Politica
la lettera •
Perché Forza Italia si batterà per il fine vita. A ogni costo
Una legge per proteggere i malati, tutelare i medici, evitare il caos normativo. Ci scrive Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato

Foto di Roberto Monaldo per LaPresse
Il fine vita è una di quelle questioni dinanzi alle quali la politica dovrebbe avvertire, prima ancora della tentazione di parlare, il dovere di ascoltare e di misurare le parole. Non perché il silenzio sia una virtù, né perché l’ambiguità possa essere scambiata per prudenza, ma perché proprio quando una materia si innerva sulle biografie esistenziali, toccando la sofferenza reale delle persone, le famiglie attraversate dal dolore, il rapporto più intimo tra libertà, solidarietà comunitaria, cura e dignità, la chiarezza diventa indispensabile. Deve trattarsi però di una chiarezza sobria, rispettosa, mai ideologica.
Da esponente di Forza Italia, non faccio mistero di ritenere che il Parlamento debba ora approvare una norma nazionale sul fine vita. Non una legge purché sia, e nemmeno una “scorciatoia emotiva”, ma una disciplina seria, equilibrata, capace di fornire risposta alle indicazioni della Consulta e di sottrarre il paese al rischio di una regolazione a macchia di leopardo e di una diffusa “corruzione” del servizio sanitario nazionale rispetto ai suoi compiti istituzionali.
Il nostro partito sceglie di non sottrarsi a un dossier difficile, certo uno fra i più delicati della legislatura. Il lavoro che stiamo portando avanti ha un’articolazione parlamentare concreta nel testo Zanettin-Zullo, che non consideriamo un punto di partenza per ragioni di bandiera, ma perché nasce da uno sforzo reale di sintesi e può diventare la base di un confronto serio. Certo, lo si può emendare, correggere, integrare, ma sarebbe un errore azzerare tutto, ripartire da capo, aprire un cantiere infinito destinato soltanto a produrre immobilismo.
Forza Italia non è cambiata, è ancora il movimento fondato e plasmato da Silvio Berlusconi secondo princìpi radicati nella cultura cattolica, liberale, riformista.
Questa identità ci impedisce di alzare muri ideologici, come pure di inseguire derive che non ci appartengono. La nostra bussola non è orientata alla radicalizzazione, quanto piuttosto alla composizione; non ci muove il proposito di alimentare contrapposizioni insanabili, ma di cercare soluzioni pragmatiche e rispettose della persona; non vogliamo trasformare i diritti individuali in dogmi assoluti sganciati dal concetto di responsabilità, ma difendere la libertà dentro una cornice ordinamentale, pubblica e sussidiaria, capace di proteggere i più fragili.
Il problema del fine vita esiste. Esiste nelle decisioni difficili che già oggi investono il rapporto fra medico, paziente e familiari, nelle pronunce della Corte costituzionale, nelle discutibili iniziative legislative e amministrative di alcune regioni; esiste nelle attese dei cittadini che chiedono allo stato di essere innanzitutto sostenuti nel momento più doloroso attraverso assistenza domiciliare, cure palliative, strutture dedicate.
Il discorso, allora, attiene al modello che vogliamo introdurre nel nostro ordinamento. Desideriamo che, attraverso discipline regionali disomogenee, si affermi progressivamente un diritto al suicidio assistito cui corrisponda un dovere del Servizio sanitario nazionale di erogare una prestazione che conduce alla morte? Oppure vogliamo una normativa statale, chiara e circoscritta, che definisca i confini della non punibilità in casi estremi, evitando che l’assistenza alla morte diventi una funzione ordinaria della sanità pubblica?
La differenza non è certamente tecnica, ma culturale, istituzionale, antropologica. Il Servizio sanitario nazionale è infatti una delle più grandi infrastrutture morali e civili della Repubblica, nata per curare, accompagnare, alleviare, riabilitare, assistere. Se nella sua missione introducessimo senza cautela l’idea che la morte possa diventare una prestazione dovuta, rischieremmo di alterare il senso dell’alleanza terapeutica, di favorire il radicamento della cultura dello scarto, di indebolire l’orientamento alla vita che deve restare il cuore della sanità pubblica.
Una persona malata non deve mai percepire di essere un costo, un peso, una fragilità da congedare. In una società che già conosce solitudini profonde, invecchiamento accentuato, cronicità, disabilità, famiglie spesso lasciate sole, il compito dello stato non può essere quello di organizzare più facilmente l’uscita di scena dei fragili, ma di rendere più forte la rete che li sostiene.
Questo non significa ignorare la sofferenza o difendere l’accanimento terapeutico, che nessuna visione autenticamente umana e cristiana può ritenere giusto. Significa piuttosto rifiutare due estremi: da un lato, l’idea che ogni richiesta di aiuto a morire rappresenti il vessillo di una libertà assoluta e immediatamente esigibile; dall’altro, l’idea che lo stato, e la politica, possano limitarsi a non vedere, delegando la questione alla magistratura, ai poteri locali, alla casualità delle prassi o al silenzio delle famiglie.
La Corte costituzionale ha indicato un perimetro di non punibilità in circostanze ben definite, e il legislatore non può fingere che quel passaggio non esista. Occorre però evitare che un intervento sul codice penale venga trasformato, per via amministrativa o regionale, in un diritto generale alla morte medicalmente assistita e, appunto, in un corrispondente obbligo strutturale del sistema sanitario. Una legge statale può e deve chiarire i confini, fissare garanzie, impedire fughe in avanti, proteggere i malati, tutelare i medici, preservare l’identità del Servizio sanitario, e nello stesso tempo evitare il caos normativo che oggi minaccia di prodursi.
