Politica
L'editoriale del direttore •
Contro la categoria ossessiva dell’indignato collettivo. E contro il suo catalogo selettivo fino alla cialtroneria
Dal no guerra (e Putin?) ai sacrosanti diritti (e le donne iraniane?). Come smentire gli indignados a proprio agio non solo nelle poltroncine tv ma anche in mezzo alle molte sfumature di cialtroneria offerte ogni giorno dai moralisti un tanto al chilo. Televisione e campanelli d’allarme
3 OTT 26

Foto Ansa
Sono ovunque, imperversano, dettano l’agenda, popolano i talk, discettano su tutto, parlano a vanvera e più gli argomenti sono complessi e più offrono scorciatoie utili per leggere il mondo con un’unica chiave di lettura: l’indignazione. Vale quando si parla di Israele, vale quando si parla di Ucraina, vale quando si parla di occidente, vale quando si parla di difesa, vale su tutto. Provate a riconoscerli: non è difficile. La figura dell’indignato collettivo è ormai una categoria dello spirito e del pensiero che in alcuni casi può trasformarsi in una professione e che in altri casi può trasformarsi in una ossessione che trova spesso un posticino comodo nei salottini televisivi. L’indignato collettivo non deve fare altro che alzare il sopracciglio, di fronte a un mondo alla deriva, e mostrare con forza tutto il suo sdegno quando si parla di alcuni temi specifici. L’indignato collettivo si gonfia il petto, pieno di sdegno, quando si parla di xenofobia, di fascismo, di razzismo, di guerra, di riarmo, di femminismo, di diritto internazionale, di Costituzione, di difesa delle minoranze. Ma l’indignato collettivo, mentre si dà una ritoccatina allo specchio con il fard, avrebbe buone ragioni, prima della prossima indignazione, per chiedersi se la sua indignazione, del tutto legittima, è reale o è selettiva.
La professione dell’indignato può non piacere ma ha una sua logica e una sua presentabilità. Quando però l’indignazione diventa selettiva è utile far scattare qualche piccolo campanello d’allarme per mettere a fuoco, di fronte alle poltroncine dei talk, e non solo lì, alcune suggestive sfumature di cialtroneria. Se di fronte a voi arriva un campione del “no” al riarmo, un pacifista “antiguerra”, chiedetegli perché l’Europa che investe nella sicurezza viene demonizzata mentre la Russia che investe nelle armi e chi usa le armi per aggredire o terrorizzare non fanno paura. Se di fronte a voi arriva un campione del “no” al razzismo, chiedetegli se è d’accordo sul fatto che fra i test fondamentali dell’antirazzismo sia da considerare non marginale la capacità di combattere senza ambiguità una delle forme più antiche e velenose del razzismo europeo: l’odio contro gli ebrei. Se di fronte a voi arriva un campione della difesa dei diritti umani, benemerito, chiedetegli se la sua indignazione contro Israele sia almeno pari alla sua indignazione contro i tiranni iraniani che massacrano e mutilano le persone del loro stesso popolo. Se di fronte a voi arriva un campione o una campionessa del femminismo chiedetegli se la sua battaglia per la difesa delle donne vale in assoluto o non vale quando si parla di donne private dei propri diritti da regimi e movimenti islamisti. Se di fronte a voi arriva un campione dell’antifascismo, che conosce a memoria quanti sono i busti del ventennio tenuti in una teca dai politici italiani, chiedetegli se sia d’accordo o no con Sergio Mattarella quando ha accostato il valore della resistenza ucraina a quello della Resistenza italiana e se consideri o no nell’aggressione di Putin all’Ucraina quei tratti di imperialismo, autoritarismo e culto della forza che l’antifascismo dice di voler combattere.
Se vedete un difensore della causa pro Pal, sacrosanta, chiedetegli quante volte gli è venuto in mente di organizzare una qualche flotilla per chiedere a Hamas di arrendersi liberare gli ostaggi e dare la possibilità ai palestinesi di avere un futuro. Se vedete un attivista impegnato a combattere contro i genocidi, quelli veri e quelli presunti, chiedetegli se quando parla di genocidio considera le stragi fatte per uccidere gli ebrei in quanto ebrei come parte di un disegno genocidiario o se le considera invece come delle reazioni a soprusi ricevuti dai terroristi nel passato. Se di fronte a voi arriva un campione della difesa della Costituzione, un tanto al chilo, chiedetegli se per caso era a judo quando i suoi docenti di Diritto costituzionale gli avrebbero dovuto spiegare che essere a favore della Costituzione significa anche, articolo 27, ricordare che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, sempre e non solo quando un indagato fa parte della propria parrocchia.
Se vedete un ambientalista preoccupato per l’imminente fine del mondo causata dalle emissioni in eccesso, chiedetegli quante volte abbia combattuto per accelerare la ricerca sul nucleare. Se vedete un promotore delle rinnovabili desideroso di riempire di eolico, solare, idroelettrico il mondo, chiedetegli quante volte abbia scelto di combattere contro i presidenti di regione di sinistra che rallentano le autorizzazioni per avere impianti per le rinnovabili. Se considerate Vannacci come un tremendo estremista, un fascista pericoloso, chiedetevi almeno per un istante se la vostra indignazione è uguale di fronte a esponenti politici progressisti che su alcuni temi, come l’Ucraina, sostengono alcune delle stesse tesi che giudicate intollerabili quando a pronunciarle è Vannacci. Un principio, del resto, non si misura quando lo si usa contro il proprio nemico. Si misura quando si è disposti a usarlo anche contro il proprio amico. Un manuale di resistenza al doppiopesismo moralista è del tutto superfluo e non necessario. Ma avere qualche strumento in più per riconoscere gli indignati sinceri da quelli farlocchi può aiutare a collocare nella giusta casella l’indignato selettivo, a proprio agio non solo nelle poltroncine tv ma anche in mezzo alle molte sfumature di cialtroneria offerte ogni giorno dai moralisti un tanto al chilo. Provate a riconoscerli: non è difficile, no?
