I Centri per il rimpatrio che non rimpatriano. Un paradosso al Viminale

Nel 2025 i centri registrano il record di 6.835 ingressi, ma i rimpatri dai Cpr non fanno che calare. Al contrario dei costi. Il report di ActionAid Italia e dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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Il governo sui Cpr non fa passi indietro, anzi. "Continueremo a lavorare all'attivazione di ulteriori 106 posti in strutture già esistenti in Sicilia, Sardegna e Lazio e abbiamo avviato, inoltre, le procedure per la realizzazione di nuove strutture”, ha annunciato il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, al question time di mercoledì. Occasione in cui ha annunciato che il 2026 per i rimpatri sarà l'anno record. Traguardo a cui però i Cpr probabilmente non daranno chissà quale contributo.
Sui 4.784 rimpatri forzati eseguiti nel 2025 dall’Italia, soltanto 1.732 sono stati realizzati a partire dai Cpr: la maggior parte (3.052) sono stati eseguiti tra persone che non ci sono mai entrate. I centri per il rimpatrio servono poco al rimpatrio, eppure gli ingressi non smettono di aumentare. È quanto emerge da Espulsioni. Un'analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025, il nuovo report realizzato da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato insieme all'aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti. Sempre nel 2025, però, si sono registrati 6.835 ingressi nei Cpr: un record, evidenzia il report, secondo cui nello stesso anno si registra un picco di rimpatri forzati complessivi, mentre quelli eseguiti dai Cpr sono diminuiti del 45,1 per cento rispetto al 2022. La sintesi offre un paradosso: “Più detenzione non significa più rimpatri”, si legge nel documento.
Lungo tutto l'arco del governo Meloni, tra il 2022 e il 2025, la crescita dei rimpatri è avvenuta sostanzialmente fuori dai Cpr. Nel 2022 ne erano funzionanti dieci, con 803 posti effettivi, 6.457 ingressi e 3.154 rimpatri preceduti da trattenimento nei Cpr. Nel 2025 i centri sono saliti a undici e i posti effettivi a 883. E se nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi sono cresciuti del 22,2 per cento, passando da 3.916 a 4.784, quelli eseguiti senza trattenimento nei Cpr sono quadruplicati, balzando da 762 a 3.052. Nell'intero periodo 2015-2025, sottolinea il report, più della metà dei rimpatri forzati è stata eseguita senza precedente trattenimento in un Cpr.
A fronte di questi numeri paradossali, le condizioni materiali di vita all'interno di queste strutture sono spesso degradanti e isolanti, come denunciato dai monitoraggi di osservatori esterni come Emergency, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura o la Fondazione Migrantes. È uno scenario che Lo scenario è lo stesso nel 2025, in cui secondo i calcoli di ActionAid e Università di Bari, si sono registrate circa 148 giornate complessive di privazione della libertà per ogni rimpatrio eseguito: più del doppio della media del periodo 2018-2024.
Ma il costo si paga anche sul lato economico. Negli anni più recenti, indica il report, è peggiorato il rapporto tra il costo relativo alla gestione dei Cpr e i rimpatri effettivamente compiuti. Tra il 2018 e il 2025 la spesa per il sistema detentivo – inclusi i Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera – ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro. Il solo triennio 2023-2025 (in cui i rimpatri dai centri sono diminuiti del 42 per cento) concentra il 66,2 per cento della spesa complessiva per gli otto anni considerati. Nel dettaglio, considerando i soli Cpr sul territorio italiano, tra il 2023 e il 2025 la spesa complessiva è cresciuta del 40,5 per cento e quella per la sola gestione e manutenzione ordinaria del 45,7 per cento. Considerando invece solo la spesa per la gestione e le manutenzioni ordinarie dei Cpr, il costo della detenzione per realizzare un rimpatrio dai centri sale da 4.265 a 11.855 euro (+178 per cento).
Il Viminale però insiste sui Cpr. "Continueremo a lavorare all'attivazione di ulteriori 106 posti in strutture già esistenti in Sicilia, Sardegna e Lazio e abbiamo avviato, inoltre, le procedure per la realizzazione di nuove strutture: uno in Campania, due in Trentino Alto-Adige, uno in Calabria, uno in Toscana e uno in Emilia Romagna", ha spiegato Piantedosi in Aula. Ma se la detenzione è giustificata in quanto strumentale al rimpatrio, si legge sempre nel report di ActionAid, “la sua espansione dovrebbe essere accompagnata dalla dimostrazione che essa produca un beneficio esecutivo aggiuntivo. I dati disponibili non mostrano un simile rapporto in modo stabile”.
Sul versante europeo l'andazzo è il medesimo. Ieri è arrivato il via libera definitivo del Consiglio Affari interni dell'Unione europea alle nuove norme per un "rimpatrio più efficace" delle persone prive del diritto legale di restare nell'Ue. Le norme, che entreranno in vigore nelle prossime settimane, integrano il Patto sulla migrazione e l'asilo e "contribuiranno alla sua efficace attuazione". Sono previste regole più rigorose per il rimpatrio di coloro che rappresentano "una minaccia per la sicurezza" e viene offerta anche la possibilità agli stati membri di istituire centri di rimpatrio in paesi extra-Ue.
Il Cpr “non crea la 'rimpatriabilità'”, segnala il report. Pesano la mancanza di cooperazione consolare, il fatto che non arrivano i documenti, l'assenza di canali operativi utili. La vera utilità dei Cpr è quindi “condizionata da fattori esterni alla detenzione stessa”. Aumentare i posti disponibili vuol dire aumentare la capacità dello stato di trattenere, “ma non necessariamente la sua capacità di rimpatriare”.