Per questa ragione considero essenziale uno sbocco che distingua con rigore tra il dovere pubblico di curare e accompagnare, e la non punibilità, in casi eccezionali, di comportamenti volontari, gratuiti e sottoposti a controlli severi. L’assistenza alla morte medicalmente assistita non può essere banalizzata, e credo debba essere presa in considerazione come extrema ratio, quando ogni sostegno possibile sia stato offerto, quando le cure palliative e la terapia del dolore siano state realmente garantite, quando la volontà della persona sia libera, informata, attuale e verificabile, quando vi sia un controllo pubblico serio e certamente non formale.
Il nodo del Servizio sanitario nazionale è dunque decisivo, e non possiamo pensare a una legge sul fine vita senza discutere, prima e insieme, del diritto alle cure. Il vero scandalo italiano non è che la morte assistita non sia abbastanza accessibile, ma che troppe persone non accedano in modo pieno, tempestivo e uniforme alle cure palliative, all’assistenza domiciliare, alla terapia del dolore, al sostegno psicologico, alla presa in carico della famiglia. E’ inaccettabile che vi siano territori nei quali la rete palliativa funziona e altri nei quali si resti abbandonati al proprio destino, che il diritto a non soffrire inutilmente sia ancora più proclamato che garantito.
Una società davvero umana non dice a chi soffre: “puoi morire”. Afferma prima di tutto: “non sarai lasciato solo”, “la tua vita conserva valore anche quando dipendi da altri”, “la tua fragilità non ti espelle dalla comunità”, “noi ci siamo, con cure, presenza, competenza, prossimità”.
Solo dopo avere ammantato di concretezza queste parole si può affrontare il tema dei casi limite, senza ipocrisie e senza scorciatoie.
Mi rafforza in questo ragionamento la convinzione che la libertà non è mai autentica quando nasce dall’abbandono: una persona che viene lasciata sola, che non viene curata adeguatamente, priva di sostegno psicologico, rischia infatti di essere spinta verso una scelta estrema dalla povertà delle alternative. E la prospettiva sussidiaria, che appartiene alla nostra cultura politica, in tal senso è fondamentale. Nessuno stato, da solo, può accompagnare integralmente la sofferenza. Servono ospedali, medici, infermieri, famiglie, volontari, comunità religiose, reti territoriali, associazioni, prossimità. Serve una società che non deleghi la compassione a una procedura. Ma proprio perché la sofferenza non può essere burocratizzata, lo stato deve fare bene la propria parte: garantire cure, fissare regole, impedire abusi, assicurare uniformità nazionale, sostenere chi assiste, non lasciare che le differenze territoriali diventino diseguaglianze morali.
Oggi, la maggioranza che in Parlamento sostiene il governo ha una responsabilità particolare, e un tema così delicato come quello del fine vita non può divenire terreno di logoramento interno o di calcolo tattico.
Le sensibilità presenti nel mondo cattolico, in quello liberale, nelle professioni sanitarie e nelle famiglie colpite da vicende dolorose meritano ascolto rispettoso. Dall’ascolto, però, non può scaturire il rinvio all’infinito, ma la definizione di un compromesso ragionevole, non al ribasso, che duri nel tempo.
Forza Italia può svolgere, in questo percorso, una funzione positiva per il paese e per la coalizione, dimostrando, in virtù del suo profilo liberale e riformista, che il centrodestra non è prigioniero degli schematismi, ma sa governare anche i conflitti etici più difficili, che difendere la vita non significa ignorare la libertà, e che riconoscere uno spazio alla libertà non vuol dire indebolire la vita.
Per questo, gli emendamenti che abbiamo proposto, in particolare sul (non) ruolo del Servizio sanitario nazionale e sulla volontarietà e gratuità in libera professione dello stesso intervento medico, con il rispetto implicito dell’obiezione di coscienza e l’estraneità delle istituzioni sanitarie, vanno interpretati come uno sforzo serio di mediazione.
Nessuna normativa potrà cancellare il dramma delle singole storie. La legge non serve a eliminare il tragico dall’esistenza umana, ma ad evitare che esso finisca per essere governato dal caso, dalla solitudine, dalla diseguaglianza o dall’arbitrio. Serve a dare ai cittadini un quadro chiaro, ai medici garanzie certe, alle famiglie un percorso non segnato dall’improvvisa, alle istituzioni una responsabilità trasparente.
Una legge nazionale sul fine vita, se ben scritta, non sarebbe una resa alla cultura della morte, rappresentando, al contrario, il modo più serio per impedire che il vuoto normativo riempito dal disordine regionale la produca nei fatti. E dovrebbe affermare con chiarezza che lo stato rimane orientato sulla cura, che il Servizio sanitario nazionale non smarrisce la propria missione vitale, che i casi estremi richiedono regole estreme, e non slogan estremi.
E’ questo il punto di equilibrio che dobbiamo cercare. Sulle questioni che interrogano la vita e la morte non servono né paura né propaganda, ma coscienza, diritto, umanità e istituzioni che siano all’altezza del loro compito.
Stefania Craxi è senatrice, capogruppo di Forza Italia al Senato