un’autorità chiamata a disciplinarne ogni scelta.
Per troppo tempo abbiamo abdicato alla sinistra temi dei quali oggi i ragazzi parlano con naturalezza e che vorrebbero fossero nelle agende di ogni forza politica. I diritti civili non possono più essere un tabù per un centrodestra moderno e di governo. E sul fine vita il legislatore deve avere il coraggio di intervenire, costruendo regole chiare e rigorose, con consenso informato, verifiche mediche, tempi e garanzie particolarmente stringenti per le persone fragili.
“I diritti civili non possono più essere un tabù per un centrodestra moderno e di governo. E sul fine vita il legislatore deve avere il coraggio di intervenire”. “La stabilità del governo è un valore. La serietà dei conti pubblici è un valore. Ma per rendere l'Italia attrattiva non basta essere stabili: bisogna anche creare occasioni”
6. Per crescere bisogna aprire le porte, non costruire nuovi steccati
Esiste oggi un pezzo di Italia politicamente in cerca di casa. Ci sono liberali che vorrebbero un centrodestra più coraggioso. Riformisti che guardano con disagio alle alleanze del Partito democratico. Cattolici popolari rimasti senza un riferimento. Imprenditori, professionisti, amministratori, giovani delle grandi città che non vogliono una politica massimalista, né a destra né a sinistra.
Sono, se vogliamo chiamarli così, tanti centri in cerca d’autore.
Forza Italia dovrebbe tornare alla propria vocazione originaria: aprire. Coinvolgere. Far entrare persone che non hanno trascorso vent’anni nei corridoi dei partiti. Guardare al mondo civico, all’impresa, alle professioni, alle università, al riformismo. Forza Italia nacque rompendo gli steccati, non costruendoli. La sua funzione nel centrodestra non dovrebbe essere difendere un piccolo recinto moderato, ma allargare il perimetro della coalizione verso mondi che oggi non hanno una casa politica. Il centrodestra cresce se riesce ad attirare chi oggi sta fuori, non se continua soltanto a contendersi chi è già dentro.
7. Alle imprese non possiamo continuare a dire: siete brave perché riuscite a sopravvivere nonostante tutto
Per anni abbiamo celebrato gli imprenditori italiani perché sono riusciti a crescere nonostante la burocrazia, nonostante l’energia cara, nonostante una giustizia civile lenta, nonostante autorizzazioni interminabili, nonostante infrastrutture insufficienti. Ma “nonostante tutto” non può essere una politica industriale. Anche perché, a dire il vero, le politiche industriali hanno poco a che fare con uno Stato liberale. Uno Stato liberale, semmai, fa politiche abilitanti: fa funzionare il mercato perché le imprese possano esserne protagoniste, e crescere in Italia, non nonostante l’Italia.
La stabilità del governo è un valore. La serietà dei conti pubblici è un valore. Ma per rendere l’Italia attrattiva non basta essere stabili: bisogna anche creare occasioni.
Un’impresa internazionale deve poter guardare al nostro Paese e pensare che qui conviene investire. Per le competenze che trova, per la velocità con cui ottiene un’autorizzazione, per l’energia che paga, per le infrastrutture che può utilizzare, per la certezza delle regole.
Non abbiamo bisogno semplicemente di più Stato o di meno Stato. Abbiamo bisogno di un altro Stato: forte dove serve, leggero dove deve togliersi di mezzo; capace di costruire infrastrutture e far rispettare le regole, ma incapace di trasformare ogni autorizzazione in un percorso a ostacoli.
8. La concorrenza fa bene alle imprese. Può fare bene anche ai partiti
Non ho mai capito perché chi considera salutare la concorrenza nell’economia debba poi considerarla pericolosissima dentro un partito. Un partito nel quale tutti sono sempre d’accordo non è necessariamente un partito forte. Può essere semplicemente un partito nel quale nessuno ha interesse a mettere in discussione ciò che esiste.
Competizione significa idee alternative, leadership che si confrontano, persone nuove che provano a emergere, dirigenti costretti a conquistarsi ogni giorno il proprio spazio invece di considerarlo una proprietà. Non significa trasformare un partito in una guerra permanente. Significa evitare che diventi una rendita.
La politica italiana soffre da troppo tempo di cooptazione. Le classi dirigenti scelgono le classi dirigenti che verranno dopo, che a loro volta scelgono quelle successive. Alla fine cambia tutto fuori e resta tutto uguale dentro. Un movimento liberale dovrebbe avere il coraggio di rompere questo meccanismo.
9. Proteggere le persone non significa proteggerle dal futuro. Significa metterle nelle condizioni di affrontarlo
Esiste un populismo di sinistra e ne esiste uno di destra. Cambiano i destinatari, ma il messaggio è spesso identico: il mondo fa paura, io ti proteggerò. Ti proteggerò dalla concorrenza. Dalla tecnologia. Dall’intelligenza artificiale. Dalla globalizzazione. Dall’impresa. Dal rischio. Dal cambiamento. E’ una promessa molto rassicurante e quasi sempre impossibile da mantenere.
Una politica liberale dovrebbe fare un’altra cosa: mettere le persone nelle condizioni di usare il cambiamento invece di subirlo. L’intelligenza artificiale aumenterà la produttività: facciamo in modo che sia accessibile anche alle piccole imprese.
La transizione energetica cambierà l’industria: utilizziamola per attrarre investimenti. Il lavoro cambierà rapidamente: premiamo competenze e merito invece dell’anzianità automatica. Un imprenditore può fallire: costruiamo una società nella quale possa riprovare. La politica migliore non promette di congelare il mondo. Costruisce gli strumenti per starci dentro.
10. Il modo più serio di rispondere a Vannacci è smettere di parlare soltanto di Vannacci
Questa, alla fine, è la questione dei prossimi mesi. Se il centrodestra discuterà soltanto di come fermare Vannacci, di come imitarlo, di come inglobarlo, di come sottrargli un punto percentuale, avrà già perso qualcosa di più importante dei voti: avrà perso l’agenda. L’agenda dovrebbe essere un’altra. Meno tasse. Più riforme. Meno timidezza. Più coraggio. Meno rendite. Più concorrenza. Più opportunità. Una pubblica amministrazione che decide. Un’Italia che attragga investimenti. Più Europa sulle grandi sfide e meno burocrazia sulle piccole.
Immigrazione irregolare contrastata con fermezza e immigrazione regolare collegata alle esigenze dell’economia. Giovani trattati non come una categoria da assistere ma come il principale investimento del Paese.
Vannacci rappresenta una domanda politica reale. Far finta che non esista sarebbe un errore. Pensare che l’unico modo per rispondergli sia diventare come lui sarebbe un errore diverso, più grave.
La discussione che conta non riguarda l’ex generale. Riguarda quale centrodestra vogliamo continuare a costruire: quale idea di Stato, quale rapporto con l’Europa, quale modello economico, quale atteggiamento verso il cambiamento.
Perché una coalizione può anche vincere mettendo insieme tutto e il contrario di tutto. Ma il giorno dopo deve governare.
Ed è qui che si misura la differenza fondamentale: non basta costruire una coalizione capace di vincere. Bisogna costruire una coalizione capace di governare ciò che verrà dopo.
Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, vicesegretario di Forza Italia
